Fabio Cantelli Anibaldi (© Stefano Schirato)
Fabio Cantelli Anibaldi (© Stefano Schirato)

Prendersi cura della solitudine

Su chi sceglie di isolarsi grava un antico pregiudizio, perché pochi insegnano a guardare alla solitudine come opportunità e scelta consapevole, presupposto per comprendere gli altri e costruire relazioni significative

Fabio Cantelli Anibaldi

Fabio Cantelli AnibaldiScrittore

1 agosto 2026

Grava sulla solitudine un antico pregiudizio. Un dettato – i benparlanti direbbero "narrazione" – secondo cui la solitudine si diffonde in contesti carenti di quel minimo di attenzione e cura che li rende umani. È un’interpretazione riduttiva come tutte quelle che analizzano le vicende esistenziali da un punto di vista sociologico, ignare della loro ontologica complessità.

In questo caso il pregiudizio sta nel considerare a priori la solitudine come una condizione negativa che bisogna contrastare e denunciare – ecco il carattere politico-morale dell’approccio – se si vuole essere bravi cittadini, capaci di non trascurare anzi di "non lasciare indietro" – altro precetto della catechesi sociologica – chi si sente emarginato o escluso dal consorzio umano.

"I saperi socio-psico-politici riconducono tali forme di rifiuto a manifestazioni di esasperato individualismo o di disagio"

Ma cosa dire allora di certe solitudini ricercate e difese da chi sceglie di troncare i rapporti con la società mantenendo solo quelli utili alla stretta sopravvivenza? Cosa pensare di queste inclinazioni contronatura, se natura dell’essere umano è, come sentenziò Aristotele, quella di essere un animale sociale? Spiazzati da tale anomalia, i saperi socio-psico-politici riconducono tali forme di rifiuto a manifestazioni di esasperato individualismo o di disagio, parola con cui ormai si raccoglie tutto l’inconsueto e l’inspiegabile nelle capienti braccia di un atteggiamento compassionevole – i benparlanti parlerebbero di "postura empatica".

Egoisti e crisalidi

"Il disagio è quello degli adolescenti che per timore o repulsione, o le due cose insieme, fuggono dalla commedia sociale e si chiudono nelle loro camere mettendo in conto, se necessario, di restarci per sempre, come crisalidi"

L’individualismo è quello di chi pretende di vivere da eremita anche in contesti urbani. In questo caso la posizione dell’integralista sociale è perlopiù tranchant: "Sono egoisti che prendono quello che gli serve senza dare nulla in cambio. Se ne stiano dunque nelle loro tane ma imparino perlomeno a cavarsela da soli. Non meritano attenzione, tantomeno compassione: solo indifferenza".

Il disagio è quello degli adolescenti che per timore o repulsione, o le due cose insieme, fuggono dalla commedia sociale e si chiudono nelle loro camere mettendo in conto, se necessario, di restarci per sempre, come crisalidi che, adattandosi al bozzolo, reprimano il desiderio di diventare farfalle. Il sapere psico-sociale li definisce hikikomori, verbo che in giapponese significa "stare in disparte".

Ora, detto che il ricondurre l’essere di una persona a una sua pur predominante manifestazione è, con tutte le più empatiche intenzioni, un metodo d’identificazione da verbale di polizia (lo stesso vale per chi definisce "consumatori" le persone tossicodipendenti, o "utenti" quelle che si rivolgono a un servizio sociale), ciò detto questi adolescenti pongono con il loro discreto ma ostinato isolarsi domande in grado di smascherare tutti i cliché della sociologia sulla solitudine. Quesiti che, se fossero ascoltati e compresi nella loro radicalità, costringerebbero a ripensare dalla radice il rapporto tra individuo e società al di là delle categorie in cui è stato rinchiuso, osservandolo alla luce di quel fenomeno eccentrico ed esorbitante chiamato esistenza.

Sentirsi diversi: fortuna o dannazione?

"L’adolescente solitario scopre che si diventa se stessi e mai si smette di diventarlo perché la conoscenza è imparentata con l’Infinito"

Partiamo dalla radice, dunque. Il neonato ha impellente bisogno di accudimento e protezione ma, imparando con la crescita a badare a se stesso, sente diminuire il bisogno di protezione e aumentare quello di riconoscimento. L’adolescenza è l’età in cui esplode il desiderio di essere riconosciuti nel nostro essere individuale, non più solo come figli, fratelli, compagni di classe o di squadra.

Ma cosa succede se questo bisogno di riconoscimento non viene appagato e se persino da coetanei che più dovrebbero capirlo trovandosi – lui immagina – nella medesima condizione, l’adolescente si sente, se non respinto, incompreso nella sua più intima natura? Succede che rimane solo con la sua diversità senza sapere che farne, tanto meno come conviverci. Incerto se il sentirsi diverso sia una fortuna oppure una dannazione.

