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1 maggio 2024
"Abbiamo la cima più alta dell’Appennino, il Gran Sasso. E poi la Maiella, il Morrone, il Sirente e il Velino. La nostra terra è bella, così come la gente che la abita. Per questo mi fa paura, rabbia e tristezza quello che accade sulle nostre montagne". Lina Calandra scandisce le parole con sapienza mentre racconta quello che ha denunciato ormai sei anni fa.
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Professoressa associata di Geografia all’Università de L’Aquila, insieme al suo gruppo di lavoro ha raccolto le testimonianze di decine di agricoltori, che hanno raccontato di un sistema violento, in cui criminalità organizzata, imprenditoria del Nord e rappresentanti del territorio si spartiscono grandi quantità di denaro provenienti dalla Pac. "Il mio lavoro va a chi vive, opera e produce in questi territori. Il tessuto sociale è minacciato, serve lo sforzo di tutti per uscire da questo circolo pericoloso".
“Non è possibile che per 15 anni di questo tema si è solo bisbigliato negli ambienti dell’agricoltura o in qualche amministrazione e associazione di categoria”
Come è arrivata a occuparsi di questo tema?
Non posso dire di aver scoperto io questo fenomeno, perché va avanti dal 2005. Con il mio gruppo di lavoro abbiamo cercato di comprenderlo e di raccontarlo. Per vent’anni mi sono occupata di ricerche sulle aree protette e su come conciliarle con le attività umane. Attraverso le interviste abbiamo cominciato a raccogliere testimonianze gravi: furti di mezzi, scomparsa di bestiame, strani movimenti di animali, anche malati. Si trattava di un sistema che coinvolgeva criminalità organizzata, imprenditoria e attori sul territorio. Abbiamo ricostruito, consultando i registri pubblici, la movimentazione dei titoli Pac dal 2005 al 2021. Così è emersa una rete organizzata, il cui scopo non erano le semplici truffe all’Unione europea ma il controllo del territorio. Non potevamo stare zitti.
Come avete portato avanti la ricerca?
Abbiamo seguito i titoli di proprietà di aziende – alcune delle quali fittizie, inattive, o magari nate nello stesso momento e luogo – che hanno attinto alla riserva nazionale dei titoli e che dopo un anno li hanno dati in blocco ad altre imprese, magari intestate allo stesso soggetto. In molti dei casi studiati si trattava di imprenditori del Nord, Trentino e Veneto in particolare. Ed erano loro, o i loro avvocati, a presentarsi in Abruzzo con una proposta: occupare il terreno e “appoggiare” i titoli (leggi a pag 23, ndr). Chi ha parlato con noi ci ha detto che erano gentilissimi, facevano opere pubbliche. Per questo non hanno creato allarme nemmeno alle amministrazioni locali, che con i soldi degli affitti degli usi civici davano servizi alle loro comunità e raccoglievano consenso. Ma l’imprenditore è solo una parte di questa storia.
Che cosa manca?
La regia, in mano alla criminalità organizzata. Il volto violento di ciò che era arrivato sul territorio poi si è svelato. Gli animali arrivano da Reggio Calabria, dal Foggiano. Hanno preso la residenza famiglie del Frusinate o di Latina. E poi ci sono le imprese locali, tra chi è rimasto schiacciato, chi si è dovuto piegare al meccanismo e chi ci è entrato consapevolmente.
E cosa hanno fatto le amministrazioni locali e il mondo della consulenza agricola?
Non ho elementi oggettivi per rispondere, non ho prove che ci sia stata corruzione o collusione. Ma i traffici c’erano: di bestiame, droga, rifiuti, addirittura di persone. Si può non riconoscere un fenomeno alle prime avvisaglie, ma basta ascoltare il territorio per rendersi conto di tutto il resto. Abbiamo reso pubblica la nostra ricerca, gli stessi pastori ce lo chiedevano con le lacrime agli occhi. Per quanto riguarda il mondo delle professioni e della consulenza abbiamo intervistato anche le associazioni di categoria e tutto il mondo dei corpi intermedi. Nessuno con certezza ci ha detto come stanno le cose a livello politico e nel mondo delle professioni. Sappiamo solo che per anni c’è stato silenzio.
A questo si aggiungono i limiti della legislazione europea e italiana.
Qualcosa che non va c’è. Dai nostri dati emergono controlli continui su cancelli e recinzioni. Però i problemi mastodontici sfuggono. O meglio, si fa in modo che sfuggano, perché se è disattenzione vuol dire che si tratta di grave incompetenza di chi ricopre ruoli di responsabilità. I dati che abbiamo utilizzato erano pubblici, bastava incrociarli. Se si mettono persone capaci nei controlli, qualche problema a truffatori e mafiosi lo crei.
Come sono entrate le mafie in questi affari?
È cominciato da alcune società che hanno affittato i terreni. Poi alcune famiglie hanno cominciato a stabilirsi, comprando case, fino a candidarsi alle elezioni locali. La questione dei pascoli è il modo per arrivare sul territorio e conoscerne gli operatori. Si creano legami e un po’ alla volta il fenomeno si allarga, controlla i gangli delle procedure amministrative fino a interessarsi degli appalti della ricostruzione post sisma o rilevare la proprietà di aziende. Un inquinamento totale del tessuto locale.
Sui monti dell'Aquila pascola la mafia garganica
Ha continuato a occuparsi del tema?
Il nostro obiettivo era che se ne parlasse e che le persone sapessero. Non è possibile che per 15 anni del tema si è solo bisbigliato negli ambienti dell’agricoltura o in qualche amministrazione e associazione di categoria. Per quanto riguarda me e il mio gruppo di ricerca abbiamo fatto quello che dovevamo e potevamo e ora in molti luoghi non possiamo più andare, perché si rifiutano di rispondere. Ma c’è chi, dall’altra parte, vuole ancora raccontare.
“Si può non riconoscere un fenomeno alle prime avvisaglie, ma basta ascoltare il territorio per rendersi conto di tutto il resto”
Il fatto che non si rivolgano alle forze dell’ordine è la spia di un problema?
Sì, a volte è paura, altre no, dipende anche dalle persone. Ma spesso non denunciano perché probabilmente non c’è un interlocutore che possa farsi carico del problema. L’operazione Transumanza non basta. Serve andare oltre l'azione repressiva. C’è bisogno di un lavoro culturale massiccio nelle scuole, nei sindacati e nelle associazioni del territorio.
Chiamerebbe ancora questo fenomeno mafia dei pascoli?
Si tratta di controllo del territorio, di strategie per alimentare il sistema illegale. Ci sono riciclaggio, reimpiego, fatturazioni false, finte assunzioni e falsi permessi di soggiorno. Se vogliamo riferirci al fatto che riguarda i fondi europei, e in particolare i pascoli, sarebbe più corretto parlare di mafia nei pascoli invece di mafia dei pascoli.
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