(Foto di John Keogh da Flickr. CC BY-NC 2.0)
(Foto di John Keogh da Flickr. CC BY-NC 2.0)

Le cooperative che accolgono migranti faticano a trovare alloggi da affittare

Negli ultimi anni gli enti del terzo settore che gestiscono i progetti Sai (Sistema di accoglienza e integrazione) faticano a trovare appartamenti da affittare per ospitare i richiedenti asilo. I proprietari prediligono affitti brevi e turisti, ma c'è anche un problema di pregiudizi verso gli ospiti e le cooperative. Qualcuno si ingegna a trovare soluzioni

Riccardo Bessone

Riccardo BessoneGiornalista praticante

Aggiornato il giorno 24 marzo 2025

  • Condividi

Se il mercato degli affitti nelle grandi città è diventato negli ultimi anni un vero labirinto per tutti, per il sistema di accoglienza può essere anche peggio. Molti sono i pregiudizi verso chi vuole prendere un immobile in locazione per ospitare migranti e richiedenti asilo. Lo sanno bene le cooperative del terzo settore che gestiscono i progetti territoriali della rete Sai (Sistema di accoglienza e integrazione) e anche gli ospiti stessi che poi escono da questi percorsi. Spesso queste due categorie di soggetti devono superare molte difficoltà, che si sommano una all’altra e compromettono ancor di più il diritto all’abitare delle persone.

Il progetto Sai

Il Sistema di accoglienza e integrazione rappresenta uno dei passaggi per chi ha ottenuto il riconoscimento di una forma di protezione internazionale da parte dello Stato italiano. La rete si sviluppa sul territorio con l’affidamento del progetto ai comuni, che si avvalgono del supporto di realtà del terzo settore, come le cooperative, per la realizzazione dell’accoglienza. Le persone che entrano nella rete del Sai possono restare sei mesi, prorogabili per altri sei mesi su richiesta dell’equipe multidisciplinare che segue il progetto e approvata dal Servizio centrale del Sai.

Secondo gli ultimi dati ufficiali diffusi, nel 2023 le persone accolte nei progetti territoriali del Sai sono state 54.512, in crescita del 2,4 per cento sul 2022. Di queste, il 61,3 per cento aveva tra i 18 e i 40 anni, con la Nigeria come primo Paese di partenza (7.121 persone).

Una casa tutta per sé. A Torino, l'Housing first dà nuove chance ai senzatetto

Le cooperative e gli altri enti del terzo settore che gestiscono i progetti sul territorio partecipano ai bandi con cui le amministrazioni locali mettono a gara i posti disponibili per l’accoglienza. Per farlo hanno bisogno di strutture più grandi o appartamenti – di proprietà o, più spesso, in affitto – per ospitare gli utenti. La ricerca di appartamenti è però spesso ostica per diversi motivi, in particolare nelle grandi città.

Torino e gli affitti brevi

“C’è questa deriva marcata verso affitti molto brevi, o per studenti, lavoratori fuori sede, dove il proprietario si sente più libero perché potenzialmente affitta un anno e poi l’appartamento è libero"Cristina Avonto - Presidente del Progetto Tenda

Le difficoltà incontrate dalle cooperative del terzo settore sono le stesse difficoltà che ogni persona in Italia incontra quando si tratta dell’attuale mercato immobiliare. A Torino, per esempio, la cooperativa Progetto Tenda gestisce circa 250 dei 600 totali messi a bando dal progetto Sai e sta affrontando ultimamente una situazione di “grande chiusura nel mercato. Proprio non c’è più disponibilità per gli affitti di lunga durata”, fa notare la presidente Cristina Avonto. Progetto Tenda cerca affitti del tipo 4+4 (quattro anni di durata, rinnovabili per altri quattro) per non dover impiegare tempo e risorse in continui traslochi. “C’è questa deriva marcata verso affitti molto brevi, o per studenti, lavoratori fuori sede, dove il proprietario si sente più libero perché potenzialmente affitta un anno e poi l’appartamento è libero – continua Avonto –. La nostra percezione è che il problema non è solo legato alla tipologia di utenza, ma anche alla tipologia d'uso di lunga durata”.

