Foto Ufficio Stampa Greenpeace/Francesco Alesi/LaPresse09-03-2017 DISTRIBUTION FREE OF CHARGE – NOT FOR SALE
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Pfas, in Piemonte sospesa la legge regionale che proteggeva i fiumi

Una norma che era il vanto della giunta regionale, ma che non limita lo scarico di pfas in fognatura da parte dei siti industriali. Risultato: l'impossibilità per l'ente gestore dell'acqua pubblica, Smat, di rispettare i limiti nei tempi stabiliti. E legge sospesa

Laura Fazzini

Laura FazziniGiornalista

2 febbraio 2026

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Nel 2021, Regione Piemonte è stata la prima in Italia a emanare una legge (25/2021) per limitare lo sversamento in fiumi, canali e laghi dei composti pfas, gli “inquinanti eterni” ampiamente utilizzati nella vita quotidiana ma che provocano gravi danni alla salute. La legge, pensata per proteggere le acqua superficiali, era stata fortemente voluta da alcuni esponenti politici che chiedevano di frenare un inquinamento pericoloso e ormai diffuso ovunque nella regione. Una norma che la giunta di centro-destra di Alberto Cirio ha sempre pubblicizzato come forte risposta politica a una contaminazione che spaventa cittadini e associazioni ambientaliste. Una legge tanto sbandierata dal governatore, che porta però con sé diversi problemi di attuazione, tanto che la scorsa estate ne è stata decisa una brusca sospensione, con conseguenti danni ambientali. 

La norma che doveva proteggere i fiumi

In Piemonte l’inquinamento da Pfas è dovuto in gran parte allo scarico della multinazionale Syensqo Solvay, che dal 2002 utilizza e produce pfas nel polo chimico a Spinetta Marengo, a sud di Alessandria. Lo scarico dell’azienda finisce nel fiume Bormida, affluente del Po, dove fino a pochi anni fa si ritrovavano alcuni microgrammi per litro di alcuni composti, come il cancerogeno Pfoa e il suo sostituto cC6O4.
Entrata in vigore a ottobre 2021, la norma regionale limitava 20 pfas attraverso tre scalini temporali, dall’entrata in vigore ai 36 mesi successivi. Ogni scalino, di 12 mesi, dimezzava la quantità di pfas da scaricare, passando per esempio per il solo cC6O4 da 7 microgrammi per litro a 0,5 microgrammi. L’ultimo scalino era previsto per luglio 2025, quando in tutte le acque superficiali piemontesi si sarebbero potute scaricare solo poche centinaia di nanogrammi per litro di 20 pfas totali. 

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Il fatto è che la progressione nella riduzione di inquinanti prevista dalle legge regionale è stata tarata su Syensqo Solvay, senza tenere conto delle condizioni di decine di altri utilizzatori di pfas in regione, ugualmente destinatari dei provvedimenti. Uno tra tutti Smat, Gestore del Servizio Idrico integrato che si occupa dell’acqua potabile, delle fognature e della depurazione delle acque reflue urbane di oltre 300 comuni della città metropolitana di Torino. La tabella contenuta nella legge, con l’elenco delle sostanze, le quantità e i tempi di dimezzamento, è la stessa imposta dall’Agenzia per la protezione ambientale (Arpa) a Syensqo Solvay per il rilascio della sua autorizzazione integrata ambientale (Aia). Nella legge della giunta Cirio è infatti contenuta la stessa tabella di marcia prevista dal documento che consente alla ditta di Alessandria di produrre e utilizzare Pfas.

 

I quattro problemi della legge regionale sui pfas

Questo è il primo problema della legge di Cirio. Perché i milioni di investimenti Solvay, oltre 40 milioni in sistemi di abbattimento degli inquinanti, non sono alla portata di tutti gli altri destinatari della legge regionale e che hanno un peso e un responsabilità del tutto diversa rispetto a Solvay nel problema di inquinamento da Pfas della regione. Come risultato, a luglio 2025, allo scattare del terzo scalino, Smat ha iniziato a ricevere sanzioni da parte di Arpa Piemonte. Dai suoi depuratori infatti, uno tra tutti quello di San Mauro che è il più grande della Regione, escono Pfas oltre i limiti. Per cercare di risolvere il problema ed evitare di pagare le sanzioni, Smat ha quindi deciso di risalire la filiera di tutti i clienti che conferiscono al depuratore rifiuti liquidi contenenti Pfas, trovandone decine. Il Pfas che supera quasi sempre i limiti è il Pfos, considerato possibile cancerogeno dallo Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) e utilizzato ancora per deroga europea fino al 2025.

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E qui arriva il secondo problema della legge regionale. Nel decreto di Cirio, infatti, con l’entrata in vigore del terzo scalino temporale il Pfos subisce un drastico abbassamento del limite, chiedendo ai depuratori di non superare i 0,00065 microgrammi per litro. Un valore estremamente basso che Arpa aveva imposto a Solvay sapendo che la multinazionale non produceva quel composto e lo utilizzava poco. Questo limite è previsto da una direttiva europea (2013/39/UE) che tutela l’ambiente e impone Standard di Qualità Ambientale alla risorsa acqua. Una norma che modifica la direttiva quadro europea (2000/60/CE) recepita in Italia nel 2006. Ma quello che doveva essere uno Standard di Qualità Ambientale previsto per le acque superficiali, da rispettare sulla base di una media di campionamenti mensili, è stato invece applicato ai singoli controlli delle acque reflue. Con il risultato che un solo sforamento è sufficiente ad emettere una sanzione.

