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24 novembre 2025
Le vittime di violenza di genere non sono tutte giovani, incaute e disorientate, non abitano al Sud o nelle grandi città e, soprattutto, non sappiamo ancora abbastanza su di loro, su quanto hanno subito e da chi. Per arrivare a smontare alcuni pregiudizi e stereotipi, e soprattutto comprendere la diffusione del fenomeno, sono state necessarie ricerche di dati ufficiali e un lavoro di analisi. Lo hanno fatto insieme l’associazione #DatiBeneComune e Period Think Tank, che hanno chiesto e ottenuto dal ministero dell'Interno informazioni dettagliate. Così questo è il primo 25 novembre, giornata nazionale contro le violenze di genere, in cui si potrà riflettere sulle violenze di genere a partire da statistiche precise. Molti aspetti, tuttavia, restano ancora da sondare.
Solo sfogliando i 2.422 reati commessi tra il 2023 e il 2024 contro un individuo di genere femminile, per esempio, si scopre che le vittime hanno le età più svariate.

Tenendo conto di omicidi, tentati omicidi, episodi di stalking, maltrattamenti in famiglia, violenze sessuali o lesioni dolose o altri reati da codice rosso, tra le donne che hanno subito violenza da parte di un conoscente ce ne sono tredici minori di 5 anni e 148 tra i 15 e i 19, ma anche 615 oltre i 50 anni (25 per cento delle vittime), di cui sette tra i 90 e i 100. Sfatando il mito della violenza come fenomeno solo giovanile, questi dati mostrano che quasi metà delle vittime ha tra i 30 e i 45 anni, quindi si tratta presumibilmente di donne nel pieno della vita lavorativa, spesso con figli, in relazioni stabili o uscite da separazioni. E che possono abitare in tutta Italia. Stavolta, infatti, il divario Nord-Sud non conta.

Focalizzandosi sulla distribuzione di delitti, reati spia, codice rosso in proporzione alla popolazione residente, dagli stessi dati si può ricavare una classifica delle province con più episodi di violenza di genere. In cima ce ne sono tre di piccola-media dimensione – Trieste, Imperia e Caltanissetta, rispettivamente con 608, 598 e 559 reati ogni 100mila abitanti –, città dove bastano pochi episodi in più per variare il tasso al rialzo, mentre quello delle grandi città resta comunque più basso.

Roma è a 545 casi ogni 100mila abitanti, Napoli a 523 e Milano a 408 episodi. La geografia dell’Italia delle violenze di genere cambia nuovamente se si confrontano reati commessi, vittime e segnalazioni su scala provinciale. Mettere in relazione i primi due fa capire quanti episodi in percentuale coinvolgono più persone o rappresentano più reati “in un solo colpo”. Correlare i primi e i terzi fornisce un elemento per valutare la capacità investigativa locale. Anche in questa nuova mappa spicca Roma con 10.947 reati commessi, 3.559 vittime, 1.948 segnalazioni/autori, a seguire c’è poi Milano che supera Napoli nei reati commessi, ma non nel numero di vittime.

Focalizzandosi infine sui dati legati al codice rosso e alla loro evoluzione nel tempo, si può monitorare l’efficacia del provvedimento stesso. Dal 2019 (anno in cui è stato introdotto) a oggi, sia i reati commessi, sia le vittime di genere femminile sono quasi quintuplicate, segnale non tanto di un boom di violenza quanto di maggior tracciamento, grazie anche all’introduzione di nuovi reati (come revenge porn, sfregio permanente e matrimonio forzato), alle procedure accelerate e a livelli di sensibilizzazione crescenti.

