Mafie, Comuni poco trasparenti sui beni confiscati

Peggiora la trasparenza dei Comuni sui patrimoni sottratti alle mafie, 6 su 10 sono inadempienti. I dati sono necessari anche per un buon uso dei fondi pubblici e delle voci del Pnrr destinate al settore. Libera presenta la seconda edizione del Report nazionale RimanDATI, realizzato con il Gruppo Abele e Università di Torino

Redazione <br> lavialibera

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15 settembre 2022

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I Comuni italiani sono poco trasparenti sui beni confiscati e i risultati del 2022 sono peggiori rispetto a quelli dell’anno precedente. Lo denuncia Libera, presentando la seconda edizione di RimanDATI, Report nazionale sullo stato della trasparenza delle amministrazioni locali sui patrimoni sottratti alle mafie realizzato con il Gruppo Abele e il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino.
Il Report di Libera è pubblicato in occasione del 40esimo anniversario della legge Rognoni-La Torre, promulgata il 13 settembre 1982. La norma ha introdotto il reato di associazione mafiosa e la confisca dei beni, aprendo così la possibilità del loro riuso a fini sociali, come prevede la legge 109 del 1996.  “In questo percorso gli enti territoriali, cui la legge affida la responsabilità di garantire il riutilizzo sociale, hanno avuto, sin dall’inizio, un ruolo cruciale e una funzione assai delicata”, scrive Tatiana Giannone, referente nazionale Beni confiscati di Libera nell’introduzione al rapporto. Da qui nasce “l’esigenza di avere a disposizione una fotografia complessiva e ragionata sullo stato della trasparenza della Pubblica Amministrazione in materia di beni confiscati, su cui basare un’azione politica in grado di incidere concretamente” su questi aspetti.  

Le pagelle dei Comuni 

Su un totale di 1073 Comuni monitorati, sei su dieci risultano inadempienti, ossia il 63,5 per cento del totale (nel 2021 era il 62 per cento). “Le conclusioni a cui siamo giunti purtroppo non sono incoraggianti – si legge nel rapporto –. I dati raccolti confermano ancora una volta la grande fatica che gli enti territoriali fanno a garantire la trasparenza delle informazioni”. Dati che rappresentano uno strumento “necessario e imprescindibile” per la gestione dei beni e la loro restituzione alla collettività.
In termini assoluti il primato negativo spetta ai comuni del Sud Italia, isole comprese, in cui si contano 400 comuni che non pubblicano elenco, seguiti dai 215 comuni del Nord Italia e dai 66 del Centro.  A livello regionale, fanno segnare performance migliori i comuni di Campania, Emilia Romagna, Marche, Umbria e Lazio, seguono  quelli di Calabria, Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Toscana. Nessuna informazione è invece fornita dai comuni di Basilicata, Molise, Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta.

Leggi tutti i dati sulla versione integrale del report di Libera

Le aree interne restano indietro

Tra le novità della seconda edizione di RimanDATI figura la classificazione dei comuni destinatari dei beni confiscati in relazione alla loro perifericità e appartenenza alle cosiddette “aree interne” del Paese. “Man mano che ci si allontana dai 'poli' – è scritto nel report – diminuisce la trasparenza dei dati sui beni confiscati”. Sintomo di carenze in risorse e competenze proprio nei luoghi in cui la presenza di beni confiscati potrebbe diventare invece il perno di circuiti virtuosi sul piano economico e sociale. In quest'ottica il documento non vuole essere un atto d’accusa nei confronti degli enti locali, soprattutto i più piccoli e in affanno. "Ci auguriamo che si arrivi presto a superare la logica per la quale i comuni debbano redigere discrezionalmente la tabella (dei beni loro assegnati, ndr), compilare l'elenco e metterlo in rete. Occorre ridurre al minimo lo sforzo e il tempo richiesto alle amministrazioni comunali – scrive nelle conclusioni Leonardo Ferrante, referente nazionale del progetto Common comunità monitoranti (Gruppo Abele e Libera) –. Non possiamo infatti più permetterci di scaricare la responsabilità di un meccanismo fallace sul suo anello ultimo" . 

Attenzione ai fondi del Pnrr

“Garantire che la filiera del dato sui beni confiscati sia trasparente – continua Tatiana Giannone – vuol dire dare spazio al protagonismo della comunità e della società civile organizzata, che solo conoscendo possono progettare e programmare nuovi spazi comuni. Alla conoscenza del patrimonio e del territorio, del resto, è strettamente legata la capacità di utilizzare i fondi pubblici (siano essi di natura europea o di provenienza nazionale) per la valorizzazione dei beni confiscati, nella fase di ristrutturazione e in quella di gestione dell’esperienza di riutilizzo". In questo l'associazionismo si candida a collaborare perché sia tenuto d'occhio ogni euro speso per trasformare i beni sottratto alle mafie da luogo di oppressione in spazio restituito alla collettività. "Il bando del Pnrr sui beni confiscati e la nuova programmazione europea delle politiche di coesione saranno, quindi, un banco di prova importante per le istituzioni tutte, ma soprattutto per il potere di monitoraggio della società civile”. Proprio sul bando del Pnrr Libera ha presentato con altre realtà nazionali e locali un appello alla Ministra Mara Carfagna per una più efficiente ed oculata gestione delle risorse europee in materia di beni confiscati. 

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L’Università di Torino ha curato e supervisionato il disegno della ricerca. Il metodo di lavoro della nuova edizione di RimanDATI ha visto il coinvolgimento della rete territoriale di Libera: 32 unità distribuite in 11 regioni:  “Si è voluto così stimolare, far crescere e incoraggiare la nascita e il rafforzamento del monitoraggio civico – scrive il professore Vittorio Martone – come promozione del buon modo di gestire la cosa pubblica anche attraverso la vigilanza civica organizzata in gruppi o singole comunità territoriali”.

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