L'adolescenza è l'età dello specchio

Ebbene questo è il momento propizio per sperimentare la solitudine come incontro con sé stessi. Incontro tutt’altro che idilliaco, beninteso, foriero di rivelazioni perturbanti a cominciare da quella che riguarda uno dei più celebrati idoli dell’epoca, evocato ogni volta che si pronuncia la parola “identità”. Nell’incontrare se stesso nella solitudine l’adolescente scopre infatti che l’esortazione a "essere sé stessi" – caposaldo della catechesi identitaria – è pura chiacchiera retorica perché l’identità non è un abito che aspetta solo di essere indossato, magari dopo averlo un po’ adattato alle proprie misure e gusti, ma un viaggio interiore di cui solo cammin facendo si scopre, ma mai del tutto, il senso e la meta. L’adolescente solitario scopre che si diventa se stessi e mai si smette di diventarlo perché la conoscenza è imparentata con l’Infinito. Si rende conto che, più saprà, più sentirà i limiti del proprio sapere e più proverà il desiderio di oltrepassarli. E se questo vale per ogni conoscenza a maggior ragione vale per quella di se stessi, la più difficile perché ostacolata dalla ricorrente presunzione di sapere chi siamo.

Flussi? No, elettroshock

Ma chi, tra gli adolescenti attuali, ha il coraggio di vivere questa solitudine? Chi ha la forza di cercare e seguire una via che non sia quella regressiva dell’hikikomori – per il quale la camera rifugio è un evidente surrogato del grembo materno – né quella spensierata di coetanei rapiti in massa dagli specchietti per le allodole del mercato? Chi ha la tempra per staccarsi tanto dalle masse quanto dalle minoranze “elette” per scoprire che l’avventura dell’esistere inizia quando non ci si guarda più allo specchio ma nello specchio, mantenendo lo sguardo sul proprio volto finché scaturisce dalla mente l’inevitabile domanda "ma io, chi sono?", porta d’ingresso alla conoscenza di sé e dunque alla possibilità di costruire un’esistenza libera dall’ansia di essere approvati e dal desiderio di essere ammirati?

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Per gli adolescenti di oggi, bersagliati da continue “notifiche” che riducono ai minimi termini la loro capacità di attenzione, flussi – ma sarebbe più appropriato chiamarli elettroshock – di parole, suoni e immagini che ottundono la mente fino a renderla incapace di riflessione e interpretazione, è molto difficile sentire il desiderio di appartarsi e coltivare in solitudine un costante e sincero dialogo con la propria singolare diversità.

È molto difficile per gli adolescenti attuali andare alla radice dello smarrimento che ogni tanto avvertono, nel vortice delle fantasmagorie, e individuare in quel dialogo interiore la possibilità di stare al mondo senza cadere nel tranello di adesioni prima impulsive poi compulsive a mode e tendenze, né cedere all’illusione di salvarsi attraverso un radicale isolamento che di quell’aderire sembra l’antidoto mentre è il rovescio speculare.

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Trite giaculatorie sul disagio giovanile

È difficile ma non impossibile se incontrano sul loro cammino adulti che, essendosi formati grazie agli insegnamenti della solitudine, sanno parlare con loro senza blandirli con trite e lagnose giaculatorie sul “disagio giovanile”. Senza incoraggiarli con vuoti richiami a “essere sé stessi” decantando le virtù della condivisione e il primato etico del “noi” in un’epoca in cui le società sono aggregazioni contingenti determinate da interessi privati in base ai quali l’altro viene percepito e trattato, a seconda dei momenti, come complice o come avversario.

Adulti che sappiano parlare della solitudine come opportunità, dello “sfollarsi” come scelta consapevole, della relazione con sé stessi e la propria alterità come presupposto per comprendere quella di chi ci sta attorno e individuare, anche in mezzo a una folla, la o le persone con cui è possibile costruire relazioni significative per ché anche il loro sguardo è animato dalla ricerca di verità e dal desiderio di autenticità. Ma, come mi sono chiesto chi, tra gli adolescenti attuali, ha il coraggio di avventurarsi in questa solitudine, così mi chiedo quanti, nelle ben più cospicue masse adulte, sono in grado di trasmettere una conoscenza che nessuna scuola ha mai annoverato tra le materie di insegnamento. Mi chiedo quanti di loro hanno avuto il coraggio, dall’adolescenza in poi, di affrontare la complessità dell’esistere a viso aperto e a corpo nudo, senza la corazza delle ideologie e gli abiti inamidati delle identità.

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La solitudine della solitudine

Carl Gustav Jung ha chiamato "processo di individuazione" il percorso grazie al quale, incontrando l’altro dentro e fuori di noi, possiamo conoscerci e dunque vivere una vita nella quale riconoscerci, della quale sentirci autori e non solo attori.

È una questione antichissima e spinosa, quella del capire chi siamo, se è vero che la scintilla da cui è scaturita la ricerca filosofica è stato il motto delfico "conosci te stesso". Ed è una questione che l’umanità ha cercato sempre di aggirare scaricando il problema della conoscenza di sé sulle robuste spalle di appartenenze politiche e religiose. Chi sono? È evidente: sono un cattolico, sono un mussulmano, sono un democratico, sono un fascista, un comunista e via precisando o rivendicando.

Da lavialibera n° 40

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