Lo sharenting è il fenomeno di diffusione di contenuti di bambini da parte dei genitori. Foto: Pexels
Lo sharenting è il fenomeno di diffusione di contenuti di bambini da parte dei genitori. Foto: Pexels

Lo sharenting permette ai genitori di condividere sui social la vita in famiglia. Quali sono i rischi?

Su Facebook, Instagram e Tiktok sono tantissimi i video virali di bambini ripresi dai genitori. Un nuovo modo per raccontare la famiglia, che porta con sé anche alcuni rischi. Lo psicologo Alberto Rossetti li racconta nel suo ultimo saggio per le Edizioni Gruppo Abele

Francesca Rascazzo

Francesca RascazzoEditor per Edizioni Gruppo Abele

23 gennaio 2023

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"Da quando ho cominciato a seguire sui social alcuni genitori, e di conseguenza bambini, ogni volta che apro Facebook, Instagram o TikTok vengo proiettato dentro la vita di tantissime famiglie. Su Instagram, ad esempio, ho visto un bimbo camminare per la prima volta. Con me c’erano altre 12.000 persone. […] Un’altra bimba, anche lei aveva meno di un anno, l’ho vista mentre giocava con la mamma 'a condividere le cose'. Eravamo in 118.000 seduti con lei in cucina".

Chiunque tra noi abbia un’esperienza anche minima di ciò che scorre sulle bacheche dei più popolari social network non sarà sorpreso da queste parole. Forse c’eravamo anche noi quella volta, insieme allo psicologo e psicoterapeuta torinese Alberto Rossetti, a veder muovere i primi passi di quel bimbo, tra le decine di migliaia di perfetti sconosciuti oltre lo schermo, più o meno distratti spettatori della vita di un bambino, di una famiglia. Ma quali sono le conseguenze sul benessere e lo sviluppo dei bambini? Questo è uno degli interrogativi attorno al quale si sviluppa l’appassionante riflessione di Rossetti nel suo ultimo saggio, La vita dei bambini negli ambienti digitali, in libreria con Edizioni Gruppo Abele da mercoledì 25 gennaio. 

Condividere tutto

Che le tecnologie digitali e l’accesso alla rete siano parte integrante delle nostre vite è persino ovvio ribadirlo. Meno scontato è che lo siano anche per le vite dei bambini, anche molto piccoli. Ma è così. E, dato ancora più scottante, spesso il battesimo digitale dei piccolissimi avviene proprio all’interno e per mezzo del sistema di relazioni maggiormente preposto al loro accudimento, alla loro protezione, ovvero i genitori. Con naturalezza e semplicità, dunque, moltissimi bambini e bambine diventano protagonisti inconsapevoli dei contenuti mediali in forma di post, foto e soprattutto video che i loro genitori quotidianamente pubblicano online, attraverso la pratica dello sharenting – dall’inglese to share (condividere) e parenting (essere genitori, genitorialità) – dilagante tra le famiglie del terzo millennio.

Il termine sharenting appare per la prima volta nel 2012 tra le pagine del Wall Street Journal e nell’ultimo decennio ha assunto un ruolo sempre maggiore nell’analisi di quelle che gli studiosi chiamano digital parenting practicies, ovvero l’utilizzo e la funzione delle tecnologie digitali nelle pratiche familiari. Come rimarca Rossetti, "osservare questi fenomeno significa avere una porta d’accesso al mondo della genitorialità e, in particolare, ci permette di guardare da vicino il posto che le tecnologie hanno all’interno delle famiglie". 

Certamente vi sono situazioni differenti: non tutti i genitori hanno migliaia o milioni di follower, ed è vero che non tutti raccontano le vite dei figli online, ma il discorso non cambia, perché è molto più ampio di quello che potrebbe sembrare, e di fatto riguarda tutti per almeno due motivi. "Il primo è che i contenuti che girano sui social influenzano le nostre vite.  Vedere su Facebook la pagella perfetta del figlio di un amico può far provare invidia e rabbia nei confronti del proprio. Oppure, passando a una situazione diametralmente opposta, leggere in rete le fatiche di un altro genitore può far sentire meno soli, identificandosi in quelle difficoltà. Il secondo motivo è che il bambino crea un rapporto con questi nuovi dispositivi tecnologici a partire dagli adulti e da come essi interagiscono con i media. Da come li integrano nella loro vita familiare".

