
Permessi dal carcere duro e telefonini in cella, il pericolo dei boss che tornano al comando



1 agosto 2026
"Non si teme il proprio tempo, è un problema di spazio. Non si teme il proprio tempo è un problema di spazio". Con questi versi, esattamente trent’anni fa, si apriva Linea Gotica, titolo del secondo album del Consorzio Suonatori Indipendenti (Csi), una delle band protagoniste delle tante reunion che negli ultimi anni hanno riempito stadi e palazzetti di ex giovani e adolescenti del secolo scorso.
Chi ha paura degli adolescenti?
A tornare sulla scena non sono solo le band degli anni Ottanta-Novanta, ma anche certi discorsi sul disagio giovanile: intere confezioni di luoghi comuni che accompagnano risposte repressive, consegnando ancora una volta le nuove generazioni al ruolo di minaccia per la società. A tornare, infatti, è il ritratto della devianza, della violenza giovanile gratuita, individuale e di gruppo, a sostenere politiche securitarie, interventi sanzionatori, populismo penale e un vero e proprio revival della pedagogia autoritaria.
Sono tornati vecchi discorsi sul disagio giovanile, intere confezioni di luoghi comuni cui seguono solo risposte repressive
Per fortuna, accanto a questa ondata reazionaria, si affacciano anche altri discorsi e altre forme di risposte, come, ad esempio, la domanda di spazi aggregativi extra-scolastici, di presidi socio-educativi da aprire nei territori più vulnerabili, come richiesto dalla campagna Diamo un luogo al tempo che conta, promossa da Save the Children, recentemente accolta anche in sede parlamentare.
Si torna così a parlare di spazi aggregativi per adolescenti, ovvero di contesti che sembravano consegnati al tramonto, del tutto scomparsi dalle politiche pubbliche come dall’ambito della ricerca sociale e della formazione universitaria. Se ne torna a parlare perché qualcuno ha iniziato a rendersi conto del nesso tra il malessere giovanile e gli effetti durevoli dell’isolamento forzato vissuto durante il biennio di emergenza sanitaria da un’intera generazione nel cuore dell’età evolutiva.
Le amicizie cambiano con te; le scegli, le affini e a volte le abbandoni. È normale, non ci si può aspettare di avere sempre le stesse persone intorno mentre ci si trasforma. A volte il cambiamento avviene parallelamente ai nostri amici, altre invece la nostra bussola sembra aver cambiato rotta, ci si allontana. A volte tutto d’un colpo, altre lentamente, in modo che nessuno se ne accorga, neanche il viaggiatore. Vale però la pena di correre il rischio. Nella fase della vita in cui ogni giorno cambi idea sul mondo è essenziale avere qualcuno che ti tenga dalle caviglie, ancorato al terreno del parco per chiedere consigli, l’accendino, o semplicemente per stare insieme. Altrimenti si finisce in un limbo tra cielo e terra, in cui i dubbi diventano troppi, le piccole crisi diventano grandi e il tempo scorre più veloce.
Si ripresenta la domanda di spazi di socialità, perché ogni ricerca che riguarda adolescenti evidenzia il crescente rischio di isolamento, la difficoltà nelle relazioni tra pari, la tendenza crescente delle forme di ritiro sociale, fobia scolare, così come di altre forme di malessere. Ed è proprio sul versante del trattamento della sofferenza adolescenziale che questa domanda di contesti aggregativi sembra trovare una definitiva conferma, come viene messo in evidenza nel libro Non siamo capolavori di Marco Rovelli.
In questo testo Rovelli arriva alla conclusione che il denominatore comune delle principali psicopatologie che interessano una quota crescente di adolescenti può essere ricompreso nell’immagine dell’attacco di solitudine. L’ansia e il panico, i tratti più comuni nella sintomatologia delle sofferenze adolescenziali, sono infatti ricondotti a una condizione di radicale isolamento, a una sensazione di insostenibile esposizione agli urti del mondo in assenza di sponde relazionali, di punti di riferimento, in balia del più profondo senso di vertigine.
