Monteroni d'Arbia, 26 giugno 2025. La tenuta di Suvignano. Foto di M. Panzarella
Monteroni d'Arbia, 26 giugno 2025. La tenuta di Suvignano. Foto di M. Panzarella

Beni confiscati: la tenuta di Suvignano, simbolo di legalità nel nome di Giovanni Falcone

Nel 1983 il giudice antimafia ordinò il sequestro della proprietà di Vincenzo Piazza, imprenditore ritenuto vicino a Cosa Nostra, ma solo nel 2007 il bene è passato definitivamente nelle mani dello Stato. Nel 2013 una grande marcia promossa da Libera, enti del territorio e altre associazioni ha evitato la vendita al miglior offerente e oggi, sotto la gestione della regione Toscana, la tenuta è aperta alla collettività

Marco Panzarella

Marco PanzarellaRedattore lavialibera

28 gennaio 2026

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L'8 settembre 2013 è una data da ricordare. Quel giorno – era una domenica – il comune di Monteroni d'Arbia, la provincia di Siena, la regione Toscana, LiberaArci marciarono in corteo per bloccare la vendita all'asta della tenuta di Suvignano, il più grande bene del centro Italia confiscato alla criminalità organizzata. La mobilitazione riuscì nel suo intento e nel 2019 la tenuta è passata definitivamente nelle mani della Regione, che oggi gestisce il sito attraverso l'Ente terre regionali toscane

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"A quella grande manifestazione chiamata 'Riprendiamoci Suvignano' partecipò anche Franco La Torre, figlio di Pio, promotore della legge che nel 1982 introdusse nel codice penale il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso e i sequestri e le confische per i condannati – racconta Giulia Bartolini, coordinatrice di Libera Toscana –. Fu un grande successo e si evitò che l'Agenzia nazionale per i beni confiscati mettesse in vendita un luogo che nel frattempo era divenuto simbolo della lotta alla mafia".

Alla grande marcia del 2013 partecipò anche Franco La Torre, figlio di Pio, promotore de la legge che nell'82 introdusse il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso e i sequestri e le confische per i condannati

Oggi il complesso, che si estende nei territori di Monteroni d’Arbia e Murlo, occupa una superficie di circa 650 ettari, 250 dei quali coltivati a grano duro e tenero (c'è l'intenzione di recuperare anche le colture di cereali antichi e autoctoni toscani), leguminose da granella, girasole e prato di erba medica. Inoltre, sono presenti maiali di razza cinta senese, pecore, asini e cavalli che pascolano liberamente tra i campi. Le due ville coloniche sono invece adibite ad agriturismo, mentre un ostello inaugurato nel 2024 offre ospitalità a prezzi più contenuti.

Dal sequstro all'assegnazione: un iter lungo 36 anni

La storia della tenuta affonda le radici nel Medioevo e nel corso dei secoli la proprietà è passata più volte di mano tra le famiglie nobiliari toscane. Tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli Ottanta fu acquistata da Vincenzo Piazza, imprenditore palermitano dell'immobiliare e consuocero di Francesco Zummo, anch'egli imprenditore, ritenuto vicino all'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, uno degli artefici del Sacco di Palermo, l'operazione politico-mafiosa che con un'edilizia incontrollata deturpò irreparabilmente l'immagine del capoluogo siciliano.

Tra la fine degli anni '70 e l'iniizo degli '80 la tenuta venne acquistata dall'imprenditore Vincenzo Piazza, consuocero di Francesco Zummo, ritenuto vicino all'ex sindaco Vito Ciancimino, uno degli artefici del Sacco di Palermo

Nel 1983 il giudice Giovanni Falcone chiese e ottenne nei confronti di Piazza il sequestro preventivo della tenuta, che passerà definitivamente nelle mani dello Stato soltanto nel 2007, anche se ci vorranno altri dodici anni per l'assegnazione alla Regione Toscana. Oggi è l'Ente terre regionali che gestisce il bene attraverso la Suvignano srl, società esistente ai tempi di Piazza e tuttora in vita (la sede legale si trova ancora a Palermo), seppure dal 2018 le quote confiscate dell'intero capitale sociale siano state trasferite all'Ente terre regionali toscane. L'amministratore unico è Giovanni Mottura, che fino al 2025 ha ricoperto un ruolo analogo all'Atac, la società che gestisce i trasporti pubblici a Roma.

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"In questa storia l'impegno di Libera e delle altre associazioni – dice Bartolini – è sempre stato quello di custodire la memoria di un luogo che riteniamo simbolico, non a caso insieme ad altre associazioni scegliamo Suvignano per organizzare gite, campi estivi, corsi di formazione. D'altronde la tenuta si chiama 'aperta' ed è un bene che mantenga una forte vocazione sociale".

L'appello inascoltato al governo

La tenuta, si diceva, dal 2019 è sotto il controllo dell'Ente terre regionali toscane diretto da Giovanni Sordi, che sentito da lavialibera  spiega: "La storia di questo luogo è molto particolare. Qualcuno potrebbe chiedersi come mai un personaggio come Piazza decise di investire il suo denaro in provincia di Siena, ma la scelta non deve stupire perché da queste parti c'era molta ricchezza e Cosa Nostra sapeva benissimo dove fare i suoi affari. Piazza è ricordato come un personaggio che 'dava' a tutti, ma nessuno sapeva da dove arrivassero quei soldi. Le inchieste successive dimostrarono che Suvignano, come tanti altri luoghi controllati dalla mafia, era una sorta di lavatrice, utile a riciclare il denaro di provenienza illecita".

"Le inchieste dimostrarono che Suvignano era una sorta di lavatrice, utile a riciclare il denaro di provenienza illecita", spiega Giovanni Sordi

"Purtroppo durante il suo soggiorno – continua Sordi – Piazza decise di utilizzare del cemento armato per eseguire opere che danneggiarono le antiche strutture del 1300. Oggi servirebbero milioni di euro per rimettere tutto a posto, ma i bilanci non possono pesare sui cittadini e non siamo nelle condizioni di sostenere in autonomia una ristrutturazione. Per la tenuta la Regione ha speso quasi 2 milioni di euro, servirebbe che anche lo Stato ci aiutasse. Purtroppo, però, non sembra che l’attuale governo sia disposto a concedere finanziamenti".

L'oliveta della legalità

Tra speranze disattese e la perenne difficoltà di far quadrare i conti, nuove iniziative vedono la luce. L'ultima in ordine di tempo è l'Oliveta della legalità, nata dopo la pubblicazione di un bando regionale per coltivare gli antichi ulivi della tenuta. Ad aggiudicarsi la gestione del terreno (dietro un corrispettivo in denaro pari a 2mila euro e la cessione del 20 per cento dell'olio alla proprietà), è stata la cooperativa sociale agricola Il Santo, che per la stesura del progetto ha potuto contare sull'apporto di Libera Toscana, che offre un supporto nel processo di selezione dei volontari, i quali nel periodo della raccolta (tra ottobre e novembre) arrivano da tutta la Toscana per offrire il loro contributo.

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"Abbiamo anche organizzato un contest per scegliere il logo dell’olio, che si chiama l'Evo ed è già in vendita nelle botteghe di Libera in Toscana", sottolinea Bartolini, che conclude. "Non abbiamo mai smesso di monitorare Suvignano. Dopo averne scongiurato la vendita, la sfida è stata evitare che diventasse esclusivamente un luogo turistico svuotato di senso. Crediamo sia importante raccontare, esserci e tramandare alle generazioni future questa storia di legalità".

 


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