Un particolare della copertina del libro Femministe Musulmane di Jamal Ouazzani
Un particolare della copertina del libro Femministe Musulmane di Jamal Ouazzani

La lotta delle femministe musulmane contro l'interpretazione patriarcale del Corano

Intervista a Jamal Ouazzani, autore del libro Femministe Musulmane. "Ciò che è stato interpretato dagli esseri umani può essere reinterpretato da altri esseri umani, soprattutto quando le antiche letture oggi producono ingiustizia"

Marta Facchini

Marta FacchiniGiornalista freelance

24 luglio 2026

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"Le femministe musulmane rivendicano il diritto di essere soggetti dell'interpretazione del Corano. Esercitano una sovranità ermeneutica". Jamal Ouazzani, saggista e attivista per i diritti umani franco-marocchino, è l'autore di Femministe Musulmane (Astarte Edizioni) in cui ripercorre le vite e le lotte di venti figure emblematiche del femminismo islamico. Da Asma Barlas ad Amina Wadud, da Ziba Mir-Hosseini a Kecia Ali fino a Zahra Ali e Leila Ahmed, il testo mostra come queste pensatrici, anche se con storie e posizionamenti diversi, siano legate tra loro da un approccio volto alla rilettura delle fonti islamiche. Nel saggio, illustrato dalla fumettista marocchina Zainab Fasiki, emerge come la loro sia una duplice lotta: contro una "oppressione sessuale-testuale", cioè la dominazione maschile esercitata sull’interpretazione dei testi religiosi, e "contro il patriarcato interno alle comunità musulmane".

C'è ancora bisogno di femminismo

Ouazzani, le femministe musulmane mettono in discussione le interpretazioni patriarcali del Corano attraverso nuove letture. Come avviene la “riappropriazione dei testi religiosi”?
Si verifica attraverso un gesto fondamentale: distinguere il testo dalle sue interpretazioni. Le femministe musulmane mostrano che ciò che spesso chiamiamo “tradizione” è una storia di rapporti di potere e scelte giuridiche, di contesti sociali e di letture prodotte in larga maggioranza da uomini. In Believing Women in Islam, Asma Barlas parla di “disimparare” le letture patriarcali del Corano: non per inventare un altro testo, ma per liberarlo da secoli di interpretazioni maschili diventate quasi indiscutibili. Contro quella che Zahra Ali definisce una "oppressione sessuale-testuale", le femministe musulmane riattivano l’ijtihad (lo "sforzo" di interpretazione), esercitandolo anche contro le letture islamofobe che immaginano l’Islam come una struttura immobile, incapace di pensiero critico interno. L’ijtihad è politicamente decisivo. Permette di ricordare che il diritto musulmano non è Dio: è un tentativo umano di comprendere il giusto. E ciò che è stato interpretato dagli esseri umani può essere reinterpretato da altri esseri umani, soprattutto quando le antiche letture oggi producono ingiustizia. 

Le femministe musulmane riattivano l’ijtihad (lo "sforzo" di interpretazione), esercitandolo anche contro le letture islamofobe che immaginano l’Islam come una struttura immobile, incapace di pensiero critico interno

Uno dei temi centrali è il diritto di famiglia, un ambito in cui le disuguaglianze di genere sono storicamente radicate. Come viene decostruita l’architettura patriarcale della giurisprudenza classica?
Mostrando che il diritto di famiglia musulmano non è un blocco divino caduto dal cielo, ma una costruzione giuridica elaborata nelle società patriarcali. È il lavoro fondamentale di studiose come Ziba Mir-Hosseini, in particolare in Men in Charge? Rethinking Authority in Muslim Legal Tradition, coedito con Mulki Al-Sharmani e Jana Rumminger. Il punto centrale è la distinzione tra shari‘a e fiqh. La shari‘a, nel suo senso spirituale, indica una via etica verso la giustizia. Il fiqh è la comprensione umana di questa via: è storico, situato, plurale e rivedibile. Eppure gran parte delle disuguaglianze di genere nel diritto di famiglia deriva dal fatto che le costruzioni del fiqh sono state sacralizzate come se fossero la volontà diretta di Dio. Le femministe musulmane decostruiscono due concetti fondamentali: qiwamah e wilayah. La qiwamah è spesso intesa come l’autorità maschile all’interno della famiglia; la wilayah come la tutela o la custodia esercitata da un uomo su una donna o su una persona dipendente. In molti diritti familiari contemporanei, tali concetti sono stati usati per giustificare la superiorità maschile, l’obbedienza coniugale, la disuguaglianza nel divorzio, la poligamia o l’asimmetria delle responsabilità familiari. Il movimento Musawah, fondato nel 2009, ripensa l’uguaglianza e la giustizia nella famiglia musulmana articolando quattro fonti: i principi coranici di giustizia, i diritti umani, le realtà vissute delle donne e le possibilità di una riforma giuridica. Le sue argomentazioni sono forti: se le realtà sociali sono cambiate, allora un modello familiare basato sulla dipendenza femminile e sull’autorità maschile non può più essere presentato come naturalmente giusto.