Adolescenza, per i giovani è l'età del disordine
Il paradosso, riconosciuto da una parte rilevante del mondo psicologico, è che la risposta terapeutica tende a privatizzare il dolore, a ricondurlo a un problema individuale, rafforzando il senso di inadeguatezza e di vergogna che spesso accompagna il malessere in età evolutiva. D’altra parte i principali contesti relazionali di riferimento in età evolutiva, in primis la scuola, sono parte del problema. La socialità vissuta nei gruppi classe viene infatti raccontata come esperienza insostenibile in quanto segnata dalla competizione, un “ring di popolarità” dalla quale si tende a fuggire, come racconta Davide Fant in Resistere Adolescenti.
Stare insieme, interagire con i pari, non è più un dato scontato e lineare, se mai lo sia stato davvero. Le ragioni sono molteplici, richiamano innanzitutto il piano demografico, ovvero la scarsità di pari a disposizione, soprattutto al di fuori del contesto scolastico, da parte di una generazione che, almeno nella sua componente autoctona, è composta da figli unici, circondata da una numerosa platea di adulti, spesso dentro contesti familiari diversamente articolati.
L'adolescenza è l'età dello specchio
Le occasioni per interagire spontaneamente tra pari senza la mediazione adulta sono poi davvero scarse e spesso, a loro volta, mediate dalla distanza fisica, dall’interazione digitale, in parte disabilitando proprio le competenze relazionali che passano attraverso il corpo. Ci sono poi le domande di chi arriva da adolescente con background migratorio in un nuovo contesto, alle prese con un tessuto relazionale da ricostruire e con un territorio da imparare a decifrare.
La socialità vissuta a scuola viene raccontata come esperienza insostenibile, perché segnata dalla competizione
Così come ci sono le questioni poste da chi ha un proprio gruppo di riferimento, ma spesso rischia di chiudersi entro questi stessi legami, senza rapportarsi alla propria comunità locale di riferimento vissuta come terreno ostile. Gli effetti della pandemia sul percorso evolutivo di chi oggi si trova in adolescenza, la presenza di contesti familiari dominati dalla presenza adulta, il ricorso al digitale come prevalente strumento di interazione, il malessere che nasce dal gruppo avvertito come contesto competitivo e performativo, il rischio dell’isolamento e dell’esclusione: la domanda di nuove spazi aggregativi ci presenta un tasso di elevata complessità che rende davvero impraticabile riproporre modelli operativi sperimentati nei decenni scorsi. A volte ritornano, ma non sono la stessa cosa: è un problema di spazio, ma non è più lo stesso problema che potevamo avere negli anni Novanta.
Nella giornata di studio promossa da Animazione Sociale il 19 giugno scorso a Milano, ne abbiamo avuto una rappresentazione plastica ascoltando la voce di adolescenti e di professionisti che abitano e animano spazi aggregativi extrascolastici. Nei loro racconti questi spazi sono descritti come un’altra casa, un porto sicuro, un luogo di sosta, accogliente e non giudicante, dove si può andare semplicemente per stare con altri. In un’epoca che spesso richiede ai giovani di performare, di raggiungere standard, di essere costantemente produttivi e all’altezza delle aspettative, parliamo di un terzo spazio, ovvero di luoghi dove imparare a stare insieme, attraverso lo scambio, la condivisione di momenti quotidiani, di ascolto ed esercizio di risonanza, ricerca di possibili affinità, come condizioni per potere attraversare insieme nuove esperienze.
Graphic story: adolescenti drogati di psicofarmaci
Questi spazi assomigliano a grandi camerette adolescenziali condivise che si trasformano in piazze, luoghi istituenti, caratterizzati dall’imprevedibilità e dall’apertura tipica di un’area pubblica. Queste sono le premesse per attivare sperimentazioni, per fare esperienze che scartino dalla logica della prestazione, della risposta all’input insensato dell’adulto.
