
Comunità educanti in cerca di futuro



14 gennaio 2026
La cooperativa Placido Rizzotto di San Giuseppe Jato (Palermo) è stata la prima concreta applicazione del progetto Libera Terra – promosso da Libera in collaborazione con la prefettura di Palermo e il Consorzio di comuni sviluppo e legalità – finalizzato al riutilizzo a fini sociali delle terre confiscate alla mafia.
Questo racconto inaugura una serie di appuntamenti che nel corso dell'anno accompagneranno i lettori de lavialibera alla scoperta di alcuni beni confiscati alla criminalità organizzata, oggi divenuti presidi di legalità.
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Intitolata al sindacalista corleonese ucciso nel 1948 da Cosa nostra per il suo impegno a favore dei contadini, la cooperativa Placido Rizzotto è nata nel novembre del 2001 segnando una svolta epocale in un territorio dove la mafia spadroneggiava da decenni. Nell’Alto Belice corleonese erano nati e cresciuti, imponendosi con la forza della violenza, mafiosi eccellenti fra cui Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Bernardo Brusca, ed è proprio a questi “uomini d’onore” che appartenevano gli appezzamenti agricoli oggi gestiti dalla cooperativa: circa 200 ettari (altri terreni si trovano in provincia di Caltanissetta e nella zona di Castelvetrano) dove si coltivano in regime di agricoltura biologica grano, legumi (ceci e lenticchie), pomodori, uliveti, vigne e anche un mandorleto.
In circa 200 ettari si coltivano in regime di agricoltura biologica grano, legumi e pomodori. Ci sono poi uliveti, vigne e anche un mandorleto
Enrico Fontana, già coordinatore nazionale di Libera e presidente del consorzio Libera Terra Mediterraneo, quando era componente della segreteria nazionale di Legambiente seguì da vicino la nascita della cooperativa. "In quegli anni a Palermo il prefetto era Renato Profili, un uomo determinato e concreto che avevo conosciuto nel 1995 quando entrambi ci stavamo occupando di questioni legate ai rifiuti. Nel 2000 mi chiamò per raccontarmi di questi ettari di terreno confiscati a Cosa nostra nella zona dell'Alto Belice corleonese, un'area della Sicilia molto suggestiva ma anche difficile, feudo della mafia corleonese. Mi spiegò che si stava valutando di seminare i campi a grano, trebbiare, vendere e donare il ricavato a un'associazione, ma questa soluzione non lo convinceva. Pensammo allora di costruire qualcosa di più duraturo, un percorso che avrebbe valorizzato il prodotto finale, la pasta biologica fatta con il grano coltivato nelle terre confiscate ai mafiosi. Un progetto di impresa, capace di sostenersi e sopravvivere nel tempo".
"Pensammo di costruire qualcosa di più duraturo, un percorso che avrebbe valorizzato il prodotto finale, la pasta biologica fatta con il grano coltivato nelle terre confiscate ai mafiosi", ricorda Enrico Fontana
Una sfida impegnativa nello stesso territorio dove in quegli anni era latitante Bernardo Provenzano, arrestato a Corleone nel 2006. "Tra l'altro – continua Fontana – i terreni erano abbandonati e incolti e quindi andavano sistemati. Prima però bisognava pensare al criterio di assegnazione, cercando di evitare qualsiasi formula che potesse gettare ombre sul progetto. Si pensò allora a un bando pubblico destinato ai giovani disoccupati del territorio. La selezione cominciò nel luglio del 2001 e la risposta fu sorprendente: arrivarono 150 domande, le audizioni durarono giorni e alla fine furono scelti 15 giovani".
Costituita la cooperativa, i problemi non tardarono ad arrivare. "Non si trovava un trattore in tutta la provincia di Palermo – ricorda Fontana – e per le prime arature servirono i mezzi messi a disposizione dall'Ente di sviluppo agricolo (Esa) siciliano. Una volta seminato il grano, ci furono ripetuti tentativi di ostacolare le operazioni, soprattutto a Corleone, dove i mafiosi mandavano il gregge a pascolare proprio nei campi coltivati. Ricordo poi che il giorno della trebbiatura non si trovava l’autista della trebbiatrice".
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Al netto di questi incidenti le cose andarono piuttosto bene, merito dell'eccezionale amalgama che si venne a creare tra le parti in gioco: prefettura, Consorzio sviluppo e legalità, Libera, Legambiente, Legacoop, i giovani del territorio. Tutti remarono nella stessa direzione, spinti da una reale voglia di cambiamento. La Coop arrivò perfino a pagare i prodotti di Libera Terra ancor prima di riceverli sugli scaffali.
Tutti remarono nella stessa direzione. La Coop arrivò a pagare i prodotti di Libera Terra ancor prima di riceverli sugli scaffali
A certificare la bontà dell'iniziativa, nel 2013, è stato il Consiglio d’Europa, che attraverso la Convenzione europea del paesaggio ha conferito una menzione speciale al progetto di rinascita dell’Alto Belice Corleonese, ponendo l'accento sui valori civici, economici e culturali derivanti dal recupero di terreni confiscati alla mafia. Un simbolo di partecipazione democratica e rigenerazione sociale.
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"La cooperativa Placido Rizzotto – conclude Fontana – è un progetto vincente realizzato in un mercato come quello agroalimentare italiano che soffre di fenomeni di illegalità diffusa. Una storia così non sta in piedi venticinque anni se non può contare su radici solide. Ma il vero successo è stato cambiare la storia di quelle terre e aprire la strada a esperienze simili in tutto il Paese".

