
Cosa prevede il nuovo regolamento Ue sui rimpatri



23 aprile 2026
Di corsa, senza pensarci troppo: tutto ciò che ha il valore della memoria va messo in salvo. Orletti, rasi, stoffe preziose, orecchini in filigrana, pendenti. L’acqua intanto entra dalla vasca, risale decisa dal tubo del gabinetto, si ferma appena sotto la tavoletta. Per poco non tracima. “Quando ho visto l’acqua salire, ho avuto un momento di panico. Ho pensato di morire”. Maria Antonietta Fadda solleva gli occhi al soffitto, come se cercasse ancora lì quei secondi di paura. “Ci dicono di andare via, ma dove? Mi resta solo salvare il salvabile: l’abito sardo, la fisarmonica di mia figlia, i gioielli. Li metto tutti sopra l’armadio”.
Una delle settemila anime di Bosa, comune della provincia di Oristano, sulla costa ovest della Sardegna, Maria Antonietta vive nel quartiere storicamente più esposto alle piene del fiume Temo e ai torrenti che scendono dalla montagna. Ricorda l’ultima, dell’agosto 2024, e non riesce più a vivere serena: “Prima di uscire guardo le app meteo; se piove corro a casa. L’unica difesa che ho è stare nei paraggi dei miei ricordi”.
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Oggi, gli argini del fiume sono un cantiere: dopo anni di inerzia, nel febbraio del 2025 hanno preso avvio i lavori per un’opera di “difesa idraulica” da decine di milioni di euro che guarda solo a valle, approvata senza dibattito pubblico e senza valutazione complessiva dell’impatto ambientale. “Un progetto presentato vent’anni fa vorrebbe costruire un muro nel posto più sbagliato possibile ed espropriare terra fertile – spiega l’ingegnere idraulico Simone Venturini –. Difendere una città d’acqua costruendo barriere rigide e scollegate tra loro è un errore tecnico, paesaggistico e culturale. Il Temo non si governa con il cemento”.
"Difendere una città d’acqua costruendo barriere rigide e scollegate tra loro è un errore. Il Temo non si governa con il cemento"Simone Venturini - ingegnere idraulico
Bosa si arrampica sotto il castello di Serravalle, un anfiteatro di case colorate che scende verso il fiume come una lama di pietra. Il Temo, unico fiume navigabile della Sardegna, taglia la città e sale lentamente verso l’entroterra. La cittadina, abbracciata dalle montagne, è una delle zone dell’Isola più esposte al rischio idrogeologico. Una fragilità aggravata da condotte sotterranee vecchie e poco manutenute, dalla mancanza di interventi a monte – dove l’acqua si incanala, prende velocità, trascina sedimenti – e dall’assenza di una visione organica per il deflusso idrico. Gli affluenti arrivano al centro trascinando detriti. Quando incontrano le valvole a clapet, che dovrebbero impedire al fiume di risalire nei tombini, il sistema va in tilt: la macchia mediterranea ostruisce le valvole, l’acqua resta intrappolata, la pressione cresce e i tombini esplodono come tappi di una bottiglia agitata.
A questa storia di malfunzionamenti si è risposto con un grande progetto di difesa idraulica, finanziato da fondi statali e regionali e affidato a un Commissario straordinario. La versione definitiva, firmata nel 2008 dalla società romana Vams, prevede tre fasi per oltre 30 milioni di euro. La prima, già finanziata con più di 10 milioni, prevede muri e argini sulla sponda destra, uno di quasi quattro metri dal pelo dell’acqua. La seconda fase replica interventi simili sulla sinistra. La terza prevede un impianto idrovoro e altre barriere fino alla darsena.
“L’obiettivo è mettere in sicurezza l’abitato e tremila persone che vivono vicino al fiume”, ha spiegato l’assessore regionale ai lavori pubblici Antonio Piu il 7 febbraio 2025, durante l’unico incontro informativo aperto alla cittadinanza. Ma per il geologo Giovanni Tilocca, che ha studiato gratuitamente il caso per affiancare il comitato cittadino Non ti Temo, l’approccio è sbagliato: “È un progetto rigido e perimetrale. Si costruiscono muri a valle invece di lavorare a monte. Si irrigidisce il fiume senza considerare l’intero reticolo idrogeologico”. All’opera si aggiungono poi altri interventi di “difesa attiva”, volti cioè a ridurre la portata del fiume, per un costo complessivo potenziale che la consigliera comunale Cristiana Cacciapaglia ha stimato in almeno 250 milioni di euro.