Il Comune di Torino sta cercando di intervenire in questa situazione per quanto può, anche se “il problema è che non è una competenza comunale. Può, ad esempio, intervenire sulle aliquote dei canoni calmierati”. Però si è anche perso l’interesse verso le soluzioni a canone concordato o agevolato, privilegiando i numeri del mercato libero.

Val Camonica, un albergo dà nuove chance ai migranti

L’inaccessibile mercato milanese

A Milano la situazione è ancora peggiore a sentire le parole di Francesco Sdraiati, responsabile dell’area stranieri di Farsi prossimo onlus: “Se parliamo di mercato libero, quello della casa Milano è tendenzialmente inaccessibile per un progetto sociale”.

A questo si fa fronte grazie ad alcuni proprietari sensibili e soprattutto grazie al mondo della Caritas e delle parrocchie, con la possibilità che a volte qualcuno cambi idea, per esempio quando, alla morte di un proprietario, un immobile passa agli eredi.

Nel caso milanese quindi si delinea una situazione in cui l’accesso alle case è difficoltoso a prescindere dal pregiudizio, che però entra in gioco nei casi in cui gli appartamenti ci sono – soprattutto in alcuni condomini – con gli ospiti che spesso diventano dei capri espiatori: “Per esempio se è stata lasciata una bicicletta nel posto sbagliato o è stata fatta male la raccolta differenziata, il richiamo, chissà perché, arriva a noi”.

Le difficoltà nella Napoli assaltata dai turisti

"Per ogni struttura affittata c'è un referente di struttura che si occupa non solo dei beneficiari, ma di tenere buoni rapporti con i condomini o con il proprietario"Marianna Gotta - Responsabile progetti Sai per Medihopes

“Si è preferito convertire molti immobili in strutture ricettive, quindi B&B o simili. E poi c'è il problema, che ora si è acutizzato, delle persone che abiteranno questi alloggi, perché si parte dal presupposto che il beneficiario possa non essere accettato nei condomini, oppure possa lasciare la casa in condizioni non consone”. Marianna Gotta lavora alla cooperativa sociale Medihospes onlus di Napoli e ne è la responsabile per i progetti Sai (Sistema di accoglienza e integrazione) rivolti ai rifugiati. Nonostante la cooperativa sia un “colosso” dell’accoglienza in Italia, con decine di appalti vinti nell’anno passato in diverse grandi città, sembra incontrare difficoltà simili alle altre realtà più piccole.

Sul territorio di Napoli, in particolare nell’ultimo anno, c’è una grossa “emergenza abitativa”. Tuttavia, mentre la tendenza a formule di affitto di pochi anni o brevi per attrarre turisti è un fenomeno diffuso e generalizzato che colpisce tutte e tutti in modo abbastanza indistinto, la diffidenza nei confronti della tipologia degli ospiti è una peculiarità riservata alle persone rifugiate. Una diffidenza che però le cooperative cercano di far riconoscere come ingiustificata: “I progetti Sai si realizzano con il supporto di un'equipe multidisciplinare – spiega Gotta –. Per ogni struttura affittata c'è un referente di struttura che si occupa non solo dei beneficiari, ma di tenere buoni rapporti con i condomini o con il proprietario”. Inoltre, le case affittate vengono monitorate almeno tre volte l’anno dal Servizio centrale e sono sottoposte a limiti di ospiti a seconda delle caratteristiche: con un bagno solo, per esempio, possono essere accolti al massimo sei beneficiari.

Per far fronte a questo problema, una delle possibilità è l’intervento del comune, anche se non direttamente nelle trattative. Per esempio, Napoli sta “mettendo in campo azioni di sensibilizzazione per la popolazione”.

La situazione romana e la leva economica

A Roma, per le cooperative la situazione è differente, almeno in parte. La maggior parte di esse, infatti, ha ormai una rete consolidata di appartamenti per l’accoglienza diffusa in cui gli utenti vivono in semiautonomia durante il periodo a disposizione, racconta Valerio Tursi, presidente di Arci Solidarietà società cooperativa sociale: “Le difficoltà legate al tipo di utenti e agli affitti brevi le abbiamo trovate perché c'è un problema di pregiudizio molto marcato, sia rispetto alle imprese cooperative, sia per il tipo di persone che noi accogliamo”.

