Petrolmafie. Si indaga sul suicidio del finanziere testimone chiave al processo

Il luogotenente della Guardia di finanza in servizio a Lamezia è stato trovato senza vita in un'abitazione del Vibonese. Era uno dei testimoni chiave nel processo nato dall'inchiesta delle procure di Roma, Catanzaro, Reggio Calabria e Napoli

Francesco Donnici

Francesco DonniciGiornalista

13 maggio 2022

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Avrebbe dovuto testimoniare nella mattinata del 12 maggio nell’aula del tribunale di Vibo Valentia. In quell'udienza del processo “Petrolmafie Spa” (leggi l'articolo sulla maxi-inchiesta) doveva esserci il controesame degli avvocati difensori ad A.C., 52enne luogotenente della Guardia di finanza in servizio a Lamezia Terme, ma il militare non si è presentato. E non si presenterà mai. Poco prima di mezzogiorno il suo corpo è stato trovato a Pizzo Calabro, nella casa dei suoceri, utilizzata nei periodi di vacanza. All’arrivo delle autorità, l’uomo è stato trovato morto, ucciso da un colpo sparato dalla sua pistola di ordinanza. La prima ipotesi – attualmente la più accreditata – a fronte dei rilievi effettuati, è quella del suicidio. Ma la procura guidata da Camillo Falvo vuole vederci chiaro. Qualche ora dopo è stata disposta l’autopsia sul corpo dell’ufficiale. Maria Cecilia Rebecchi, sostituto procuratore di Vibo Valentia, è stata incaricata di coordinare le indagini affidate dal procuratore capo al comando provinciale dei carabinieri per ricostruire la dinamica del fatto e gli ultimi momenti della vita del finanziere originario di Soveria Mannelli (Catanzaro). "Apprendiamo che un ispettore si è tolto la vita, è lutto per la Guardia di Finanza – si legge in una nota del corpo – cordoglio dei colleghi che si stringono nel dolore mentre sul posto le forze dell’ordine hanno eseguito i rilievi di rito per stabilire l’esatta dinamica dei fatti".

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Teste chiave nel processo Petrolmafie Spa

Il 52enne luogotenente figurava in lista come testimone chiave del processo iniziato a dicembre 2021, nato dalla maxi-inchiesta che nell'aprile 2021 aveva portato a una settantina di arresti.  Le procure distrettuali di Roma, Napoli, Catanzaro e Reggio Calabria erano arrivate a ipotizzare un sistema attraverso cui alcuni tra i più potenti clan di ‘ndrangheta operanti a cavallo tra le province di Vibo Valentia e Reggio Calabria lucravano sul business degli idrocarburi. Il rosario degli indagati superava, nella fase preliminare, le quattrocento unità. Nella precedente udienza l’ufficiale aveva risposto alle domande poste dal pm Antonio De Bernardo, che rappresenta la pubblica accusa in giudizio.

Il filone coordinato dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, in particolare, era stato presentato come un ideale prosieguo dell’operazione Rinascita Scott tanto da prendere il nome di Dedalo o Rinascita Scott 2. Al centro, ancora una volta, gli affari di alcune tra le più potenti famiglie originarie della provincia di Vibo Valentia come i Mancuso di Limbadi e gli Anello di Filadelfia. Il quadro era completato dagli interessi della camorra, messi in luce dalla Dda di Napoli e di quelli dei clan di ‘ndrangheta dei mandamenti Jonico e Tirrenico (su tutti i “Piromalli-Molè” di Gioia Tauro e i “Pelle” di San Luca) nella parte dell’inchiesta coordinata dai magistrati antimafia di Reggio Calabria.

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‘Ndrangheta, politica, imprenditoria: gli imputati nel filone catanzarese

All’esito delle indagini, la procura distrettuale di Catanzaro aveva chiesto il processo per 85 persone ottenendo 54 rinvii a giudizio. Le accuse sono a vario titolo di associazione di stampo mafioso, estorsione, riciclaggio, reimpiego di denaro di provenienza illecita in attività economiche, intestazione fittizia di beni, evasione delle imposte e delle accise anche mediante l’emissione e l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, contraffazione e utilizzazione di documenti di accompagnamento semplificati. Con l’aggravante di aver agevolato l’attività delle ‘ndrine.

In particolare, gli inquirenti contestano la presunta illecita importazione dall’Est Europa di prodotti petroliferi artefatti (miscele) e oli lubrificanti, successivamente immessi in commercio come gasolio per autotrazione. I prodotti sarebbero stati trasportati, con documentazione di accompagnamento falsa, in diversi siti calabresi di stoccaggio nella disponibilità dell’associazione, tra Maierato e Santa Venerina, pronti per essere immessi sul mercato. Nella lista figurava anche il nome di Salvatore Solano, presidente della Provincia di Vibo Valentia e sindaco di Stefanaconi, accusato di corruzione, scambio elettorale politico-mafioso e turbata libertà degli incanti con l’aggravante mafiosa. Secondo l’accusa avrebbe stretto accordi in occasione delle elezioni dello scorso 2018, quando è stato eletto con una coalizione civica a trazione Forza Italia.

Insieme a lui il cugino, Giuseppe D’Amico, accusato di associazione mafiosa, che avrebbe ricevuto la promessa di vedersi affidati appalti per la bitumazione delle strade in maniera illecita e con materiale scadente. Figurano inoltre i nomi di Francescantonio Tedesco, ex consigliere comunale di Vibo Valentia, considerato vicino agli Anello di Filadelfia (già imputato nel processo Imponimento), i boss Luigi e Francesco Mancuso e la cantante Ana Betz (all’anagrafe Anna Bettozzi), vedova di un ricco petroliere. A fine febbraio l’accusa ha chiesto 21 condanne per gli imputato che hanno scelto il rito abbreviato, celebrato nell’aula bunker di Lamezia Terme. Il mese precedente era invece arrivata la ricusazione del giudice Tiziana Macrì su richiesta della Dda di Catanzaro. In veste di gip aveva già autorizzato delle intercettazioni nei confronti di alcuni imputati di Rinascita Scott e condannato Antonio Prenestì – anche lui tra gli imputati – a quattro anni di reclusione nel processo Dinasty.

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