L'Autorità di bacino ha bocciato il Piano di assetto idrogeologico presentato dal Comune per carenze nei contenuti e nel metodo. L'amministrazione non ha ancora risposto alle richieste di integrazione
A casa di Maria Antonietta e Gian Giuseppe Contini, a pochi passi da un canale tombato, l’ospitalità accoglie prima ancora delle parole. Un murale raffigura una ragazza in abito sardo che sfida l’ondata che ogni anno arriva da monte e dai tombini. La famiglia vive nel pieno di un reticolo idraulico fragile, dove i canali più piccoli, quelli che contano di più in caso di piena, non sono nemmeno mappati nell’ultima variante del Piano di assetto idrogeologico (Pai), presentata nel maggio del 2024 e bocciata dall’Autorità di bacino nel febbraio 2025 per carenze nei contenuti e nel metodo: mancano dati su attraversamenti, canali, punti critici, proprio ciò che distingue un allagamento gestibile da un disastro. Ad oggi, il Comune non ha risposto alle richieste di integrazione.
Nel maggio del 2018, un violento nubifragio ha colpito Bosa trasformando le strade in fiumi di fango. “Abbiamo perso tutto – ricorda Contini –. Porte nuove, cameretta delle ragazze, divani. Il risarcimento? Trecento euro a stanza, anticipati. È vivere dormire con gli stivali vicino al letto?”. I residenti lamentano anche l’assenza di trasparenza: un’opera che prevede un muro di quattro metri nel cuore di un fiume come il Temo, in diciotto anni non ha mai visto un confronto pubblico vero. Nessuna assemblea, nessuna discussione aperta, nessuna valutazione di alternative, nessuno spazio alle osservazioni dei cittadini.
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Neanche sugli espropri c’è stata chiarezza: gli avvisi sono arrivati in ritardo, troppo tardi per nominare un perito o agire legalmente. “Dividendo il progetto in tanti piccoli interventi si è evitata la valutazione di impatto ambientale”, spiega Manfredo Atzeni, ex presidente del Tribunale amministrativo regionale della Toscana e rappresentante legale del comitato. “E così si è evitato anche il confronto pubblico obbligatorio. Si è aggirata la partecipazione”. Il geologo Tilocca aggiunge: “Nel progetto compare un dragaggio del 2017, ma il fiume non viene pulito dai primi anni Duemila. E il percorso decisionale - Comune, Regione, Commissario - ha prodotto un’opera da 250 milioni che i cittadini non conoscevano nemmeno”.
Dentro i canali non ancora tombati, tra detriti, sterpaglia e rifiuti, si cammina come in un intestino di cemento e terra. Nei punti più stretti, i muri scavati dall’acqua parlano delle piene del 2024, del 2022, e di tutte quelle precedenti. Arriviamo alla tombatura, per ora alta due metri, entriamo e passiamo sotto i tombini di Bosa. “Siamo appena passati nel canale più largo e alto, quello che passa sotto via Marghine. Da qui in poi il passaggio si restringe sempre di più, unendosi con gli altri progetti dei tombati, quelli più antichi”, racconta il geologo attraversando il canale tombato del rio Codolanu, a nord-est della cittadina.
