
Le condizioni dei cpr sono pessime. Lo dicono anche le carte del ministero



1 giugno 2026
Il 2 giugno di quest’anno l’Italia celebra gli ottant’anni della repubblica. Una ricorrenza che non è solo una festa, ma un’occasione per rileggere la nostra storia e cercarvi qualche lume per il futuro, soprattutto in un tempo come questo nel quale la guerra è tornata in Europa e i "pezzi" di un conflitto mondiale rischiano, come disse papa Francesco, di ricongiungersi. La repubblica fu scelta dagli italiani con il referendum del 2 giugno 1946: il 54,3 per cento votò a favore, il 45,7 per cento per la monarchia. Uno scarto di circa due milioni di voti, proclamato dalla corte di cassazione il 10 giugno tra polemiche e manifestazioni violente, in particolare a Napoli.
"Finché noi donne faremo notizia vuol dire che non abbiamo terminato la lunga rivoluzione"Margherita Cassano - presidente corte di cassazione
Quel giorno votarono per la prima volta le donne. Un diritto sancito quasi in sordina, con il decreto del 31 gennaio 1945, senza i contrasti che avevano animato il dibattito prefascista, quando una commissione parlamentare, composta da soli uomini, aveva espresso parere negativo. Fu un riconoscimento inevitabile, viste le sofferenze portate durante due guerre e la partecipazione alla Resistenza, ma rimase a lungo formale. Prima che i diritti civili e sociali, e le libertà delle donne fossero davvero riconosciuti dovettero passare decenni. La prima ministra, Tina Anselmi,arrivò nel 1976; Nilde Iotti alla presidenza della Camera nel 1979. Ancora oggi, come ha osservato la presidente della corte di cassazione, Margherita Cassano, "finché faremo notizia vuol dire che non abbiamo terminato la lunga rivoluzione". La piramide del potere resta a maggioranza femminile alla base e maschile al vertice: molte insegnanti e poche dirigenti, molte mediche e poche primarie, molte parlamentari e ancora troppe poche nei ruoli apicali. La "rivoluzione più lunga della storia" non è compiuta.
Quel 2 giugno si insediò anche l’assemblea costituente. Per due anni politici, giuristi, intellettuali, uomini e 21 donne lavorarono all’architettura della nuova repubblica. Il risultato fu una sintesi straordinaria tra cultura giuridica e visione politica: la nostra Carta è al tempo stesso un insieme di norme cogenti e un programma politico condiviso, elaborato da forze che di lì a poco si sarebbero trovate avversarie. Come disse Aldo Moro, non bastava fare una Costituzione afascista: bisognava farla antifascista. Il punto di partenza era la dignità della persona, che preesiste allo Stato e che lo Stato non concede, ma riconosce. Esattamente al contrario dello stato etico del fascismo, che i diritti li elargiva e li negava. Sull’articolo 2 si fonda tutto l’impianto: pace, lavoro, salute, istruzione non sono concessioni, ma diritti inviolabili. E a presidio di questi diritti sta un modello istituzionale preciso, una democrazia liberal-democratica in cui la sovranità appartiene al popolo, ma viene esercitata nei limiti della Costituzione.
Essere ribelli per amore della democrazia e della Costituzione
Quella Costituzione, però, non fu una bacchetta magica. Come ricordava Piero Calamandrei, rischiava di restare un foglio caduto per terra che nessuno raccoglie. L’Italia del dopoguerra era ancora quella prefascista e fascista nelle sue classi dirigenti, nelle pubbliche amministrazioni, nel sistema formativo. Ci vollero dieci anni per insediare la corte costituzionale e il consiglio superiore della magistratura. Le grandi riforme come lo Statuto dei lavoratori, il Servizio sanitario nazionale, le regioni e il nuovo diritto di famiglia arrivarono negli anni Settanta, in un clima di ritrovato dialogo tra le forze politiche che avevano scritto la Carta. Ma quegli stessi anni furono anche gli anni del terrorismo e delle stragi. La democrazia italiana resistette senza sospendere le libertà di nessun cittadino: la legislazione speciale colpiva chi commetteva quei reati, non chi non li commetteva. Stessa cosa vale per la legislazione antimafia, che il mondo ci invidia.
Nella Costituzione non c'è la parola "Dio" né "laico", ma solo "cittadino", perché in una democrazia non si chiede a nessuno in che luogo di culto si rechi, ma solo come serve la comunità
Per tre volte, in questi ottant’anni, si è tentato di cambiare quella bussola che è la Costituzione. Ma per tre volte il popolo italiano ha respinto il tentativo. È la saggezza di un paese che ha vissuto sulla propria pelle cosa significa perdere la democrazia e sa che non la si conquista una volta per tutte. "La democrazia è un fiore delicato", diceva Tina Anselmi. "Va coltivato, va curato". Ce l’hanno insegnato magistrati e politici assassinati dalla mafia e dal terrorismo, e tutti coloro che hanno pagato con la vita il prezzo della libertà.
Celebrare questi ottant’anni, oggi, significa anche fare i conti con il momento che viviamo. Dal 1989 in poi, quando credevamo di celebrare la vittoria della democrazia e in realtà stavamo assistendo alla vittoria del capitalismo finanziario, le disuguaglianze sono cresciute, il rapporto tra democrazia e benessere si è spezzato, la politica e il diritto hanno perso la capacità di governare i processi economici e di comporre le controversie internazionali. Tornare alle origini, allora, non è nostalgia: è necessità. Tornare all’articolo 3, che non si limita a dichiarare tutti uguali ma chiede alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che impediscono l’uguaglianza, consentendo a ciascuno di fare la propria parte. Tornare all’articolo 1, che fonda la sovranità sul popolo, non sul sovrano. Tornare a una Costituzione scritta da cattolici praticanti che non vi inserirono la parola "Dio" né la parola "laico", ma solo la parola "cittadino", perché in una democrazia non si chiede a nessuno in quale luogo di culto si rechi, ma solo come serve la comunità.
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L’Italia è un grande paese. Ogni tanto sbaglia, ma poi recupera. Con la nostra storia, con la nostra Costituzione, con il sacrificio di chi ci ha portato fin qui, siamo debitori al mondo di un po’ di quella saggezza che oggi serve più che mai.
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