Non torniamo a una normalità malata

I problemi sociali evidenziati dalla pandemia hanno radici lontane. Le ingiustizie, le disuguaglianze, i diritti deboli o solo proclamati non sono una novità

Luigi Ciotti

Luigi CiottiDirettore editoriale lavialibera

7 luglio 2020

Credo lo si debba dire con forza: i problemi sociali evidenziati dalla pandemia hanno radici lontane. Le ingiustizie, le disuguaglianze, i diritti deboli o solo proclamati non sono una novità. Ha ragione Papa Francesco quando dice: "Ci credevamo sani in un mondo malato". Già, il mondo era malato ben prima dell’arrivo del virus, e se c’è una cosa che dobbiamo dunque evitare è desiderare il ritorno a una normalità profondamente anomala se considerata col metro della giustizia sociale, della dignità e libertà delle persone. Occorre un cambiamento vero, radicale, perché – come ancora ha detto Francesco – "peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla".

La regolarizzazione dei migranti non può essere escludente e a tempo determinato: la dignità non è un valore stagionale

Si può considerare normalità quella di un Paese con nove milioni di persone in povertà relativa e cinque in povertà assoluta; un Paese al primo posto in Europa per la dispersione scolastica? Mi preoccupa la quantità di denaro che l’Europa presterà a condizioni pare favorevoli. Ben venga, ma in presenza di un progetto di cambiamento vero, di una visione del domani che sappia tenere insieme componenti sociali, economiche e culturali. Ebbene, questo progetto, questa visione, non li vedo. Vedo e sento soprattutto slogan, promesse, dispute su singole questioni, ma nulla di complessivo, nulla che abbia il sapore e la forza del nuovo, nulla che sembri scaturire da una diversa idea di società. Eppure, la bolla speculativa del 2008 avrebbe dovuto metterci in allerta. Al contrario, un sistema economico selettivo, radicalmente ingiusto e nella sostanza antidemocratico, ha continuato a produrre ingiustizie e mietere vittime. Le disuguaglianze hanno toccato picchi mai visti, figlie di concentrazioni di potere e di denaro anch’esse inedite.

Welfare criminale, la mafia batte dove lo Stato duole

A farne le spese è stato innanzitutto il mondo del sociale, cioè le persone fragili, escluse, discriminate. Scartate o cancellate da un sistema che piega le vite alla logica del profitto. Che privatizza e mercifica anche i beni comuni ed essenziali, trasformandoli da diritti in privilegi: il lavoro, la casa, l’istruzione, l’assistenza sanitaria. Un sistema che considera le politiche sociali un costo invece di un investimento, un volano di progresso, un necessario alimento di quel senso di condivisione e comunità senza il quale una società si degrada a giungla selettiva dove l’unica legge riconosciuta è quella del più forte.

Abbiamo sentito parlare tanto, in questi mesi, di tamponi, della loro carenza e necessità per un adeguato monitoraggio del contagio. Ma se c’è una realtà da sempre prodiga di tamponi – nel senso di risposte emergenziali che operano sul sintomo ma non sulla radice dei problemi – è, salvo eccezioni, quella della politica. Ne è un esempio recente il decreto regolarizzazione dei lavoratori, in gran parte migranti, del comparto agricolo e della cura della persona. Beninteso, la regolarizzazione è uno strumento essenziale per combattere le mafie e tutte quelle connesse forme di corruzione e illegalità che traggono profitto proprio dal mercato nero, dalle zone grigie e dalle commistioni di legale e illegale. Ma questo decreto ne regolarizza solo un terzo e a tempo determinato, come se la dignità fosse un valore stagionale, riducibile a convenienze e necessità di mercato, nello specifico quella della raccolta di frutta e verdura altrimenti destinate a marcire. Senza contare che il decreto non riguarda ambiti come l’edilizia e la ristorazione, dove il lavoro nero e le connesse forme di sfruttamento sono purtroppo realtà nota e diffusa.

Al giusto cordoglio per le vittime della pandemia andrebbe associata la ribellione per gli oltre 3 milioni di morti di fame nello stesso periodo

La logica dell’emergenza e dell’intervento tampone è figlia anche di menti chiuse e cuori induriti. Al giusto cordoglio per le migliaia di vittime della pandemia e per i loro famigliari nel nostro Paese e altrove andrebbero associati la ribellione e lo scandalo di fronte al fatto che nel mondo, nello stesso periodo, tre milioni e 294 mila persone sono morte di fame. Vittime non del coronavirus ma di un’economia che ha reso la vita variabile di mercato. Un’economia di rapina, di morte e di guerra se è vero che le spese militari, lo scorso anno, hanno toccato la cifra record di 1.917 miliardi di dollari. 

Un cambiamento vero, dunque, nel segno di quel nuovo umanesimo spesso evocato da Papa Francesco insieme all’ecologia integrale. Un cambiamento da perseguire su tre piani strettamente connessi. Il primo è politico: dobbiamo ricostruire una politica svincolata dalla tecnocrazia, ideologia che eleva il dato economico-quantitativo a unico parametro di valore e giudizio. L’economia avrà pure le sue leggi, ma se mortificano la libertà e dignità delle persone bisogna avere il coraggio di cambiarle.

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Il secondo piano è giuridico: è tempo di riconoscere i diritti della natura, ossia di fare della natura un soggetto giuridico, una realtà che, al pari delle persone, ha una sua intrinseca e inviolabile dignità. In Ecuador e in Bolivia – Paesi non a caso sfruttati e depredati dalle multinazionali occidentali – questo è già realtà. Non è la prima volta che i cosiddetti Paesi in via di sviluppo si mostrano molto più avanti di noi sulla strada del progresso.

Da lavialibera n° 3 maggio/giugno 2020

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