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1 novembre 2025
Non è una novità: banche e istituti di gestione del risparmio investono i soldi dove c’è maggiore possibilità di guadagno. E l’industria bellica, in questo momento, offre rendimenti sicuri: la quotazione delle società europee degli armamenti e dell’aerospazio è quintuplicata negli ultimi cinque anni, trainata soprattutto dalle guerre in Ucraina e a Gaza (non a caso, i titoli sono calati con l’avvio del cessate il fuoco tra Israele e Hamas).
Guerre, vertigine e disincanto
La novità è che quella che prima era una scelta, più o meno trasparente, dei singoli istituti, oggi è sostenuta esplicitamente dalla Commissione europea nell’ambito del piano di riarmo: "I fondi pubblici non saranno sufficienti a soddisfare il fabbisogno dell’industria della difesa – si legge nel comunicato dello scorso marzo che presenta il piano –. Per questo, la strategia della Commissione punta a facilitare la mobilitazione dei risparmi privati".
Si tratta dell’"unione dei risparmi e degli investimenti", che Bruxelles spinge da tempo e che figurava tra le raccomandazioni formulate da Mario Draghi nel suo report sulla competitività. Cosa comporti in concreto lo spiega a lavialiberaAlessandro Volpi, docente all’Università di Pisa ed esperto di storia dei mercati finanziari.
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"Il tentativo è duplice: da una parte, creare una borsa unica europea dove possano circolare maggiormente titoli e quotazioni; dall’altra, costruire delle piattaforme attraverso le quali i risparmi giacenti nei conti correnti possano essere indirizzati verso settori remunerativi e considerati strategici, come quello delle armi, con formule di silenzio-assenso da parte del risparmiatore".
Un tentativo di valutare l’esposizione degli istituti di credito italiani al comparto militare, considerando partecipazione azionaria, crediti e finanziamenti di altro tipo, lo ha fatto la Fondazione finanza etica nel report ZeroArmi, pubblicato lo scorso febbraio. I risultati mostrano che le dieci banche più grandi in Italia per flusso di cassa sono tutte coinvolte nel settore delle armi, anche se a livelli diversi. A registrare i tassi di esposizione più alti sono Intesa Sanpaolo, insieme alla sua controllata Fideuram, e Unicredit, con un "coinvolgimento significativo", mentre l’unica immune è Banca Etica.
Ora, l’apertura all’industria degli armamenti è incentivata anche dalla Banca europea degli investimenti (Bei), che lo scorso dicembre ha messo a disposizione delle banche un miliardo di euro, sotto forma di prestito, perché a loro volta facciano credito a piccole e medie imprese attive nel settore. A giugno, la dotazione è stata triplicata ed è stato siglato il primo accordo da mezzo milione con Deutsche Bank.
La mobilitazione dei capitali privati verso il riarmo riguarda anche i fondi comuni d’investimento, che raccolgono il denaro di chi impegna i propri risparmi in azioni o titoli di Stato, come anche i fondi pensione.
"Se punti solo al rendimento e non chiedi esplicitamente che le società che producono armi vengano escluse, è molto probabile che ti venga proposto un fondo che ne contiene, perché stanno andando fortissimo – spiega a lavialiberaUgo Biggeri, tra i fondatori di Banca Etica, oggi rappresentante per l’Europa della Global alliance for banking on values (Gabv) –. Non è cattiva volontà del gestore: semplicemente, se gli chiedi di farti guadagnare, comprerà sul mercato qualcosa che renda negli anni".
Per i clienti, nessun diritto a essere informati: "È quasi impossibile sapere preventivamente dove verranno investiti i tuoi soldi. La motivazione spesso è che il gestore vuole evitare che la concorrenza copi il suo paniere (cioè il mix di titoli e azioni in cui investe il fondo, ndr). Al massimo si può sapere dopo la sottoscrizione, ma bisogna volerlo con convinzione".
I tuoi soldi finanziano la guerra?
Più della metà dei portafogli Esg “articolo 8” investe in “difesa e aerospazio”. In alcuni si trovano anche mine antiuomo e bombe nucleari
Non è al riparo nemmeno chi sceglie i fondi Esg (Environment, social and governance), che promettono di orientare gli investimenti verso società sostenibili dal punto di vista ambientale e sociale e responsabili a livello di governance. Lo scorso giugno, la Commissione europea ha emesso una comunicazione rivolta agli operatori finanziari in cui afferma che "visto il suo contributo alla resilienza, alla sicurezza e alla pace, l’industria della difesa dell’Unione migliora la sostenibilità".
