L'archipelago "The World", realizzato davanti alla costa di Dubai. Il narcotrafficante Raffaele Imperiale aveva comprato qui un isolotto coi soldi realizzati col traffico di cocaina. Obiettivo: costruire ville di lusso (Catauggie/Unsplash)
L'archipelago "The World", realizzato davanti alla costa di Dubai. Il narcotrafficante Raffaele Imperiale aveva comprato qui un isolotto coi soldi realizzati col traffico di cocaina. Obiettivo: costruire ville di lusso (Catauggie/Unsplash)

Un'isola a Dubai, l'offerta del narcos Imperiale all'Italia

La giustizia dà la caccia al tesoro immenso accumulato dal narcotrafficante campano Raffaele Imperiale, a processo a Napoli. Lui offre allo Stato la proprietà di un isolotto in un arcipelago artificiale realizzato al largo degli Emirati arabi uniti

Daniela De Crescenzo

Daniela De CrescenzoGiornalista

28 novembre 2023

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Raffaele Imperiale, il broker internazionale della cocaina, stupisce ancora. Dopo aver riconsegnato due dipinti di Vincent Van Gogh, rubati in un museo ad Amsterdam, il narcotrafficante partito da Castellamare di Stabia per intrecciare affari sporchi in tutto il mondo vuole consegnare allo Stato italiano un isolotto al largo di Dubai. L’ultimo colpo di scena è arrivato nel processo con rito abbreviato in corso davanti al giudice Maria Luisa Miranda del Tribunale di Napoli. Durante la requisitoria il sostituto procuratore Maurizio De Marco ha spiegato che il narcos ha offerto alla giustizia la proprietà di un’isola, costata molte decine di milioni di euro, in un arcipelago artificiale realizzato al largo di Dubai, negli Emirati arabi uniti. Al termine della requisitoria, il pm ha chiesto una condanna a 14 anni e 9 mesi e 10 giorni per Imperiale. L’offerta è all’esame dell’ufficio inquirente del procuratore capo Nicola Gratteri che però è cauto, in quanto si tratta di un bene difficilmente acquisibile al patrimonio dello Stato italiano.

L’offerta di Raffaele Imperiale

Dubai, gli arcipelaghi artificiali di fronte alla costa (Wikimedia)
Dubai, gli arcipelaghi artificiali di fronte alla costa (Wikimedia)

“Non so, forse potrei mettere a disposizione un’isola. Vi serve?”. Nel marzo scorso Imperiale, ormai diventato collaboratore di giustizia, viene interrogato in una sala del carcere di Rebibbia dai pm De Marco e Giuliano Caputo, che vogliono sapere dove siano finiti i miliardi incassati con il traffico degli stupefacenti. Si tratta di una montagna di soldi: secondo i calcoli della Drug enforcement administration (Dea), l’agenzia antidroga statunitense, la “joint venture” formata dal campano Imperiale, dall’irlandese Daniel Kinahan, dal bosniaco Edin Gačanin (Tito), dall’olandese di origine marocchine Ridouan Taghi e dal cileno Richard Eduardo Riquelme ha movimentato 23 miliardi di cocaina. E prima di far parte di questo nuovo cartello, Imperiale aveva inondato di cocaina Scampia insieme agli “Scissionisti”, la fazione di camorra nata da una sanguinosa scissione dal clan Di Lauro nei primi anni Duemila.

Adesso, però, Imperiale deve restituire allo Stato la sua ricchezza illecita. Il suo commercialista, Corrado Genovese, ha consegnato agli investigatori una pendrive per accedere a un “portafoglio” di criptovalute dal valore di circa due milioni di euro, che il 16 novembre scorso sono stati acquisiti versati al Fondo unico per la giustizia (Fug). Spiccioli, secondo i magistrati, del denaro ripulito con vari complessi meccanismi di riciclaggio

Nel 2016 “Lelluccio Ferrarelle” (come era soprannominato Imperiale), raggiunto dalle prime accuse, aveva patteggiato una pena e riconsegnato beni del valore di una quarantina di milioni di euro e anche due dipinti di Vincent Van Gogh, “La spiaggia di Scheveningen prima di una tempesta” e “Una congregazione lascia la chiesa riformata di Nuenen”, rubati nel 2002 all’omonimo museo di Amsterdam. Per questo motivo Imperiale è anche conosciuto come “il boss dei Van Gogh”.