Tursi spiega che all’inizio del progetto c’è stata una effettiva fatica, che poi è stata superata grazie a (poche) persone solidali, grazie a circuiti di prossimità e, un po’ sorprendentemente, grazie ad alcune agenzie immobiliari che hanno iniziato a consigliare di affittare alle cooperative perché hanno compreso che “alla fine gestendo noi un progetto finanziato da fondi ministeriali da rendicontare, abbiamo un ‘rating’ più alto, anche se pare brutto da dire, di quello di un privato cittadino, che invece può incorrere molto più facilmente nella morosità”.

Nel contesto romano la leva economica, oltre alla garanzia di corretta manutenzione, è diventata per queste cooperative un elemento di mediazione, sebbene anche qui permanga la tendenza a previlegiare gli affitti brevi, soprattutto in quest’anno giubilare. Un momento in cui invece è emersa più solidarietà umana è stato allo scoppio della guerra in Ucraina, che ha prodotto moltissimi profughi, che però “erano bianchi”, sottolinea Valerio Tursi.

Accoglienza, le case degli afghani agli ucraini

Ma le problematiche che coinvolgono queste città in cosa si traducono? Per esempio, in una mancanza di posti per accogliere le persone rifugiate che ne avrebbero bisogno. O meglio, tutti i posti offerti dalle cooperative sono coperti dai fondi per il progetto Sai, ma gli operatori e le operatrici sanno che le città sono abitate anche da rifugiati che potrebbero, in teoria, rientrare nel progetto per i quali non c’è però posto all’interno delle strutture di accoglienza.

Allora si vanno a cercare strutture collettive che hanno un carattere emergenziale, come racconta Cristina Avonto del progetto Tenda: “Noi, ad esempio, abbiamo preso uno spazio industriale, l'abbiamo ristrutturato e reso adatto all’accoglienza. Così siamo riusciti a garantire una struttura abbastanza ampia per un numero di posti un po' più grande per queste persone”. Nel frattempo, le istituzioni e i comitati locali hanno iniziato a sensibilizzare, ma rimangono per ora azioni tampone.

La grande incertezza del dopo

Ciò che emerge però con chiarezza in tutte le città prese in considerazione sono le enormi difficoltà che i ragazzi incontrano nel trovare una casa in maniera autonoma una volta usciti dal progetto Sai, quando entra molto più in gioco il pregiudizio e il razzismo dei proprietari, che rifiutano di affittare nonostante un reddito dimostrabile e nonostante le cooperative stesse mettano in campo forme di sostegno: "Lo dico senza mezzi termini, c'è un pregiudizio razzista – afferma Tursi –. Poi anche la leva economica, che in qualche modo bypassa il pregiudizio, viene meno nel momento in cui effettivamente tu devi non solo affittare a una persona con background migratorio, ma che ha anche una capacità contrattuale e di solvibilità chiaramente più precaria – nonostante molti escano con un lavoro e un reddito dimostrabile – di quella di un'organizzazione medio grande che ha un bilancio con una visura. A questo si cerca di ovviare con tanta mediazione".

Mediazione che però spesso non basta, così come gli aiuti economici per pagare alcune mensilità. Questo è quindi un altro ostacolo che i ragazzi incontrano dopo quelli già affrontato dalle organizzazioni del terzo settore in precedenza.

Crediamo in un giornalismo di servizio di cittadine e cittadini, in notizie che non scadono il giorno dopo. Aiutaci a offrire un'informazione di qualità, sostieni lavialibera
  • Condividi

La rivista

2025-numero 31

È tempo di muoversi

NUMERO SPECIALE: Libera compie trent'anni e guarda avanti: l'impegno per l'affermazione della libertà contro ogni forma di potere mafioso è più che mai attuale

È tempo di muoversi
Vedi tutti i numeri

La newsletter de lavialibera

Ogni sabato la raccolta degli articoli della settimana, per non perdere neanche una notizia. 

Ogni prima domenica del mese un approfondimento speciale, per saperne di più e stupire gli amici al bar

Ogni terza domenica del mese, CapoMondi, la rassegna stampa estera a cura di Libera Internazionale