L'allora presidente del Messico Enrique Pena Nieto incontra il successore Andres Manuel Lopez Obrador, il 9 agosto 2018 (Flickr)
L'allora presidente del Messico Enrique Pena Nieto incontra il successore Andres Manuel Lopez Obrador, il 9 agosto 2018 (Flickr)

Messico. La politica cambia, la narcoguerra continua

Stato-cerniera tra Nord e Sud America, da sempre è attraversato da traffici illeciti: la lotta militare ai narcos ha soltanto aumentato violenza e morte

Lucia Capuzzi

Lucia CapuzziGiornalista di Avvenire

16 aprile 2020

Nel 2019 la narcoguerra che da 14 anni dilania il Messico ha colpito uomini, donne e bambini al ritmo di 95 ammazzati al giorno. Il Paese è tra gli esempi più drammatici di democrazia “catturata” dalla criminalità organizzata, luogo dove le droghe contaminano non solo i corpi ma anche le istituzioni, la politica, l’economia, la società e perfino i rapporti interpersonali, lasciando campo aperto alle mafie. Come Paese-cerniera tra nord e sud dell’America e del mondo, il Messico ha storicamente espresso una forte delinquenza organizzata, specializzata in genere nel contrabbando di mercanzia illecita lungo i 3.200 chilometri di frontiera con il “vicino yankee”. Business che nel tempo si è orientato verso l’export di droghe. 

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Nel dicembre del 2000, a Palermo veniva firmata la Convenzione Onu contro il crimine organizzato transnazionale, presentata in termini trionfalistici come una svolta nella lotta ai fenomeni mafiosi in tutto il mondo. Ma cosa è cambiato da allora? Qual è lo stato dell'arte in fatto di contrasto ai traffici illeciti globali?

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