Un soldato dell'esercito congolese di guardia presso una base della missione Onu nell'est del Paese, 5 giugno 2014 (United Nations Photo, CC BY-NC-ND 2.0)
Un soldato dell'esercito congolese di guardia presso una base della missione Onu nell'est del Paese, 5 giugno 2014 (United Nations Photo, CC BY-NC-ND 2.0)

Nel Congo in guerra da trent'anni a rimetterci sono i civili

Nel 2023 un congolese su quattro avrà bisogno di assistenza umanitaria per vivere. la colpa è dei continui scontri tra l'esercito della Repubblica democratica e i 130 gruppi armati, attivi soprattutto nell'est del Paese e sostenuti dagli Stati vicini

Paolo Valenti

Paolo ValentiGiornalista

23 dicembre 2022

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Era il 22 febbraio 2021 quando l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo venivano uccisi in un agguato mentre viaggiavano con un convoglio Onu nella provincia del Nord Kivu, all’estremità est della Repubblica democratica del Congo. A quasi due anni di distanza, il processo che vede imputati sei presunti aggressori, di cui uno ancora latitante, si avvia a conclusione, portandosi dietro però molte ombre.

Gli scontri continuano nonostante i negoziati, i programmi di reinserimento dei miliziani nell’esercito regolare e la presenza dei caschi blu dell’Onu

L’episodio s’inserisce nella scia di violenza che tormenta l’est del Paese dal 1994, quando nel vicino Ruanda i tutsi rovesciano il regime dei rivali hutu, responsabili del genocidio di quasi 1 milione di persone. Questi ultimi si rifugiano nel nord-est del Congo portando con sé armi e munizioni: da lì lanciano una sanguinosa vendetta contro i banyamulenge, minoranza tutsi congolese. Due anni dopo scoppia la prima guerra del Congo, al termine della quale l’esercito ribelle guidato da Laurent Desiré Kabila e sostenuto da Ruanda, Uganda e Angola rovescia il presidente-dittatore Mobutu. Nel 1998, la seconda guerra vede scontrarsi l’esercito regolare e le milizie tutsi appoggiate dal Ruanda, le quali prendono il controllo di parte del nord-est del Congo. Qui gli scontri tra le forze governative e i gruppi ribelli continuano fino a oggi, nonostante i negoziati, i programmi di reinserimento dei miliziani nell’esercito regolare e la presenza dei caschi blu dell’Onu (inviati in Congo per la missione di peacekeeping Monusco), che anzi si sono resi responsabili di centinaia di casi di abusi e violenze sessuali.

Contro i massacri nella Repubblica democratica del Congo serve una corte internazionale

A oggi sono circa 130 i gruppi armati presenti nella regione orientale della Repubblica. Tra i più attivi c’è il Movimento 23 marzo (M23), composto prevalentemente da tutsi e sostenuto dal Ruanda, che dalla fine del 2021 è impegnato in una nuova offensiva contro le forze governative nel Nord Kivu dopo anni di relativa quiete. Il bilancio di quasi trent’anni di scontri è tragico: secondo l’International rescue committee, solo tra il 1998 e il 2007 sono morti 5,4 milioni di congolesi per cause legate ai conflitti, dalla carenza di cibo al collasso del sistema sanitario. Lo scorso 6 dicembre, l’ufficio del coordinatore umanitario Onu a Kinshasa ha lanciato l’allarme: nel 2023 una persona su quattro in Rdc avrà bisogno di assistenza umanitaria per vivere.

Da lavialibera n°18

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