Per l’elaborazione del testo votato nel 2021 non si è tenuto conto dello stato attuale dei corsi d’acqua recettori e dei controlli agli scarichi effettuati. Né è stato messo in campo un supporto ai gestori del servizio idrico integrato per gestire le autorizzazioni degli scarichi in fognatura

E qui arriva il terzo problema della legge di Cirio. Per l’elaborazione del testo votato nel 2021 non è stato effettuato un riesame dell’adeguatezza e dell’efficacia dei limiti agli scarichi urbani tenendo conto dello stato dei corsi d’acqua recettori e dei controlli agli scarichi effettuati. Né è stato messo in campo un supporto ai Gestori del Servizio Idrico Integrato per gestire le autorizzazioni degli scarichi in fognatura, in particolare per le piattaforme di trattamento rifiuti contenenti pfas. Le legge quindi è rimasta monca di tutti gli strumenti necessari per consentire un’attuazione adeguata.

Ecco allora il quarto e più pericoloso problema della legge. Nella legge infatti non viene imposto un limite, o un criterio per definirlo, per gli scarichi dei siti industriali in fognatura. Scarichi che finiscono tutti nei depuratori Smat. Senza limiti in fognatura, il solo a dover sottostare ai limiti è quindi l’ultimo anello della filiera dell’acqua, l’ente gestore dell’acqua pubblica. Secondo le ricostruzioni di Rita Binetti, responsabile del laboratorio analisi di Smat, nel 2025 i depuratori della società hanno riscontrato quantità considerevoli di Pfas: nello scarico di una società che tratta rifiuti nel torinese sono stati riscontrati fino a 28 microgrammi per litro di solo cC6O4, prodotto esclusivo di Syensqo Solvay.

Chi scarica pfas nelle fogne?

Nelle sue indagini sulle società private che scaricano alte quantità di pfas nelle fogne, Smat ha individuato tre società. Una di queste è il gruppo Marazzato, che gestisce uno dei siti di trattamento rifiuti più grossi della regione, nel comune di Villastellone. Nel suo scarico, che finisce nella fognatura di Smat, entrano mensilmente 10 microgrammi per litro del rifiuto 190703, un codice che identifica percolato proveniente da discariche. Le analisi di questo percolato, indicano la presenza di tre pfas: Pfos, 6:2 FTS e cC6O4. Se i primi due sono Pfas storici utilizzati da decine di società, il terzo è prodotto esclusivamente da Syensqo Solvay. Che vive ad oltre 80 chilometri di distanza. 

Il gruppo Marazzato non è tenuto a sottostare alla legge regionale sui pfas, perché scarica in fognatura e non nei fiumi, ma ha deciso comunque di implementare il sistema di abbattimento di questi composti, ospitando per 6 mesi un progetto pilota dell’università del Piemonte Orientale, capace di catturare i Pfas dei percolati in una schiuma. La schiuma piena di Pfas finisce all’estero e viene bruciata. Non esiste infatti altro modo per rompere la catena fluoro carbonio. Un progetto che quindi sposta il problema all’estero.

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Un viaggio transfrontaliero di sostanze pericolose denunciato dal presidente dell’Autorità Rifiuti Piemonte, Paolo Foietta. “Se il Piemonte è l'unico che limita i pfas negli scarichi è evidente che le vittime di questi limiti, soprattutto per il Pfos, andranno in Lombardia dove non c’è normativa. Noi abbiamo chiesto direttamente al Ministro Picchetto Fratin di imporre una legge ma finora non c’è stata risposta” spiega l’architetto. L’autorità ha stilato un elenco delle discariche che producono percolati con limiti superiori a quelli imposti da Cirio. Molti gestori idrici infatti hanno bloccato la ricezione di questi prodotti per non incorrere in sanzioni e le discariche hanno iniziato a portali in Emilia Romagna o Lombardia. “Bastava evitare di imporre limiti così bassi per il Pfos, lasciando attiva la legge per tutti gli altri e ascoltare le voci di chi deve gestire questi composti così difficili” spiega ancora Foietta.

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Regione Veneto nel 2016 ha imposto a ogni società che gestisce discariche, tratta rifiuti e depura le acque dei limiti ad hoc per ogni sito. Sia per le fognature che per il percolato. Regione Veneto non ha mai ricevuto richieste di collaborazione dalla Regione Piemonte. Angelo Robotto, direttore del dipartimento Ambiente della Regione, tra gli artefici della legge del 2021 e adesso della sua sospensione, dopo le proteste di Smat e dell’autorità Rifiuti Piemonte, ha rimandato al futuro, tra alcuni mesi, la nostra richiesta di intervista. Così come la società General Fusti, una delle tre per le quali sono stati rilevati più alti valori di cC6O4 nella sua fognatura di Torino. La ditta smaltisce il percolato prodotto dalla discarica Baricalla, nel comune di Collegno. Percolato al cui interno Arpa Piemonte nel 2023 aveva trovato 282 microgrammi per litro di cC6O4. Fino al 2028 tutte queste sostanze potranno essere scaricate a valori molto più alti di quelli veneti.

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