Il ministro della Giustizia Carlo Nordio durante un intervento alla Camera dei deputati (Foto camera.it)
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio durante un intervento alla Camera dei deputati (Foto camera.it)

Carlo Nordio, un don Chisciotte a difesa dei potenti

Nei primi cento giorni di lavoro, il ministro della Giustizia ha messo in discussione molti strumenti della lotta alla corruzione. Un garantismo classista, di cui la riforma dell'ordinamento giudiziario è l'ennesima prova

Alberto Vannucci

Alberto VannucciProfessore di Scienza politica, Università di Pisa

Aggiornato il giorno 20 giugno 2023

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"Dove sono i giganti?", disse Sancio Panza. "Quelli che vedi laggiù – rispose il padrone – con quelle braccia sì lunghe, che taluno d’essi le ha come di due leghe". Forse le allucinazioni del don Chisciotte di Cervantes sono la migliore chiave di lettura per raccontare la battaglia del ministro della Giustizia Carlo Nordio contro i più efficaci strumenti di indagine anticorruzione: intercettazioni, trojan, incandidabilità dei condannati e alcuni reati sentinella come l’abuso d’ufficio o il traffico di influenze. Da bandire, circoscrivere, riformulare, naturalmente in salsa garantista. Così da “garantire” ai colletti bianchi coinvolti in attività criminali un tasso di impunità ancora superiore rispetto a quello odierno, già abnorme: secondo il Consiglio d’Europa nel 2021 scontavano una condanna per reati economico-finanziari lo 0,9 per cento dei detenuti in Italia, contro il 9,8 per cento in Germania, il 6 per cento in Francia, il 5,6 per cento in Spagna.

Crimini dei colletti bianchi, anche i ricchi delinquono

In campo per gli intoccabili

Le esternazioni del ministro sono tante e tali da renderlo il tema ossessivo nei primi cento giorni del suo mandato: dalle intercettazioni utilizzante in forme "indegne di un paese civile" in quanto "meccanismo di divulgazione pilotata", ai politici condannati per corruzione in primo grado da mantenere sulle poltrone giacché "presunti innocenti" (fino alla prescrizione, si può ipotizzare). Del resto – chiosa – "i mafiosi non parlano al telefono", e forse neanche i corrotti. Comunque le intercettazioni, bontà sua, saranno preservate "per mafia, terrorismo e reati satellite". Se la categoria dei reati satellite risulta più astronomica che giuridica, tutte le analisi dell’evoluzione delle mafie rilevano che la strategia dissimulatrice della tangente e della collusione d’affari coi poteri pubblici è oggi dominante. Negli ultimi anni un uso accorto delle intercettazioni ha permesso le più rilevanti inchieste sulla corruzione e solo i trojan possono intercettare i canali alternativi usati dagli indagati più scafati. Inoltre, già dal 2020 la riforma Orlando ne disciplina in modo rigorosissimo l’utilizzo, tanto che da allora non sono stati più registrati utilizzi impropri e lesivi della privacy.

"Guardi bene la signoria vostra, soggiunse Sancio, che quelli che colà si discoprono non sono altrimenti giganti, ma mulini da vento, e quelle che le paiono braccia sono le pale delle ruote". Purtroppo al seguito del guardasigilli nella sua donchisciottesca tenzone non c’è il solo Sancio, ma un esercito di forze del centrodestra, con sponde in campo renziano, a caccia di rivalsa contro le indebite interferenze del potere giudiziario sui loro tanti affari. Convincere l’opinione pubblica che quei pacifici mulini, le armi della lotta alla corruzione, sono in realtà minacciosi giganti varrebbe a sancire definitivamente l’intoccabilità dei tanti “potenti” artefici di attività criminali.

Da lavialibera n° 19, Il potere è cieco, noi no

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