
Le condizioni dei cpr sono pessime. Lo dicono anche le carte del ministero




1 giugno 2026
Aisha ha 28 anni, in gran parte vissuti in diversi campi profughi del Sudan, tra continui sfollamenti. L’anno scorso si trovava in quello di Zamzam, nel Darfur settentrionale, quando un colpo d’artiglieria ha colpito la casa del vicino. "Hanno ucciso mio figlio davanti alla mia porta, aveva 12 anni", racconta. Insieme a lui, sono morti altri due ragazzi che stavano giocando all’aperto. Quella notte, dopo aver seppellito il figlio, Aisha, già vedova a causa del conflitto, ha radunato quel che restava della sua famiglia ed è scappata a piedi e sotto i bombardamenti verso Abu Delaig, a nord-est della capitale Khartoum. Lungo la strada è stata violentata, rimanendo incinta, e altri due episodi si sono ripetuti nei mesi successivi. "La nostra vita era bellissima, ma dopo che mio marito e mio figlio sono stati uccisi... avrei preferito morire anch’io. Nessuno però muore prima del proprio tempo".
Guerra in Sudan. Per gli Usa è stato genocidio
"Questa guerra si sta combattendo sulla pelle di donne e ragazze. La violenza sessuale è una componente distintiva di questo conflitto, non limitata alle linee del fronte, ma pervasiva in tutte le comunità"Ruth Kauffman - Responsabile media Msf
Aisha è una delle migliaia di donne sudanesi sopravvissute alla violenza sessuale che si sono rivolte al personale di Medici senza frontiere: solo tra dicembre 2025 e gennaio 2026, in poco più di un mese, sono state 732. "Questa guerra si sta combattendo sulla pelle di donne e ragazze. La violenza sessuale è una componente distintiva di questo conflitto, non limitata alle linee del fronte, ma pervasiva in tutte le comunità", denuncia Ruth Kauffman, responsabile medica di Msf per le emergenze. L’utilizzo sistematico degli stupri come arma in Sudan è stato certificato anche dalle Nazioni unite, insieme a innumerevoli altri crimini di guerra. Eppure, a tre anni dallo scoppio della guerra civile che ha causato la più grave crisi umanitaria al mondo, le violenze continuano nella totale impunità.
Il 12 maggio, le commissioni d’inchiesta sul Sudan istituite rispettivamente dall’Onu e dall’Unione africana hanno firmato a Banjul, in Gambia, una dichiarazione congiunta in cui chiedono formalmente la cessazione delle ostilità, la protezione dei civili e "indagini tempestive, indipendenti, imparziali ed efficaci sulle gravi violazioni commesse, al fine di garantire giustizia, verità, riparazioni e assicurare che non si ripetano". Se le organizzazioni della società civile hanno esultato e parlato di una svolta storica, il governo sudanese ha immediatamente dichiarato che non riconosce la legittimità della pronuncia.
Africa, questione di interessi
"Ho deciso di fare un passo indietro quando ho capito che nessuno voleva ascoltare una voce civile, ma soltanto il rumore delle armi"Abdalla Hamdok - Ex primo ministro
La guerra in Sudan, che secondo le stime ha causato ad oggi circa 200mila vittime e 14 milioni di sfollati, è scoppiata nell’aprile del 2023 dallo scontro tra due leader un tempo alleati: i generali Abdel Fattah al Burhan e Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemeti. Sono stati loro a porre fine nel 2019 al regime di Omar al Bashir, durato oltre 25 anni e segnato da autoritarismo e gravi crimini verso i civili, soprattutto le popolazioni non arabe della regione del Darfour.
Dopo il colpo di Stato, il governo civile è stato affidato all’economista Abdalla Hamdok, che ha tentato di avviare un percorso di riforma e democratizzazione. L’esperienza, però, è durata poco: rovesciato e poi reintegrato come primo ministro, Hamdok ha lasciato definitivamente l’incarico nel gennaio del 2022 in rotta con lo strapotere militare. "Ho deciso di fare un passo indietro quando ho capito che nessuno voleva ascoltare una voce civile, ma soltanto il rumore delle armi - racconta oggi a lavialibera -. Sono stato due volte alla guida del nostro povero Sudan e la prima volta avevo creduto di poter lavorare per ricostruire insieme un paese libero, dopo la terribile dittatura di Omar Al Bashir. Solo in un secondo momento ho capito che ero politicamente prigioniero della giunta militare. Volevano usare un volto civile per coprire i loro crimini e adesso hanno distrutto il Sudan. Tre anni di massacri, stupri, rapine e omicidi, tutto nell’indifferenza del mondo. Ma il popolo sudanese non scorderà mai queste cicatrici". È stato Hamdok a promettere di consegnare Al Bashir alla corte penale internazionale, che dal 2009 lo ricerca con le accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
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Da allora, quell’impegno non è stato mai onorato. Non c’è da meravigliarsi: i due generali che hanno rovesciato Al Bashir e che oggi si contendono il potere sono stati complici dei suoi crimini e oggi li replicano. Hemeti, che guida i miliziani ribelli delle Forze di supporto rapido, è un ex janjaweed, i cosiddetti diavoli a cavallo, uomini delle tribù impiegati dal governo di Omar al Bashir per effettuare il genocidio del Darfur all’inizio degli anni 2000. È stato lui, nell’aprile del 2023, a sferrare l’attacco contro l’esercito governativo guidato dal rivale Al Burhan, facendo piombare il paese nella guerra che dura ancora. A nulla sono serviti i negoziati, svolti tra l’Arabia saudita e la Svizzera, durante i quali i due non si sono mai incontrati. "Tutte le trattative sono fallite perché i due generali che si combattono non sono uomini di pace ma di violenza – commenta Hamdok –. La società civile sudanese ha organizzato diversi incontri a livello internazionale, ma è necessario l’intervento dei caschi blu delle Nazioni unite per salvarci dalla fine".
