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24 febbraio 2026
“Vi supplico, per favore: identificate i corpi che state trovando. Fate qualcosa per i nostri fratelli e sorelle scomparsi”. A parlare, in un video rivolto al governo italiano e condiviso dalla pagina Instagram Refugees in Libya, è Ibrahim Semeka, giovane della Sierra Leone. Si trova a Sfax, città portuale tunisina da cui, il 18 gennaio scorso, suo fratello e sua sorella, di 19 e 24 anni, si sono imbarcati per poi sparire.
Con tutta probabilità sono tra le vittime dell’altra catastrofe causata dal passaggio del ciclone Harry, quella meno raccontata: oltre a devastare le nostre coste, la tempesta avrebbe rovesciato più di dieci imbarcazioni partite dalle coste tunisine tra il 14 e il 21 gennaio con almeno un migliaio di persone a bordo, secondo quanto ricostruito dalle ong. Solo di alcuni, negli scorsi giorni, il mare ha restituito i corpi: sono 15 le salme – o ciò che ne rimane – rinvenute sulle spiagge di Sicilia e Calabria.
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Come Ibrahim, centinaia di famiglie dall’altra parte del Mediterraneo temono che i propri cari siano tra le vittime, ma non ne avranno la certezza finché i corpi non saranno trovati e identificati – cosa che avviene in rarissimi casi. Per questo, l’associazione Mem.med (Memoria mediterranea), Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione), Mediterranea e Alarm Phone hanno chiesto alle autorità nazionali e locali competenti “che siano attivate nell’immediatezza tutte le procedure necessarie a garantire anche a distanza di tempo la possibilità di poter restituire un'identità alle vittime”, che costituisce "un atto di civiltà giuridica dovuto a chiunque perda la vita attraversando le frontiere". Appello, per ora, rimasto senza risposta.
"Al fine di restituire un’identità ed una storia alle persone scomparse e dare risposte certe alle famiglie in attesa abbiamo sollecitato l’adozione di procedure rigorose e coordinate. Il riconoscimento ufficiale è un atto di civiltà giuridica dovuto a chiunque perda la vita attraversando le frontiere"Mem.Med, Asgi, Mediterranea e Alarm Phone
“Abbiamo ricevuto diverse richieste d’aiuto da parte di familiari che cercano notizie dei cari dispersi – racconta Silvia Di Meo, presidente di Mem.Med –. Le segnalazioni riguardano giovani uomini e donne da Camerun, Guinea, Costa d’Avorio e Gambia partiti in quei giorni da Sfax, oltre a un gruppo di algerini”. A nome di alcune di queste famiglie, l’avvocata Serena Romano, di Mem.Med, ha inviato alle autorità competenti la richiesta di dare seguito alle procedure di identificazione: “Ha risposto soltanto la capitaneria di Siracusa dicendo che non ha informazioni utili”, dice a lavialibera.
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In parallelo, le quattro organizzazioni hanno inviato al ministero degli Esteri, al Commissario straordinario del governo alle persone scomparse, alla Croce rossa italiana, alle procure, alle prefetture e ai comuni di Sicilia e Calabria in cui sono stati trovati i corpi lettere in cui si chiede che, per le salme già rinvenute e quelle che dovessero esserlo nei prossimi giorni, venga disposto il prelievo del campione del dna, la raccolta delle impronte digitali e la compilazione della scheda post-portem con le informazioni utili all’identificazione. “Purtroppo non sempre le autorità agiscono in questo modo – spiega Romano –. Sappiamo di casi anche recenti in cui i corpi rinvenuti dopo i naufragi sono stati seppelliti senza alcun prelievo”.
"Bisognerebbe creare un’istituzione ad hoc, ma non c’è nessuna volontà politica, anzi si cerca di invisibilizzare le morti in mare"Serena Romano - Mem.Med
L’appello chiede anche di inserire i dati nel Registro nazionale dei cadaveri non identificati, dal quale – come abbiamo già raccontato – sono escluse da anni le schede relative ai corpi “connessi al fenomeno migratorio”, di cui il Commissario alle persone scomparse non ritiene di essere competente. Alla Farnesina, poi, si chiede di definire e comunicare “modalità attraverso cui i familiari residenti nei Paesi di origine o in altri Stati possano effettuare il prelievo comparativo del dna” inviando campioni, attività di cui si sono sempre fatte carico – con mezzi limitati – la Croce rossa e altre organizzazioni non governative. “Bisognerebbe creare un’istituzione ad hoc prendendo atto del fatto che i naufragi sono purtroppo fenomeni strutturali, non eccezionali– continua Romano –. Ma non c’è nessuna volontà politica, anzi si cerca di invisibilizzare le morti in mare”.
Concorda Di Meo: “Non è solo il ciclone Harry: da mesi riceviamo numerosissime segnalazioni di sparizioni in mare, sintomo da una parte dell’aumento delle violenze in Tunisia, che spingono sempre più persone a partire, e dall’altra dei sempre maggiori ostacoli che incontrano le ong che fanno ricerca e soccorso. Stiamo normalizzando le stragi in mare”.
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