Caccia al tesoro del narcotrafficante Raffaele Imperiale

Gli affari immobiliari di Imperiale a Dubai

La profondità delle sue dichiarazioni è in corso di esplorazione, mentre non lo è invece la genuinità delle propalazioni rese, sulle quali non ci sono dubbi alcuni”Maurizio De Marco - Sostituto procuratore di Napoli

Gli inquirenti però sono certi che il tesoro del narcos non sia stato ancora intaccato. Perciò hanno incalzato il narcotrafficante che, alla fine, ha cominciato a cedere e a raccontare di quest’isola acquistata all’asta nel 2008 per accreditarsi come facoltoso imprenditore negli Emirati arabi uniti. La proprietà faceva parte dell’arcipelago artificiale “The World”, mai completato, e nei programmi del trafficante doveva ospitare venti ville di super lusso. Per realizzarle avrebbe addirittura contattato un’architetta di fama mondiale come Zaha Hadid, irachena naturalizzata britannica. Tuttavia il progetto edilizio di Imperiale è naufragato perché gli sceicchi non avevano mai realizzato i sottoservizi necessari a rendere utilizzabile l’isola.

L’acquisto dell’isola, però, è stato solo un tassello del piano di “Lelluccio Ferrarelle” che ha sempre camminato su due binari: il narcotraffico da un lato e l’attività da imprenditore “pulito” dall’altro. Nel 2010 il trafficante si era trasferito a Dubai dove aveva affittato un enorme ufficio nella Concord Tower e vi aveva stabilito la sede della “AA Investments & Development”, una società di intermediazione immobiliare di cui era proprietario con altri soci. I nomi non figuravano in chiaro nella compagine societaria, che è poi stata ricostruita dai magistrati già nell’indagine del 2016, quella che ha costretto Imperiale a consegnare le due tele di Van Gogh. Dell’azienda facevano parte Atef Ahmed Karani, Mario Seroni, Rafael Empire Zara, Jab Jeer, Jinaro Seroni, Mr. Mario, Dee Veto. Nomi di fantasia, ma facilmente rintracciabili. E infatti nell’ordinanza in cui per la prima volta ne chiedono gli arresti i magistrati italiani scrivono: “Risulta evidente che tra gli stessi (soci, ndr) vi sono i nomi di Imperiale Raffaele (maternità Zara), indicato come Rafael Empire Zara, Cerrone Mario, indicato come Mario Seroni e Cerrone Gennaro, indicato come Jinaro Seroni”.

Come Imperiale riciclava i soldi del narcotraffico

"Il mio progetto, se non fossi stato arrestato, era quello di lasciare progressivamente il traffico di stupefacenti e di lavorare sul flusso di denaro"Raffaele Imperiale

L’azienda non decolla, l’isola resta solo un banco di sabbia sul quale è impossibile costruire. Il narcotraffico, invece, va alla grande fino all’agosto del 2021 quando Imperiale viene arrestato e poi trasferito in Italia dove comincia a collaborare con le autorità. Un percorso che, lo ha ribadito in aula nel corso della sua requisitoria il pm antimafia Maurizio De Marco è stato avviato “per ottenere i benefici previsti dalla legge”. “La profondità delle sue dichiarazioni – ha spiegato il pm – è in corso di esplorazione, mentre non lo è invece la genuinità delle propalazioni rese, sulle quali non ci sono dubbi alcuni”.

Le indagini dunque, continuano, anche a partire dalle dichiarazioni di Imperiale che già nei suoi primi interrogatori, nell’ottobre del 2022, ha raccontato di essersi impegnato anche nel campo della finanza parallela, quella gestita dai cosiddetti cambisti con il metodo dell’hawala, lo stesso che viene utilizzato per aggirare gli embarghi, finanziare i terroristi e far circolare nel mondo il mondo di denaro sporco. “Così cambiai attività – ha spiegato Imperiale – trovai un contatto forte, un cambista e iniziai a lavorare sui flussi di denaro. Il mio progetto, se non fossi stato arrestato, era quello di lasciare progressivamente il traffico di stupefacenti e di lavorare sul flusso di denaro”. Uno scenario inquietante sul quale i magistrati non smettono di lavorare mentre Imperiale resta in attesa della sentenza che dovrebbe arrivare entro marzo.

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