“Ampliare l’accesso e la completezza dei dati sul fenomeno della violenza maschile alle donne e di genere nelle sue diverse forme dovrebbe essere una priorità di tutte le istituzioni, a partire dal Ministero dell’Interno, sia per elaborare politiche più efficaci di prevenzione basate sui dati, sia per permettere a tanti soggetti diversi di pianificare interventi più mirati”Giulia Sudano - Presidente dell'associazione Period Think Tank
Questo è il primo 25 novembre, giornata nazionale contro le violenze di genere, in cui le italiane e gli italiani possono riflettere sul fenomeno a partire da queste informazioni tra le mani. Sarebbero ancora sepolte negli archivi della polizia criminale se qualcuno non avesse presentato una richiesta ufficiale per liberarle al ministero dell’Interno. A farlo è stata l’associazione #DatiBeneComune assieme a Period Think Tank, recriminando un diritto fondamentale in una democrazia, attraverso uno strumento denominato “accesso civico generalizzato” (in alcuni paesi si chiama Foia, l'acronimo che definisce la legge statunitense chiamata "Freedom of information act") che permette a chiunque di richiedere dati alla pubblica amministrazione, senza dover motivare la richiesta.
Il 18 aprile 2025 Giulia Sudano (in rappresentanza di Period Think Tank) ha chiesto dati statistici sulla violenza di genere in Italia: numeri, età delle vittime, province dove avvengono i reati, relazioni tra vittime e autori. Tutte informazioni che avrebbero dovuto essere già pubbliche e disponibili, ma che ha ricevuto dal Dipartimento della Pubblica sicurezza solo grazie a questa azione e dopo 21 giorni di attesa. Migliaia e migliaia di righe di dati sono diventati improvvisamente accessibili, rivelando sei anni (dal 2019 al 2024) di informazioni per leggere il fenomeno della violenza di genere in Italia con un livello di dettaglio mai reso pubblico prima.
Nei dati liberati, oltre a qualche esempio già visto sopra, si trovano informazioni di vario tipo e divisi per province. Reati commessi, vittime di genere femminile e persone denunciate o arrestate, ma anche tutti i delitti violenti (omicidi, tentati omicidi, lesioni dolose, percosse, minacce, violenze sessuali), i reati spia (atti persecutori, maltrattamenti in famiglia, violenze sessuali) e i reati del codice rosso (costrizione al matrimonio, deformazione del viso, diffusione illecita di immagini intime, violazione di allontanamento e divieto di avvicinamento).
Non compare la categoria dei femminicidi, non perché non ci sono i dati, ma perché non c’è la categoria. Al contrario di paesi come la Spagna, che sta perfino lavorando con le sottocategorie di tale reato, fino ad oggi l’Italia non ha codificato questo termine come fattispecie giuridica a sé stante, motivo per cui ministero non ha finora monitorato i casi. Proprio oggi, la Camera ha approvato una legge che introduce nel codice penale il reato di femminicio, colmando finalmente questo vuoto.
Eppure, come spiega Sudano, presidente di Period Think Thank, “ampliare l’accesso e la completezza dei dati sul fenomeno della violenza maschile alle donne e di genere nelle sue diverse forme dovrebbe essere una priorità di tutte le istituzioni, a partire dal ministero dell’Interno, sia per elaborare politiche più efficaci di prevenzione basate sui dati, sia per permettere a tanti soggetti diversi di pianificare interventi più mirati”.
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"Avere informazioni dettagliate, disaggregate, accessibili e continuative offre una serie di opportunità. Abbiamo bisogno di poter mettere insieme dati diversi, ma questa sistematizzazione tuttora manca. Ciò ci impedisce di avere chiaro il quadro del fenomeno della violenza di genere in Italia e di cambiarne la narrazione”Donata Columbro - Esperta di data journalism e autrice di "Perché contare i femminicidi è un atto politico" (Feltrinelli, 2025)
Sfogliando i dati liberati, emergono poi anche altre criticità, per esempio la difficoltà di incrociare data set perché alcuni riportano vittime solo di genere femminile e altri prevalentemente, ma non solo. Si intravvedono le dinamiche che i dati aggregati nascondono, ma non si ha la totale libertà di utilizzarli in autonomia, come dovrebbe accadere con dati pubblici quando non lo sono per definizione. Stretti in formati excel o csv, questi numeri sembrano riservati agli esperti, di violenza o di dati, ma non è così. Anche chi non li sa leggere può trarne beneficio in quanto membro della comunità. “Non ci si deve accontentare di report pubblicati da diversi enti che non parlano tra loro. Avere informazioni dettagliate, disaggregate, accessibili e continuative offre una serie di opportunità – osserva Donata Columbro, esperta di data journalism e autrice di Perché contare i femminicidi è un atto politico (Feltrinelli, 2025) –. Abbiamo bisogno di poter mettere insieme dati diversi, ma questa sistematizzazione tuttora manca. Ciò ci impedisce di avere chiaro il quadro del fenomeno della violenza di genere in Italia e di cambiarne la narrazione”.
