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11 marzo 2026
Alle porte di San Sebastiano da Po, a una trentina di chilometri da Torino, si trova Cascina Caccia, un bene confiscato alla criminalità organizzata divenuto presidio dell’antimafia sociale. La struttura è appartenuta a una delle più note famiglie di ’ndrangheta del Piemonte – i Belfiore – e per anni ha rappresentato uno dei simboli del potere mafioso che negli anni Ottanta e Novanta si è arricchito con il traffico di droga, l’usura, i sequestri di persona, le scommesse clandestine e il gioco illegale.
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Oggi la cascina porta il nome del procuratore capo di Torino Bruno Caccia – ucciso a Torino il 26 giugno 1983 su ordine di Domenico Belfiore, giudicato il mandante dell'omicidio e per questo condannato all’ergastolo nel 1993 – e di sua moglie Carla Ferrari, morta nel 2008 senza aver mai conosciuto il nome dell’esecutore materiale dell’omicidio, il panettiere Rocco Schirripa, arrestato nel 2015 e anche lui definitivamente condannato all’ergastolo nel 2020.
La confisca definitiva di Cascina Caccia risale al 2007, al termine di un lungo iter avviato nel 1996 dopo l’arresto per narcotraffico, avvenuto due anni prima, di Salvatore “Sasà” Belfiore, fratello minore di Domenico, condannato con l’aggravante dell’associazione mafiosa. Undici anni, dal ’96 al 2007, durante i quali i Belfiore hanno continuato a risiedere all’interno della struttura.
La confisca definitiva risale al 2007, al termine di un lungo iter avviato nel 1996 dopo l'arresto di Salvatore "Sasà" Belfiore
“Dopo il decreto di confisca – racconta Andrea Turturro, coreferente di Libera Piemonte – i Belfiore cercarono in tutti i modi di non lasciare la cascina. Il capofamiglia, Vincenzo, promosse due raccolte firme per convincere i residenti di San Sebastiano che quella era un’ingiustizia. Alcuni giornali locali pubblicarono anche degli articoli che peroravano la causa dei Belfiore. Misero in giro voci del tipo ‘ci vogliono sbattere fuori casa per fare la comunità dei drogati del Gruppo Abele’ e, in effetti, giocando sulla paura delle persone la prima raccolta firme fu un successo. Poco dopo si scoprì, però, che molti erano stati minacciati e costretti a firmare, tant’è che la seconda raccolta firme si rivelò un flop”.

La situazione si sbloccò nel 2004 grazie a un tavolo interforze avviato dall’amministrazione comunale di San Sebastiano, fortemente voluto dalla sindaca Paola Cunetta, che diede finalmente avvio alle procedure di sgombero del bene. “A quel punto i Belfiore dovettero andarsene – continua Turturro – ma prima di lasciare la proprietà lasciarono il segno del loro disappunto. Strapparono i cavi dai muri, distrussero la scala che conduce all’ultimo piano e il fienile, misero la calce nelle tubature, bruciarono la cantina, riempirono i terreni di immondizia. La cascina era un bene pronto da abitare, dopo la devastazione ci volle del tempo per renderlo di nuovo agibile”.
I Belfiore cercarono in tutti i modi di non lasciare la cascina, promuovendo due raccolte firme e rilasciando ai giornali locali dichiarazioni che peroravano la loro causa
A seguito dello sgombero, i Belfiore lasciarono San Sebastiano: alcuni si trasferirono nella vicina Casalborgone e vivono ancora li, altri si spostarono a Chivasso e Settimo Torinese. Da allora la cascina non è mai stata abbandonata. “Ricordo che i primi vivevano in un camper senza acqua calda, era necessario mandare un messaggio, come a dire ‘noi ci saremo sempre’. Grazie alle donazioni e al lavoro dei volontari, il bene fu sistemato e reso di nuovo agibile.
L’inaugurazione avvenne il 12 luglio 2008 e fu un grande giorno per la comunità. “Il paese – continua Turturro – reagì bene anche perché le persone capirono che il bene sarebbe stato gestito da ragazze e ragazzi. Inoltre, c’è sempre stato un bellissimo rapporto con le amministrazioni comunali”.
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La struttura sottratta ai Belfiore fu assegnata al Gruppo Abele, che affidò la gestione all’associazione torinese Acmos. “Cascina Caccia – dice Turturro – è l’unico bene in Italia in cui c’è vita di comunità e oggi vi risiedono cinque persone. Il sito è frequentato da scuole, scout, organizziamo i campi estivi di Libera. Una parte è stata invece affidata alla cooperativa Nanà, che si occupa del Cas – il Centro di accoglienza straordinaria che ospita richiedenti asilo – e, separatamente, gestisce la gastronomia e gli eventi, anche privati (compleanni, matrimoni, ecc). La stessa cooperativa si occupa anche della produzione del miele, dello zafferano e delle nocciole”.
Cascina Caccia è disposta su tre piani e si sviluppa su una superficie di 850 metri quadrati. Al piano terra vi sono la cucina e il salone, al primo piano le stanze per il pernottamento dei gruppi. Al piano secondo spicca il murales realizzato nel 2013 dall’artista cuneese Gec, che raffigura dei pugni alzati, uno dei quali stringe gli occhiali neri che usava indossare Caccia.

I ricordi del procuratore continuano all’ingresso, con le fotografie donate dalla famiglia, mentre in cantina una mostra realizzata in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, presenta alcuni pannelli che riportano delle testimonianze sul magistrato. Oggi Cascina Caccia, proprio come aveva auspicato Luigi Ciotti il giorno dell’inaugurazione, è “una casa aperta a tutti” e non più “quattro mura in cui fare i propri affari”. Un progetto che funziona e va replicato.
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