Presidio degli attivisti no pfas davanti al tribunale di Alessandria
Presidio degli attivisti no pfas davanti al tribunale di Alessandria

Processo pfas ad Alessandria, chi resiste ai soldi di Syensqo Solvay

La multinazionale chimica ha già pagato risarcimenti per 1 milione di euro e delle 300 parti civili che si erano costituite nel 2024 oggi ne rimangono soltanto 13. Gli imputati sono due ex dirigenti, accusati di disastro ambientale colposo nello stabilimento di Spinetta Marengo

Laura Fazzini

Laura FazziniGiornalista

16 marzo 2026

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Al processo pfas in corso ad Alessandria – che vede imputati due ex dirigenti della multinazionale Syensqo Solvay di Spinetta Marengo, Stefano Bigini e Andrea Diotto, accusati di disastro ambientale colposo – salta all’occhio un dato: delle 300 parti civili che si erano costituite nel 2024 oggi ne rimangono soltanto 13. La maggior parte, fra cui i comuni di Alessandria e Montecastello e le due associazioni ambientaliste ProNatura e Medicina Democratica, ha accettato i risarcimenti offerti dai legali della multinazionale belga Carlo Alleva e Riccardo Lucev, che al momento ammontano a 1 milione di euro, uscendo così dal processo.

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ProNatura è stata la prima a dire sì alla proposta di Syensqo Solvay, seguita alcuni mesi dopo da Medicina Democratica, che in Veneto, al processo contro l’industria Miteni (condannata per disastro ambientale doloso da sostanze pfas) si era invece battuta con fermezza contribuendo alla condanna di 14 imputati, tra cui due ex dirigenti di Solvay di Spinetta Marengo.

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Ad Alessandria, tra le parti civili che resistono figurano il Wwf, firmatario dell’esposto che nel 2020 ha dato avvio alle indagini, Legambiente nazionale e la sua sede Ovadese, e la Camera del lavoro. Insieme a loro, una decina di privati cittadini, tra cui Viola Cereda, che negli ultimi anni è stata l’anima della lotta ambientale portando avanti la battaglia di suo padre, Gianfranco Cereda, morto lo scorso giugno a causa di un tumore. In aula non c’è purtroppo lo storico assessore all’Ambiente di Alessandria Claudio Lombardi, deceduto lo scorso ottobre. Nel 2017 fu lui a promuovere due studi di mortalità e morbilità che dimostrarono come alcune malattie siano più diffuse tra le persone che risiedono nei pressi dello stabilimento chimico. Il processo si celebra senza il suo più capace e intelligente promotore.

Trattative in corso

Durante l’udienza preliminare del 12 marzo, l’avvocato Riccardo Lucev ha chiesto alla gup Arianna Ciavattini altro tempo per discutere con i propri clienti il possibile patteggiamento, ma la risposta della giudice è stata perentoria: “Avete avuto quarant’anni per risanare la zona, avete avuto oltre un anno per patteggiare e adesso mi chiedete ancora tempo? Io devo giudicare cosa è successo tra il 2015 e il 2023, tra la condanna del primo processo e la chiusura delle indagini di questo in corso, non mi interessa quello che farete nel futuro”.

“Avete avuto quarant’anni per risanare la zona, avete avuto oltre un anno per patteggiare e adesso mi chiedete ancora tempo?", ha detto la gup rivolgendosi ai legali difensori

In precedenza, avevano preso la parola gli avvocati del ministero dell’Ambiente (Mase) e della Regione Piemonte. Il Ministero, in particolare, è il principale portatore d’interesse del processo nonché l’unico che può imporre la bonifica del sito produttivo. Secondo l’avvocata del Mase Alessandra Simone, la trattativa aperta con la multinazionale, iniziata il 2 settembre 2025 senza nessuna relazione ufficiale presentata in parlamento, dimostrerebbe un atteggiamento attivo da parte della ditta.

L’avvocata ha elencato le azioni di bonifica e manutenzione dei 50 chilometri di tubature sotterranee che da decenni hanno delle perdite, interventi indicati nella relazione realizzata da Ispra e depositata in udienza. Azioni che già erano state richieste nel primo processo (chiuso con la condanna del 2019) dalle parti civili e che sono ora oggetto del rinnovo dell’autorizzazione integrata ambientale in mano alla provincia di Alessandria.