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Oggi la guerra continua, alimentata anche dal proliferare di numerose milizie private in capo a locali signori della guerra, alleati di uno dei due eserciti ma spesso inclini a cambiare bandiera. Il conflitto vede anche il coinvolgimento di diversi padrini internazionali: le Forze armate sudanesi sono fortemente appoggiate dall’Egitto, che ha enormi interessi, anche economici, nel Paese. Khartoum è un solido alleato nello scontro con l’Etiopia per le acque del Nilo, che ha di recente visto un nuovo picco di tensione con la costruzione della Grande diga del rinascimento etiope. Indirettamente, anche gli Stati Uniti restano dalla parte del generale Al Burhan e ne patrocinano la causa nei consessi internazionali, da Gedda a Ginevra. Le Forze di supporto rapido sono invece appoggiate e finanziate dagli Emirati arabi uniti e parzialmente dall’Arabia saudita. Abu Dhabi rifornisce di armi i ribelli attraverso il Ciad, pur non avendo mai ufficialmente ammesso un coinvolgimento diretto. In cambio, Hemeti ha prestato i suoi miliziani per combattere nella guerra civile dello Yemen contro gli Huthi, a fianco delle truppe saudite ed emiratine.
In passato, la Russia ha venduto armi a entrambi i combattenti. Oggi rifornisce solo i governativi, mentre i mercenari dell’ex Wagner group hanno addestrato alcuni reparti delle Forze di supporto rapido. Non solo: alcuni media hanno denunciato la presenza di mercenari colombiani, impegnati al fianco delle Forze di supporto rapido in Darfur, che arruolerebbero anche combattenti siriani e di altri paesi africani. A fare gola sono le miniere d’oro (Khartoum ne è il terzo produttore africano), oltre a rame, ferro, cromo, zinco, tungsteno e le ambitissime terre rare. Il Sudan vanta anche un’importante posizione strategica sul Mar Rosso, dove Mosca da anni progetta di avere una base e da dove gli Emirati arabi uniti sperano di poter colpire gli Huthi dello Yemen, autentica spina nel fianco della Penisola arabica.
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Oggi si continua a combattere nella regione centrale del Kordofan, mentre Khartoum è saldamente nella mani dei governativi. Quasi 5 milioni di persone sono finite in campi profughi improvvisati subito oltre confine, dove stati fragili come il Sud Sudan e il Ciad non riescono a sostenere il peso di questa marea umana che ha bisogno di assistenza immediata.
Nei campi all’interno del Sudan sono frequenti le incursioni delle milizie per arruolare uomini e bambini con la forza e rapire le donne per farne delle schiave sessuali. Alla violenza si aggiunge la fame: secondo l’ultimo aggiornamento delle Nazioni Unite, quasi 20 milioni di persone, pari a più del 40 per cento della popolazione, soffre di malnutrizione acuta. Intanto, le organizzazioni umanitarie denunciano ostacoli sempre maggiori al proprio lavoro, come il crescente utilizzo di droni da entrambe le parti, con attacchi che si spingono ben oltre le linee del fronte, prendendo di mira infrastrutture logistiche e zone civili densamente popolate.
Medici senza frontiere ha fatto sapere di aver prestato soccorso a circa 400 persone ferite da attacchi con droni che hanno colpito zone civili nel Ciad orientale e in varie aree del Darfur tra febbraio e aprile. Secondo le Nazioni Unite, questi raid hanno causato la morte di oltre 500 civili dal primo gennaio al 15 marzo. "I team di Msf stanno accogliendo pazienti con lesioni orribili: ferite trapassanti, arti amputati, ustioni devastanti – molti dei quali sono già morti quando arrivano in ospedale – afferma Muriel Boursier, coordinatrice delle emergenze di Msf nel Darfur –. La portata della violenza e delle atrocità a cui assistiamo è insopportabile". Spesso, nel mirino finiscono anche le strutture sanitarie: lo scorso 2 aprile, un attacco con droni, che secondo fonti locali sarebbe stato compiuto dalle forze ribelli, ha colpito l’ospedale Al-Jabalain, nello stato del Nilo Bianco, uccidendo almeno dieci persone. Pochi giorni prima, il 20 marzo, un raid delle forze armate governative si è abbattuto sull’ospedale di El-Daein, nel Darfur orientale, causando la morte di 70 persone, tra cui 15 bambini. "Ora più che mai, la protezione dei civili, il rispetto delle strutture sanitarie, la responsabilità per le atrocità e l’accesso umanitario sono urgenti e non negoziabili – dice Amande Bazerolle, capomissione di Msf nel Paese –. Tre anni di guerra sono già costati al Sudan un prezzo incalcolabile. Permettere che questa traiettoria continui rischia di condannare un’intera generazione".
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