Senza dati disaggregati e accessibili in continuità è impossibile progettare interventi efficaci e valutare se lo sono davvero e nel tempo. I centri antiviolenza non sanno dove rafforzare la presenza. Le forze dell’ordine non possono affinare i protocolli di valutazione del rischio. Le amministrazioni locali distribuiscono fondi senza sapere dove il fenomeno è più acuto. E il dibattito pubblico si sviluppa su stereotipi: la vittima giovane e ingenua, l’aggressore straniero, il raptus improvviso. Tutte narrazioni che i dati potrebbero aiutare a smentire o confermare, se solo fossero accessibili. L’Inghilterra sta perfino sviluppando un Homicide Index, strumento sistematico per indagare casi di femminicidio e identificare indicatori di rischio.
L’Italia arranca e non sembra nemmeno avere fretta di recepire la direttiva Ue 2024/1385 che dal 14 giugno 2027 imporrà a tutti gli Stati membri di raccogliere e diffondere le statistiche annuali sulla violenza contro le donne, con disaggregazione per età, sesso e relazione con l’autore. Da alcuni anni c'è una legge nazionale, la 53/2022, che introduce l’obbligo di raccolta e pubblicazione di flussi informativi periodici sulla violenza di genere secondo le linee fornite dall’European institute for gender equality (Eige), ma l’Italia continua imperterrita a produrre report annuali aggregati, inaccessibili per analisi autonome.
Il revenge porn non è una vendetta, è violenza
Incapacità? Scelta politica? Secondo Columbro questo atteggiamento è soprattutto frutto della “mancanza della cultura del dato”, ovvero della scarsa consapevolezza di quanto avere dati disaggregati e liberi potrebbe aiutare a spezzare il ciclo che proprio nel 25 novembre trova uno dei passaggi chiave. Un femminicidio “imprevisto”, l’indignazione pubblica, l’annuncio di nuove misure. Poi il silenzio, fino al caso successivo. Sul tema della violenza maschile alle donne e di genere, Sudano è convinta che “da parte dell'attuale governo ci sia un chiaro intento di strumentalizzazione politica, come dimostrano le dichiarazioni del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara nel 2024 su una presunta correlazione fra ‘fenomeni di violenza sessuale e forme di marginalità e di devianza in qualche modo discendenti da una immigrazione illegale’ – afferma la presidente di Period Think Thank –. Queste affermazioni non sono supportate in alcun modo dai dati, quindi il fatto di non renderli facilmente accessibili e completi implica una chiara scelta politica, perché non permette di verificare queste affermazioni conoscendo i dettagli su relazioni tra vittima e autore, contesto dei reati o distribuzione territoriale e sulle diverse forme di violenza”.
Anche per questo motivo, #datibenecomune e Period Think Thank, stavolta in collaborazione con Donne in Rete contro la violenza (D.i.Re), hanno lanciato la campagna di raccolta firme su grande scala. Si chiama #dativiolenzadigenere e conta già oltre 22mila adesioni: “L’idea è quella di mobilitare la società civile per creare una domanda politica rispetto alle disponibilità dei dati sul tema della violenza maschile alle donne e di genere, e più in generale su tutti i temi”, precisa Sudano.
Non dovrebbero più servire le richieste di accesso civico generalizzato ("Foia") per avere informazioni che devono essere per legge condivise. L’obiettivo della lettera che i promotori della campagna invieranno alla presidenza del Consiglio, al ministero dell'Interno e al ministero della Giustizia è infatti quello di ottenere dati dal 2019 in poi, in formati aperti, corredati da metadati, disaggregati per genere, età, comune di residenza delle vittime e degli autori. E che riguardino tutte le fattispecie di reato connesse alla violenza di genere, specificando se vi fosse stata denuncia precedente e considerando la violenza digitale. Tutti possono partecipare con una firma per un prossimo 25 novembre con ancora più dati a disposizione, più precisi e classificabili e (potenzialmente) meno femminicidi. Si può sostenere la campagna sul sito datibenecomune.
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