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Il sito di Spinetta Marengo è ancora in attesa di ottenere la nuova autorizzazione, obbligatoria per continuare a produrre e utilizzare le 30 sostanze chimiche presenti nel polo. Un iter autorizzativo avviato nel 2019 e non ancora concluso, che prevede tra le altre cose la manutenzione degli impianti e il divieto di emettere in ambiente sostanze pericolose come i pfas. I piani attuali e futuro della multinazionale sono stati presentati dall’avvocato Alleva, che ha informato la gup dei 36 milioni stimati per la bonifica dell’acqua di falda sottostante il sito.

Il legale, inoltre, si è soffermato sulla dismissione dei composti pfas entro il 2026, in special modo del fermo di produzione del composto cC6O4, utilizzato per ottenere l’Aquivion, ultimo prodotto di marca Syensqo, finanziato per 3 milioni dal ministero delle Imprese e del Made in Italy.

La voce degli attivisti

“Immagino un domani in cui il nostro territorio sia completamente risanato, un luogo in equilibrio con la natura, dove l’ambiente sia pulito e le persone possano vivere con dignità e sicurezza”. Così Nicoletta Mensi, attivista del movimento ambientalista Ce l’ho nel sangue, un gruppo di associazioni e singoli che denunciano la presenza nel sangue degli inquinanti eterni prodotti e utilizzati da Syensqo.

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Gli attivisti si sono ritrovati con alcuni striscioni nella piazzetta davanti al tribunale, dove dopo circa due ore sono stati raggiunti da Viola Cereda: “E’ chiaro che il comportamento del Ministero e della Regione non ci soddisfa, vogliamo la bonifica integrale del sito, non promesse sul futuro”. Per Michela Sericano, tra le poche ad aver rispedito al mittente la proposta di risarcimento, “la giudice ha spiegato che non deve giudicare sul futuro ma su quanto è successo in quei ultimi dieci anni. Chiediamo che le sostanze pericolose non escano più dal sito, ora”.

“Immagino un domani in cui il nostro territorio sia completamente risanato, un luogo in equilibrio con la natura, dove l’ambiente sia pulito e le persone possano vivere con dignità e sicurezza”, dice l'attivista Nicoletta Mensi

La consigliera regionale di AVS Alice Ravinale ha concluso: “La Regione ha iniziato la trattativa con la multinazionale un anno fa, ma non ha mai risposto in aula alle nostre richieste di trasparenza e informazione. Chiediamo che la politica tuteli la salute dei cittadini e non i privati che hanno danneggiato questo territorio negli ultimi cento anni”.

Appuntamento a giugno

Nel 2023 il giudice per le indagini preliminari Andrea Perelli ha chiesto il rinvio a giudizio di Stefano Bigini e Andrea Diotto, ex direttori dello stabilimento da 130 ettari che dagli anni Ottanti utilizza il cancerogeno pfoa come intermediario per produrre composti fluorurati da vendere all’industria delle armi e delle nuove tecnologie tra Italia e resto del mondo.

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Il pfoa è solo uno dei tanti composti che appartengono alla famiglia dei pfas, sostanze chimiche prodotte e utilizzate da oltre quarant’anni nel polo chimico alessandrino, e da vent’anni ritrovate nelle acque, nei suoli e nell’aria che si respira in città. Sostanze che l’ex premier Mario Draghi ritiene “indispensabili” per resistere alla competizione con i paesi forti come la Cina, dove questi composti non sono vietati.

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Sostanze prodotte in Italia da Syensqo Solvay, ma sotto richiesta di divieto europeo da parte di cinque stati europei, non dall’Italia. Stefano Bigini, direttore tra il 2008 e il 2018, e il suo successore Andrea Diotto, che è stato direttore dal 2018  fino a due giorni prima della richiesta di rinvio a giudizio, sono accusati di non aver risanato la pregressa contaminazione da sostanze storiche, per cui la società è stata condannata nel 2019, nonché per non avere contenuto il rilascio di contaminanti pfas nella falda e nei terreni sottostanti al sito, compromettendo la già fragile situazione ambientale. I due direttori, volti storici del colosso Solvay, nel frattempo sono stati trasferiti a Rosignano Solvay e nel centro di ricerche milanese di Bollate.

La prossima udienza è stata fissata al 3 giugno, data in cui la giudice Ciavattini conta di chiudere la fase preliminare e decidere se rinviare o meno a giudizio i due ex direttori.

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