"Ogni volta che chiediamo al Comune informazioni sui lavori, ci danno una risposta diversa. Intanto abbiamo perso il 60 per cento delle prenotazioni, e le case rischiano di perdere il 40-45 per cento del valore"
È in questo groviglio di infrastrutture trascurate che il progetto idraulico vorrebbe innestarsi. Ma si interviene sul fiume, ignorando gli affluenti: una fragilità evidente per i seicento cittadini del comitato, che mette insieme agricoltori, avvocati, tecnici, imprenditori, amministratori. Tra loro ci sono Nadia Cadeddu e Tiziana Bacci, gestori di case-vacanza, che hanno dovuto cancellare mesi di prenotazioni. “Ogni volta che chiediamo al Comune informazioni sui lavori, ci danno una risposta diversa. Intanto abbiamo perso il 60 per cento delle prenotazioni, e le case rischiano di perdere il 40-45 per cento del valore”. La preoccupazione è che, con i torrenti che scendono dalle montagne e il muro previsto lungo il fiume, si possa creare una vasca a cielo aperto proprio lì dove Nadia e Tiziana affittano le case: l’acqua piovana, invece di defluire nel Temo, verrebbe bloccata dall’argine artificiale, ristagnando tra il fronte collinare e la barriera. Un bacino chiuso, dove il rischio non è solo l’allagamento, ma la rapidità e la violenza con cui potrebbe avvenire.
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“Si dovrebbe governare con una visione organica che riduca le portate a monte, restituisca funzionalità al fiume in città con il dragaggio e rimetta mano ai rii dimenticati – continua l’ingegnere Venturini –. Continuare a intervenire per lotti, ignorando la manutenzione e contando su opere che non funzionano e sono ormai vecchie anche da manutenere non è pianificazione: è scommettere sulla prossima piena. E perdere la partita”.
Le procure di Oristano e Cagliari hanno avviato due inchieste penali sui ritardi nel completamento delle opere di mitigazione e sul mancato collaudo della diga di Monte Crispu
La questione politica, qui, non è un dettaglio tecnico ma una linea continua che attraversa ogni decisione presa negli anni. È nella scelta di procedere senza un vero coinvolgimento della popolazione, di spezzettare gli interventi per evitare la valutazione di impatto ambientale. È nell’ostinazione con cui si è guardato solo a valle e al cemento, “ignorando il cuore del problema che sta a monte, nei rii abbandonati e nelle colline che scaricano acqua sempre più veloce”, come dice la consigliera Cacciapaglia. È nel mancato collaudo della diga di Monte Crispu, inserita comunque nel progetto di difesa idraulica del paese. Una gestione che ha trasformato il rischio idraulico in una condizione permanente, quasi fisiologica. Nelle scorse settimane, come ha riportato l’Unione sarda, le procure di Oristano e Cagliari hanno avviato due inchieste penali distinte sui ritardi nel completamento delle opere di mitigazione del rischio idrogeologico a Bosa, a partire dal mancato collaudo della diga.
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Intanto i lavori vanno avanti – anche se a rilento a causa di "criticità sopravvenute non prevedibili" in fase di progettazione – “cancellando pezzi di territorio e lasciando dietro rabbia e sfiducia”, denuncia il comitato Non ti Temo. “Ruspe dentro giardini e orti privati, ulivi abbattuti, distruzione senza permessi, cantieri senza cartelli né preavvisi, ditte arrivate sul territorio senza alcuna trasparenza. E il banchinamento, che doveva essere la priorità, è fermo. Siamo arrivati al punto che gli stessi cittadini che chiedono informazioni vengono rimandati a noi, come se un comitato civico dovesse sostituirsi alle istituzioni. Ma noi non siamo il Comune: siamo cittadini che presidiano la democrazia”. Dal canto suo, il Comune fa sapere che la rete fognaria sarà oggetto dei primi interventi, mentre “per la manutenzione dei canali tombati attendiamo il via libera”, ha dichiarato il vicesindaco Federico Ledda.
Intanto, non appena la pioggia cade un po’ più forte del solito, a Bosa ci si continua a chiedere: “Cosa accadrà alla prossima piena?”. Lo dicono gli anziani che ricordano le esondazioni del passato, le famiglie che hanno visto l’acqua entrare in casa, i commercianti che al primo temporale alzano le paratie di legno e pregano San Giovanni Nepomuceno, patrono dei ponti e delle acque inquiete, annegato nel Moldava nel 1393 per aver custodito un segreto, ora riprodotto tra le navate della cattedrale affacciata sul Temo, unico fiume navigabile della Sardegna.
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