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Uno degli aspetti affrontati nell’opera riguarda il significato politico dell’intimità delle donne musulmane. I femminismi islamici sviluppano una riflessione sui corpi e sull’erotismo?
Sì, ed è uno degli aspetti più affascinanti perché tra i più censurati. I femminismi musulmani articolano una riflessione sul corpo, sul desiderio e sull’intimità, sul piacere, sulla violenza sessuale e il consenso, sul matrimonio e l’eterosessualità obbligatoria. In Sexual Ethics and Islam, Kecia Ali pone una domanda decisiva: che cosa rende una sessualità etica dal punto di vista musulmano? È solo il quadro legale del matrimonio? O bisogna pensare al consenso, alla giustizia, alla reciprocità e alla dignità dei partner? La domanda è rivoluzionaria perché una sessualità può essere legalmente riconosciuta da una tradizione giuridica e allo stesso tempo essere ingiusta nell’esperienza vissuta. All’opposto, alcune forme di desiderio o di legame possono essere moralmente più complesse di quanto le categorie giuridiche classiche permettano di pensare. Le femministe musulmane mostrano che l’intimità delle donne musulmane è politica perché è costantemente amministrata da altri come la famiglia, lo Stato e le istituzioni religiose. Il corpo delle donne musulmane diventa un territorio su cui tutti pretendono di avere qualcosa da dire. Così riflettere sull’erotismo significa parlare di sessualità e di agency. Il corpo delle donne musulmane non è il campo di una battaglia "civilizzatrice" o una proprietà comunitaria. È un luogo di dignità ed esperienza, di consenso e di possibile piacere, talvolta anche di fede. Soprattutto è un luogo di autonomia.

I femminismi musulmani articolano una riflessione sul corpo, sul desiderio e sull’intimità, sul piacere, sulla violenza sessuale e il consenso, sul matrimonio e l’eterosessualità obbligatoria

Amina Wadud propone una teologia che chiama Queer islamic studies and theology (Qist). Di che cosa si tratta e che cos’è il qist?
Queer islamic studies and theology è una proposta intellettuale e spirituale portata avanti da Amina Wadud per pensare insieme Islam, giustizia, genere e sessualità queer. La parola qist in arabo rimanda alla giustizia, all’equità e alla rettitudine. Non si tratta solo di una giustizia astratta, ma di una giustizia che ristabilisce l’equilibrio dove c’è dominazione. Amina Wadud non parte da una semplice logica di inclusione -“accettiamo le persone queer nell’Islam”- ma da una domanda più profonda: che cosa diventa la nostra comprensione di Dio, del testo, della comunità e della giustizia quando le vite queer musulmane smettono di essere trattate come anomalie? Qist sposta il centro della teologia. Non si tratta più di parlare "delle" persone Lgbtqia+ musulmane come di “casi” da tollerare o condannare. Si tratta di riconoscere che le loro esperienze possono creare conoscenza teologica. L'idea è molto forte: se una teologia causa umiliazione, esclusione e disperazione, deve essere messa in discussione nel nome stesso di Dio. Una teologia della giustizia non può limitarsi a proteggere le norme ma deve anche proteggere le vite.

Nessuna parità oltre la finzione

Molte di queste studiose sottolineano la necessità di “decolonizzare il femminismo” e di superare l'immaginario femminista occidentale egemonico. Che cosa propongono?
Decolonizzare il femminismo non significa rifiutare in blocco i femminismi occidentali. Significa rifiutare che una storia particolare del femminismo si presenti come universale. Le femministe musulmane ricordano che le donne musulmane non hanno aspettato che qualcuno portasse loro l’emancipazione in una valigia "civilizzatrice". Hanno prodotto i propri linguaggi della giustizia, le proprie resistenze, le proprie forme di contestazione talvolta a partire dal Corano o dal diritto, talvolta da lotte anticoloniali e da pratiche comunitarie o spirituali. La decolonizzazione si realizza attraverso una critica del “salvataggio”. Autrici come Leila Ahmed, in Women and Gender in Islam, hanno mostrato quanto le questioni del velo e della “liberazione” delle donne musulmane siano inserite in immaginari coloniali. Concretamente, vengono proposte diverse pratiche come pluralizzare le definizioni di emancipazione, rifiutare l’opposizione semplicistica tra religione e libertà, riconoscere che le donne musulmane possono criticare il patriarcato religioso senza aderire all’islamofobia, costruire alleanze femministe che non chiedano alle donne razzializzate o credenti di rinunciare a sé stesse per essere considerate libere. Decolonizzare il femminismo significa comprendere che l’emancipazione non ha una sola lingua, una sola forma o geografia. Significa accettare che le donne musulmane possono lottare per l’uguaglianza non contro la propria fede, ma talvolta a partire da essa. Rifiutano sia l’ordine patriarcale che vorrebbe metterle a tacere, sia l’ordine coloniale che vorrebbe salvarle senza ascoltarle. Forse è proprio questo a disturbare di più.

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