
Strage di caporalato in Calabria: non chiamiamola tragedia



12 giugno 2026
Nella provincia di Asti moltissimi hanno la percezione che non ci sia un problema di pizzo, però nella città diversi esercenti rispondono di conoscere qualcuno che lo ha pagato. È un aspetto paradossale che emerge dal dossier Linea Libera Asti, realizzato dal coordinamento provinciale di Libera. Tra giugno e settembre 2025, i volontari hanno contattato 400 operatori economici della città di Asti e dei tre maggiori centri della provincia – Canelli, Nizza Monferrato e San Damiano – proponendo loro di rispondere, in forma rigorosamente anonima, a un questionario elaborato da Libera in collaborazione con il Dipartimento di culture, politica e società dell’Università di Torino. 245 hanno risposto all’appello fornendo un quadro sulla percezione dei fenomeni mafiosi, del pizzo e dell’usura.
Rispetto ad altre città coinvolte nella ricerca, compiuta precedentemente anche a Torino, Firenze e Napoli, una fetta cospicua degli intervistati (34,29 per cento) afferma che non ci sarebbe un problema di pizzo nel territorio. Eppure è interessante rilevare che nella città di Asti l'11,43 per cento degli intervistati risponde di aver conosciuto persone che pagano il pizzo, una percentuale doppia rispetto alle altre città coinvolte nell’indagine: a Torino e a Firenze, ad esempio, il dato si assesta intorno al 5 per cento.
La provincia di Asti non è “mafia-free”. Lo hanno dimostrato inchieste giudiziarie come Albachiara e Barbarossa sul radicamento di alcuni uomini della ‘ndrangheta, addirittura di una struttura “locale” sul territorio. La ricerca parte però facendo un quadro del contesto economico in un momento di crisi. Rispetto ad altre realtà nazionali, l’imprenditoria astigiana sembra aver risentito meno del calo dei clienti o delle entrate, ma si sente travolta dall’aumento dei costi di gestione come affitti, bollette di luce e gas, tasse (82%) e da una persistente difficoltà di accesso al credito (35%). “Molto utile ai fini di questa ricerca il dato della difficoltà di accesso al credito che potrebbe portare le aziende a rivolgersi al di fuori dei canali finanziari tradizionali con i rischi relativi”, si legge nel dossier.
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"Le 26 imprese (pari al 15,8%) che hanno richiesto prestiti e non li hanno ottenuti, a chi si saranno rivolte per far fronte alle loro esigenze finanziarie?”
Il 65 per cento degli intervistati ritiene di riuscire a ottenere facilmente un prestito in caso di necessità per sostenere la sua attività economica, mentre quasi il 32 per cento non la vede così semplice, con una differenza tra città e provincia, “forse dovuta al fatto che nei paesi c’è un rapporto personale più consolidato nella relazione con gli istituti di credito”. Negli ultimi tre anni, il 67 per cento degli imprenditori che hanno risposto al sondaggio hanno chiesto un prestito: dei 165 prestiti chiesti, ne sono stati concessi 139, soprattutto da banca, ma anche da istituti finanziari e familiari. “L’unico interrogativo che rimane è il seguente: le 26 imprese (pari al 15,8%) che hanno richiesto prestiti e non li hanno ottenuti, a chi si saranno rivolte per far fronte alle loro esigenze finanziarie?”, si chiedono gli autori del rapporto.
Il livello di fiducia nelle istituzioni è alto (eccezione fatta per partiti, parlamento e governo), la sensazione di insicurezza è bassa: le persone che si dicono per nulla soddisfatti sono molto meno che nelle grandi città coinvolte nella ricerca, mentre le persone “abbastanza” soddisfatte sono quasi il 60 per cento, molte di più che a Torino, Firenze e Napoli. “Appare invece anomalo, almeno in prima battuta, il dato relativo ai reati di estorsione e usura, che nel territorio comunale di Asti risulta pari a zero – scrivono gli autori del dossier –. Tale evidenza, sebbene possa apparire in contrasto con la notorietà dell’area per la presenza di fenomeni riconducibili alla criminalità organizzata (confluiti in noti procedimenti giudiziari quali Barbarossa, Carminius-Fenice e Crimine-Albachiara), risulta in realtà coerente con il trend complessivo di riduzione delle denunce per estorsione e usura registrato negli ultimi anni”.