Dal 2017 la cooperativa Placido Rizzotto è presieduta da Francesco Citarda, palermitano classe 1982. “Fin dall’inizio – racconta a lavialibera – abbiamo cercato di proseguire con le produzioni tipiche del territorio, affinché nei terreni abbandonati e confiscati non crescessero più sterpaglie ma grano rigoglioso. Non è un caso che nel 2001 i soci decisero di intitolare la cooperativa a Placido Rizzotto, già allora si voleva dare seguito allo slogan dei contadini che lui difendeva ‘la terra a chi la lavora’”.
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La cooperativa fa parte del Consorzio Libera Terra Mediterraneo, nato nel 2008 per mettere in rete le attività produttive delle realtà afferenti a Libera Terra e seguire l’intero processo che porta i prodotti sugli scaffali: dalla trasformazione delle materie prime agricole alla loro promozione. “In questo momento qui da noi lavorano oltre trenta persone tra dipendenti a tempo indeterminato, determinato, soci e non soci – continua Citarda –. Oltre al comparto agricolo gestiamo un agriturismo a Portella della Ginestra che si trova all'interno di un baglio del 1700. Qui accogliamo chi ha il piacere di consumare i piatti del territorio e ospitiamo ragazze e ragazzi che con Libera partecipano al progetto Il g(i)usto di viaggiare. Inoltre, periodicamente andiamo nelle scuole dei paesi che fanno parte del consorzio dei comuni per raccontare a centinaia di studenti la nostra storia”.

“La nostra grande sfida nei prossimi anni è continuare a essere sostenibili, e questo per noi non è un limite: è la nostra forza. Operiamo in un mercato competitivo, dove circolano prodotti a prezzi che interrogano chiunque abbia a cuore la qualità e la dignità del lavoro. Noi scegliamo ogni giorno di dimostrare che un’altra strada è possibile: quella di un’agricoltura pulita, trasparente, rispettosa delle persone e della terra. La sostenibilità per noi non è uno slogan, ma un impegno concreto che passa dalla produttività, dall’innovazione e dalla capacità di affrontare insieme le difficoltà. Gli eventi climatici estremi degli ultimi anni ci hanno messo alla prova, è vero, ma ci hanno anche spinto a rafforzare le nostre competenze, a investire in tecniche agronomiche più resilienti e a costruire una filiera sempre più solida. Coltivare in biologico reale, seguendo pratiche tradizionali e coltivando in asciutto, significa assumersi responsabilità che pochi oggi scelgono di prendersi. Eppure è proprio questa scelta che ci distingue e ci dà valore".
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"La siccità che ha colpito la Sicilia – conclude Citarda – ci ha ricordato quanto sia urgente innovare senza tradire la nostra identità, e noi siamo pronti a farlo: con nuove strategie, nuove collaborazioni e una visione che mette al centro la terra e chi la lavora. Le sfide non ci spaventano, semmai ci motivano. Continueremo a crescere, a migliorare e a dimostrare che un modello agricolo etico, pulito e cooperativo può non solo resistere, ma guidare il cambiamento”.
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