Detto fatto: a fine ottobre, secondo Milano Finanza, la piattaforma HANetf ha promosso a fondo sostenibile “articolo 8” (ossia quelli che promuovono obiettivi di sostenibilità senza farne l’obiettivo principale) il suo Etf Future of European defence, che segue l’andamento dei principali produttori di armamenti europei, tra cui l’italiana Leonardo: è il primo fondo dedicato al comparto bellico ad aggiudicarsi questa etichetta.
La decisione di Bruxelles riconosce legittimità a una tendenza in atto già dall’inizio della guerra in Ucraina: secondo la società di analisi Morningstar, a giugno 2025 più della metà (54 per cento) dei fondi Esg “articolo 8” investivano nel settore "difesa e aerospazio", mentre nei fondi “articolo 9”, quelli che hanno come obiettivo primario la sostenibilità, l’esposizione era del 21 per cento.
A confermare questa tendenza, Euronext, il principale gruppo borsistico paneuropeo, ha lanciato lo scorso maggio nuovi indici azionari orientati verso quelli che ha chiamato i "nuovi obiettivi Esg": non più ambiente, sociale e governance, ma "energia, sicurezza e geostrategia".
Limitazioni normative in questo settore esistono solo per le cosiddette “armi controverse”. In Italia, la legge 220 del 2021 vieta agli intermediari di finanziare società che "direttamente o tramite società controllate o collegate, svolgano attività relative alle mine antipersona, munizioni e submunizioni cluster, di qualunque natura o composizione, o di parti di esse".
A livello europeo, invece, non esiste un divieto esplicito, ma soltanto obblighi più stringenti in materia di trasparenza. Il Regolamento relativo all’informativa sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari (Sfdr) impone agli operatori di dichiarare la quota di investimenti in società coinvolte nella produzione o vendita di mine antiuomo, bombe a grappolo, armi chimiche e biologiche e specificare le azioni in campo per "evitare o ridurre l’impatto negativo".
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Nonostante questo, sempre secondo Morningstar, il peso dei titoli legati a queste aziende nei fondi d’investimento europei è più che raddoppiato dal 2022, anche in quelli sostenibili “articolo 8”. Un altro regolamento comunitario, poi, esclude le aziende coinvolte in attività legate alle armi controverse dagli indici finanziari Ue allineati con l’accordo di Parigi, le “liste green” che identificano le società impegnate nella riduzione delle emissioni.
Sempre lo scorso giugno, la Commissione ha proposto una modifica al testo: non più un riferimento generico alle armi controverse, che "lascia troppa incertezza e confusione", ma solamente ad "armi proibite", limitate a mine antiuomo, bombe a grappolo, armi chimiche e biologiche. Potranno quindi qualificarsi per l’etichetta “green”, e così finire con più facilità nei fondi sostenibili, le società coinvolte nella produzione di armi nucleari, di bombe al fosforo bianco o di “robot killer”.
Potranno qualificarsi per l’etichetta “green” anche le società coinvolte nella produzione di armi nucleari, di bombe al fosforo bianco o di “robot killer”
"L’elefante nella stanza che non vogliamo vedere è proprio questo – conclude Biggeri –. Se consideriamo le armi come una merce qualunque, allora è logico che si voglia ricavarne profitto. Se domani decidessimo che la droga va bene, ci investirebbero tutti, perché rende. Forse invece dovrebbero avere una regolamentazione completamente diversa".
Che il sistema europeo di gestione del risparmio sia sempre più legato all’industria degli armamenti non è senza conseguenze. Alessandro Volpi parla di una "nuova bolla finanziaria": "Fino a poco tempo fa, il risparmio privato, anche quello dei fondi pensione o dell’assistenza sanitaria integrativa, era in larga parte in mano ai grandi gestori americani come Blackrock e Vanguard, legati soprattutto ai titoli delle big tech. Da quando Trump è tornato alla Casa bianca, però, quella bolla è in forte contrazione, per cui in Europa si è cercato di sostituirla con un’altra, che è quella del riarmo, sostenuta da grossi finanziamenti pubblici e slegata dalla produzione reale. Mi spiego: per ora, non è ancora partita un’attività di commesse tale da giustificare un aumento così forte dei titoli dei produttori di armi. Prima o poi, però, almeno parte di questi investimenti dovrà tradursi in crescita della produzione non tanto per esigenze di sicurezza, quanto per evitare che la bolla si sgonfi".
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In altri termini, rischiamo di trovarci a fare il tifo per il riarmo per salvare i nostri risparmi.
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