Per la maggior parte degli intervistati (86,94%), “la mafia danneggia l’economia perché allontana gli imprenditori onesti e impedisce lo sviluppo”. Un 7,76 per cento sostiene che “la mafia non ha nulla a che fare con l’economia”. C’è anche una persona, a Nizza Monferrato, che ritiene che la mafia invece aiuti l’economia e dia lavoro a molta gente.
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"La percezione dei fenomeni criminali appare complessivamente moderata, ma non del tutto rassicurante. Reati come estorsione, usura e corruzione sono generalmente considerati poco diffusi
Di fronte a un alto numero di intervistati che, nella provincia, nega l’esistenza del pizzo sul territorio, nel capoluogo astigiano si registrano dati in controtendenza: il 17,14 per cento afferma esista un problema in città e – come già ricordato qui sopra – l’11,43 per cento dichiara di conoscere qualcuno che si è piegato alle richieste estorsive.
La stragrande maggioranza non ha esperienza diretta: ben il 91 per cento degli intervistati della provincia afferma di non aver ricevuto richieste di pizzo, un dato superiore rispetto le altre città coinvolte nel questionario (in media, intorno all’83 per cento). Per quanto riguarda la città di Asti c’è un 9 per cento di persone che non risponde e solo un esiguo 1,9 che dichiara di aver ricevuto richieste di pizzo. Per quanto si tratti di percentuali piccole, il dato conferma che una forma di racket è attiva sul territorio. Inoltre, a livello provinciale c’è il 5,31 per cento di partecipanti che “non risponde” alla domanda: “Potrebbe indicare anche il rifiuto di rispondere, avendo avuto un’esperienza negativa?”, si chiedono gli autori.
In conclusione “la percezione dei fenomeni criminali appare complessivamente moderata, ma non del tutto rassicurante – si legge –. Reati come estorsione, usura e corruzione sono generalmente considerati poco diffusi, ma emergono segnali che indicano la loro possibile presenza. Inoltre, una quota significativa di rispondenti non ha espresso un’opinione su questi temi. Questo dato può indicare sottovalutazione del problema, timore o reticenza nel parlarne, suggerendo che tali fenomeni rimangano in parte nascosti e difficili da rilevare”.
Oltre il 64 per cento degli intervistati risponde con fermezza che non pagherebbe e denuncerebbe il fatto alle forze dell’ordine
Nonostante la paura di ritorsioni per sé e per la propria famiglia rimanga il motivo principale per cui molti scelgono di non chiedere aiuto alle istituzioni (soprattutto nei comparti del commercio e dei servizi), l’indagine lancia un forte messaggio di speranza. L’85 per cento degli astigiani è convinto che la mafia possa essere sconfitta, prediligendo strategie strutturali come il sequestro dei beni patrimoniali, il potenziamento di magistratura e forze dell’ordine e la tutela dei testimoni.
Il dato più straordinario è quello legato alla reazione personale: alla domanda “Se le chiedessero di pagare il pizzo come si comporterebbe?”, oltre il 64 per cento degli intervistati risponde con fermezza che non pagherebbe e denuncerebbe il fatto alle forze dell’ordine. Un altro dato che emerge con forza è l’altissima percentuale (quasi l’80 per cento) di imprenditori ed esercenti che non conoscono le strumenti previsti dalla legge per sostenere chi denuncia il racket, l’usura o la corruzione. “Questa carenza informativa può ridurre la propensione alla denuncia e contribuire a generare un clima di sfiducia e isolamento”, scrivono gli autori del rapporto. Per questo si suggeriscono iniziative di comunicazione e formazione rivolte a imprenditori e operatori economici, che possano “ridurre la paura, aumentare la consapevolezza e rafforzare la fiducia nelle istituzioni”, e collaborazioni strutturate tra istituzioni, associazioni di categoria, sindacati, organizzazioni del terzo settore, scuole e forze dell’ordine per “favorire la costruzione di una rete diffusa di supporto e controllo sociale, capace di individuare tempestivamente situazioni di rischio”.
“Denunciare non è solo un atto individuale, ma un processo che richiede supporto, fiducia e reti di protezione", sottolinea nel dossier Francesca Rispoli, co-presidente nazionale di Libera. Per questo l'associazione ricorda l'importanza di strumenti di tutela come “Linea Libera” (numero verde gratuito 800.58.27.27), nato proprio per rompere l’isolamento delle vittime, offrendo ascolto e accompagnamento legale nei percorsi di emersione del malaffare.
I dati ci dicono che gli anticorpi civili nell’Astigiano ci sono. Ora spetta alle istituzioni e alla politica fare un passo in avanti per non lasciare soli i cittadini che scelgono la legalità.
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