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24 febbraio 2026
Il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Giovanni Melillo boccia la riforma Nordio, che dovrà passare il vaglio del referendum del 22 e 23 marzo. Lo fa attraverso un’intervista al sito Giustizia insieme nella quale spiega di non averne apprezzato i metodi, con il mancato confronto in parlamento, né il clima in cui avviene la campagna referendaria, “segnata da acrimonia e palesi tentativi di strumentalizzazione politica”.
"La Costituzione è bene comune che deve poter armonicamente riflettere un necessario pluralismo dei contributi di riflessione e proposta”
“Il mio ragionamento parte, ma potrebbe anche concludersi, riconoscendo che una riforma costituzionale, per di più se riferita all’ordinamento della Repubblica, non possa credibilmente muovere da iniziative governative chiuse ad ogni confronto parlamentare”, spiega Melillo. In altri termini, la riforma è stata approvata così come scritta dall’esecutivo di Giorgia Meloni, senza alcuna discussione. Non è soltanto una questione di metodo, ma di merito, perché in questa maniera la riforma viene “privata dei vantaggi di una maggiore ponderazione, possibile soltanto ricercando il dialogo e non gli immediati vantaggi delle prove di forza, tenendo a mente che la Costituzione è bene comune che deve poter armonicamente riflettere un necessario pluralismo dei contributi di riflessione e proposta”.
Molti aspetti della riforma, come il sorteggio dei magistrati – che finora sono scelti tramite il voto – nel Consiglio superiore della magistratura (l'organismo composto da magistrati e laici che valuta la professionalità delle toghe e assegna gli incarichi) e il funzionamento dell’Alta corte disciplinare, hanno “contraddizioni e criticità assai gravi che soltanto un confronto aperto e senza pregiudizi avrebbe potuto almeno mitigare”.
Invece, senza un confronto, si potrebbero avere degli effetti collaterali. Ad esempio lo sdoppiamento dei Consigli superiori della magistratura, uno per i pubblici ministeri e l’altro per i giudici, tutti sorteggiati, condurrà a “processi di ripiegamento burocratico e micro-corporativo delle visioni e delle prassi dell’organizzazione giudiziaria e, dunque, di deresponsabilizzazione istituzionale”, che – nota ancora il procuratore antimafia – sono proprio quei “mali dell’autogoverno della magistratura che dovrebbero essere invece miracolosamente sanati dalla riforma”.
Melillo afferma anche che, a indebolire la magistratura, pesano anche “le pressioni politico-mediatiche sistematicamente esercitate per condizionare le indagini più difficili e delicate, proiettate sugli accidentati terreni della corruzione politico-amministrativa e dei mercati d’impresa, del riciclaggio delle ricchezze mafiose, della finanza opaca e delle grandi frodi fiscali”. A queste aggiunge anche le “investigazioni che faticosamente aprono lo sguardo della giurisdizione verso ciò che avviene in un gigantesco mercato clandestino dei dati personali riservati in grado di generare azioni destabilizzanti i mercati d’impresa e le stesse istituzioni politiche”. Un riferimento a quanto emerso dopo lo scandalo Striano.
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"Sono in discussione più ampi e delicati equilibri istituzionali”
Oltre agli aspetti tecnici del testo, Melillo guarda anche a quanto accade intorno: “Il clima nel quale si svolge la campagna referendaria e gli espliciti annunci di nuove leggi volte a ridurre le prerogative processuali del pm sul cruciale versante dei rapporti con la polizia giudiziaria rendono evidente che sono in discussione più ampi e delicati equilibri istituzionali”. L’ultimo passaggio è un riferimento alle dichiarazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che a fine gennaio auspicava ulteriori riforme: “Penso anche ad aprire un dibattito su se è giusto o meno continuare a conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati”, diceva il politico. In questa maniera i pubblici ministeri non coordinerebbero più le inchieste, ma diventerebbero dei meri “avvocati della polizia”. A proposito dei pm: “Ciò che preoccupa maggiormente è un rischio di progressivo indebolimento del ruolo processuale e della stessa immagine del pubblico ministero”.
Dalle sue parole, filtrano però anche critiche sottili alla sua categoria. “Comunque vada il referendum, resteranno sul tappeto questioni serie e non più eludibili, che investono la stessa responsabilità sociale della magistratura”. Come ultima domanda, l’intervistatore chiede se, dopo il voto, ci saranno conseguenze nei rapporti tra la magistratura e l’avvocatura e se verrà minata la fiducia dei cittadini verso le istituzioni. “Molto terreno si è perso sulla strada del dialogo – conclude Melillo – e appare difficile che potrà essere recuperato in una prospettiva segnata dall’ulteriore, inevitabile indebolimento delle funzioni di governo autonomo della magistratura”. Il procuratore auspica un “credibile impegno comune” a non disperdere – con chiusure e tensioni – “ciò che resta della fiducia pubblica nella giustizia”, ma andrebbero interrotte le “sistematiche e inaccettabili denigrazioni quotidiane del lavoro e della stessa immagine della magistratura”.
Il governo mette i bastoni tra le ruote della giustizia
Le parole del procuratore nazionale antimafia Melillo non sono piaciute agli esponenti del centrodestra. Tra questi, Enrico Costa, deputato di Forza Italia, sui social ricorda che "gli ultimi tre capi della procura antimafia si sono candidati alle elezioni, due con il Pd, uno con i 5Stelle. Pertanto non stupisce che l'attuale procuratore, rilanciato dal Fatto Quotidiano, spari a zero sulla riforma, arrivando a paventare 'pressioni politico mediatiche sistematicamente esercitate per condizionare le indagini più difficili e delicate' proprio dall'ufficio che si è distinto come colabrodo per l'estrazione abusiva di documenti riservati a beneficio di giornalisti per costruire articoli contro esponenti del governo. Inventare di sana pianta che la riforma condizionerà le indagini è uno sfregio al parlamento e misura il rispetto che certa magistratura manifesta".
Melillo "ha espresso le sue forti preoccupazioni sulla riforma Nordio che rischia di indebolire ruolo della magistratura, pesando negativamente anche sul lavoro di indagine e contrasto alla criminalità – ha risposto il senatore Walter Verini, capogruppo Pd in Antimafia –. Lo ha fatto con un ragionamento serio e articolato, rinnovando preoccupazioni che aveva peraltro espresso anche nelle audizioni e che avrebbero dovuto essere ascoltate. Così non è stato e consiglierei a Enrico Costa di riflettere sulle cose dette da Melillo, prima di parlare di scenari inesistenti. Ma temo, non solo per le propagandistiche dichiarazioni di Costa, che per questo governo la lotta alla corruzione e alle mafie siano solo bandiere da sventolare negli anniversari, riponendole il giorno dopo, invece di praticarle con coerenza nell'azione di governo".
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