I bambini (un po’ come i gattini) funzionano online perché facilmente piegabili alla personale ricerca di visibilità e approvazione, alla logica dei like e in definitiva del mercato

Contenuti che piacciono

Ma perché un genitore porta il figlio in rete esponendolo a tutta una serie di rischi legati alla sua privacy, e non solo (come, ad esempio, l’adescamento o lo sfruttamento delle immagini a scopi pedo-pornografici)? I bisogni sottesi a queste pratiche sono spesso differenti. Come detto, può esservi la necessità per l’adulto di condividere la propria esperienza quando in cerca di confronto sulle più disparate esigenze che possono interessare, ad esempio, un genitore alle prime armi. D’altro canto, diversi sono i casi in cui i bambini e i rispettivi “bravi genitori” sono cosiddetti contenuti socializzati perché tanto l’infanzia quanto la genitorialità sono argomenti socialmente desiderabili e, di conseguenza, i bambini (un po’ come i gattini) funzionano online perché facilmente piegabili alla personale ricerca di visibilità e approvazione, alla logica dei like e in definitiva del mercato. 

I rischi dello sharenting

Una realtà molto più complessa di quanto possa apparire e che, secondo l’autore, sarebbe fin troppo semplice annoverare tra quei sintomi della contemporaneità da debellare perché pericolosi e dannosi. Il punto, dicevamo, è partire dai genitori, da come individualmente interagiscono con le tecnologie, e da come poi le integrano nella vita familiare. Dalla consapevolezza che hanno o possono maturare circa l’uso dell’immagine dei figli online, con tutto ciò che questo comporta. Dalla necessità di interrogarsi sul modo in cui quel comportamento possa davvero interferire nella loro relazione. "Il racconto che un genitore fa del figlio sulla propria pagina di un qualsiasi social, in fondo, potrebbe essere un modo per non lasciarlo andare del tutto […]. L’adulto ne costruisce la storia, decidendo cosa far vedere e cosa no, diventando in questo modo regista e sceneggiatore della vita del figlio. 

Il racconto che un genitore fa del figlio sulla propria pagina di un qualsiasi social, in fondo, potrebbe essere un modo per non lasciarlo andare del tutto. L’adulto ne costruisce la storia, decidendo cosa far vedere e cosa no, diventando in questo modo regista e sceneggiatore della vita del figlio

Lo sharenting potrebbe allora in alcuni casi aumentare il gap tra il bambino immaginato, e in questo caso raccontato sui social, e quello reale, rendendo in fin dei conti più complessa la relazione". In definitiva, sostiene l’autore, c’è da chiedersi fino a che punto è corretto che un genitore prenda pubblicamente la parola sulle pagine dei propri social a nome dei figli. Tanto più se ciò avviene per ragioni puramente strumentali, noncuranti di ciò che realmente il minore è in grado di comprendere in quella fase della sua vita. Il rischio è che questi comportamenti si tramutino in qualcosa di insidioso per la stessa educazione familiare: "Senza volerlo o comunque senza esserne del tutto consapevoli, gli adulti si ritrovano a essere eccessivamente presenti nella vita dei figli andando a invadere quegli spazi in cui è bene che il bambino faccia esperienza della sua solitudine, come ad esempio la scuola. Alcuni ricercatori parlano a tale proposito sempre più spesso di “genitorialità trascendente”, che cioè arriva ovunque, superando i confini del tempo e dello spazio, e che rende i bambini sempre meno liberi di muoversi e sempre più dipendenti dalle figure genitoriali".

Il giusto mezzo

Non genitori trascendenti e onnipresenti, quindi, ma guide essenziali per accompagnare i figli nell’uso del digitale e delle tecnologie, a partire proprio dalla consapevolezza degli adulti. Conoscere la realtà e porre dei limiti è certamente può faticoso che dichiararsi aprioristicamente “pro” o “contro” le tecnologie. Stare nel mezzo costa fatica, ma secondo Rossetti è la via da seguire. Perché il digitale è una realtà per gli adulti tanto quanto per i piccoli, e l’utilizzo della rete e delle opportunità di conoscenza che ne derivano, purché in contesti controllati e privi di rischi, è un diritto al quale tutti i bambini e le bambine dovrebbero avere accesso. Consapevoli, infine, che nulla può sostituire la vita reale o materiale, quella che sta oltre la rete. Perché i bambini, soprattutto i più piccoli, hanno molto più bisogno di relazioni che di schermi.

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