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1 gennaio 2026
Nella sua History of Warfare (1993) lo storico militare John Keegan ha sostenuto che la guerra "è un’attività interamente maschile ": l’unica attività umana da cui le donne sempre e ovunque si tengono alla larga. Per l’antropologo Robert Edgerton è stato facile esibire diversi casi in cui le donne assumono ruoli direttamente bellici (e non soltanto ausiliari). In Warrior Women del 2000 Edgerton però si concentra su un caso davvero lampante e decisivo: le Amazzoni del regno del Dahomey.
Guerra al maschile, il passo dell'oca a Pechino
Oggi coincidente con la Repubblica del Benin, il Dahomey, dal XVII fino alla fine del XIX secolo, è stato un regno via via più importante, organizzato e bellicoso, la cui economia si fondava soprattutto sulla tratta degli schiavi: si predavano le società dell’interno per fornire di schiavi gli europei insediati sulla costa dell’Atlantico, in cambio soprattutto di armi. Nonostante questa politica spietatamente mercantile, colpisce la cura con cui i Fon (gli abitanti del Dahomey) avevano costruito la struttura del potere, ispirata a un principio costantemente perseguito di simmetria. Tutto nel Dahomey ubbidiva a criteri di bipartizione e di corrispondenza dualistica. Per esempio, come vi era una gerarchia di ministri e di funzionari maschi, così vi era una corrispondente gerarchia femminile: i primi erano considerati come ministri dell’esterno (la realtà sociale fuori del palazzo regale, ad Abomey), mentre i ministri dell’interno era donne.
Come c’era un esercito maschile, così non poteva non esserci un esercito femminile. Proprio tenendo conto di questo principio di simmetria, riusciamo a comprendere l’equilibrio di genere nel Dahomey: la stessa forte centralità del potere regale in questo regno iper organizzato era una garanzia per il mantenimento dell’equilibrio. Alle donne era riconosciuta notevole autonomia nelle attività domestiche, nella conduzione dei campi e delle attività commerciali, oltre che rispetto e autorevolezza nella comunità locale. Il netto potere maschile del sovrano era a sua volta bilanciato dalla onnipresenza femminile nel palazzo e dall’istituzione di una guardia del corpo composta da sole donne. A quanto risulta, la guardia del corpo fu il nucleo da cui prese forma l’esercito femminile. Ogni famiglia era tenuta a presentare le proprie figlie al re: tra queste venivano scelte le più vigorose per fare parte delle ahosi, le “mogli del re”. Anche la componente femminile era in tal modo mobilitata e coinvolta nella struttura politica e militare del potere, al fine di rispondere al motto di ogni sovrano di Abomey: "Fare il Dahomey sempre più grande".
Ripudiamo la guerra perché la sua potenza ci ha sedotto
"La guerra – dicevano le ahosi – è la nostra grande amica"
La marcia è di per sé estremamente indicativa di una volontà di progresso. E così nei loro canti le “mogli del leopardo” o “leonesse” – come venivano anche chiamate le guerriere del Dahomey – chiedevano esse stesse di "marciare in modo virile", di "marciare coraggiosamente come gli uomini". Ma se questo fa pensare che in guerra le ahosi avevano come punto di riferimento un modello maschile, le testimonianze di cui disponiamo dimostrano nelle guerriere del Dahomey un coraggio e una determinazione ben maggiori, fino al punto che esse sovente combattevano più delle loro controparti maschili.
La guerra come tremenda libertà
Sembra di intravedere nel comportamento in guerra delle ahosi un desiderio di superare il modello maschile ordinario, più precisamente – come afferma Edgerton – di trasformare sé stesse in “uomini superiori” ai loro commilitoni, tant’è vero che le testimonianze parlano non solo di una maggiore destrezza e abilità – dovute a un intenso e prolungato addestramento – ma anche di una ben maggiore ferocia nelle azioni belliche. "La guerra – dicevano le ahosi – è la nostra grande amica".
Messe inevitabilmente da parte le aspirazioni riproduttive e gli atteggiamenti materni che ne sarebbero derivati, le Amazzoni si sottoponevano a una vera e propria trasformazione di genere, che le portava persino al di là delle prestazioni del modello maschile. Proprio per questo le ahosi erano considerate un corpo d’élite. Fu in questa veste di intrepido corpo scelto che esse dovettero affrontare, nel 1892, l’ultima battaglia con i francesi, quella che decretò la sconfitta definitiva del Dahomey e delle sue donne guerriere.
Leggi la rubrica dell'antropologo Francesco Remotti, "La grande cecità"
La malleabilità dell’essere umano consente anche alle donne di partecipare a pieno titolo alle attività belliche. Ma la trasformazione di genere di cui abbiamo parlato a proposito delle guerriere del Dahomey – che si presenta come un’intensificazione di tratti del comportamento bellico maschile – non è forse una conferma che la guerra è una faccenda non già esclusivamente maschile, bensì fondamentalmente maschio-centrica? E se poi, per converso, pensiamo ai Lovedu – il piccolo regno del Transvaal che nel 1800 prese la decisione, convintamente pacifista, di consegnare il potere regale a una dinastia femminile e di fare a meno per sempre di armi ed eserciti – non è forse la “regina della pioggia” (leggi qui la loro storia) colei a proposito della quale essi dicono con tranquillità e sicurezza "la regina non combatte, né ora, né mai"?
Possiamo allora spingerci a dire che, come la guerra è prevalentemente maschio-centrica, la pace – pur essendo aperta a tutti – potrebbe e dovrebbe nascere soprattutto da un’ispirazione femminile? Non la pensavano forse così gli stessi regni bellicosi, vicini dei Lovedu, che rispettarono sempre mujaji, la regina della pioggia, una garanzia intoccabile e preziosa di pace in mezzo alle guerre in cui erano coinvolti?
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