Sono le condizioni affettivo-relazionali che rendono possibili l’accesso ad altre proposte: a percorsi di apprendimento esperienziali, come a progettualità più complesse, alla dimensione dell’esplorazione e dell’avventura, a piccole e grandi imprese collettive. A volte può essere semplicemente la proposta di una vacanza, magari per vedere il mare per la prima volta, oppure per un primo trekking in montagna. In altri casi, con gruppi più maturi, può essere invece la proposta di un’esperienza segnata dall’impegno: un campo con Libera, la partecipazione al 21 marzo (la Giornata nazionale in ricordo delle vittime innocenti delle mafie), un viaggio nelle periferie di altre città, da Scampia a Tor Bella Monaca, il viaggio della memoria nei campi di sterminio.
Gli spazi aggregativi si configurano come dispositivi iniziatici, in grado di favorire l’esordio sociale, la cittadinanza attiva
In questo modo gli spazi aggregativi si configurano come dispositivi iniziatici, in grado di favorire l’esordio sociale, la cittadinanza attiva, il confronto con l’autentico compito di realtà, l’inaugurazione di un rapporto critico e generativo nei confronti della propria comunità locale di riferimento. Sempre citando le parole di adolescenti, questi spazi vengono rappresentati come l’occasione di sentirsi al centro, ovvero di sentirsi ascoltati e riconosciuti, ma soprattutto di avvertire il valore dell’intensità relazionale. Ci si sente, ci si riconosce al centro: non è solo sentirsi riconosciuto, ma avere un luogo dove il sentire sé stesso attraverso l’altro possa davvero accadere.
Forse il valore inedito dell’esperienza aggregativa risiede proprio in questo movimento, dove il sentire – la risonanza emotiva – diventa propedeutico alla costruzione di significato e ricerca di senso. Ci si sente insieme ad altri, facendo esperienza dello stare e dell’avere una compagnia di riferimento, ovvero l’esatto contrario dell’isolamento e dell’esposizione senza riferimenti di cui si accennava prima parlando dei sintomi psicopatologici adolescenziali.
La parola compagnia, se ci pensiamo bene, è in grado di tenere insieme una dimensione dissipativa – il perdere tempo insieme – con il fare qualcosa insieme, condividendo uno scopo, lo sperperare e l’intraprendere, il divertimento e l’impegno, il gioco e il lavoro, senza particolari soluzioni di continuità. L’aggregazione e la socialità, l’accesso alla dimensione polisemica della compagnia sono alimentate grazie all’occasione di fare un’esperienza che nella nostra società è sempre più difficile: l’esperienza dell’incontro.
Hikikomori:colpa della società violenta, non di internet
In uno spazio aggregativo pubblico è possibile incontrare, tra i pari come tra gli adulti, qualcosa e qualcuno di davvero altro, ovvero estraneo alla propria bolla di riferimento, è possibile trovarsi faccia a faccia con qualcuno che non è una replica del mondo perimetrato e chiuso che l’attuale organizzazione sociale ci consegna sempre più precocemente.
Stiamo parlando dell’incontro come quella forma di esperienza piuttosto faticosa, segnata dall’imprevedibilità – chi ci sarà oggi al centro? – che mi fa debordare, mi espone, mi fa andare oltre i miei confini, facendomi uscire da me stesso, ovvero che mi aiuta ad accedere alla soggettività, ovvero qualcuno che mi aiuta ad esistere, andando fuori, nel mondo.
In uno spazio aggregativo pubblico è possibile trovarsi faccia a faccia con qualcuno che non è una replica del mondo perimetrato e chiuso che l’attuale organizzazione sociale ci consegna sempre più precocemente
Stiamo parlando di qualcosa che non è semplicemente socialità, ma di un fondamento etico della nostra convivenza: diventare soggetti attraverso una trama di incontri. Il filosofo François Jullien, nel libro L’apparizione dell’Altro lo ricorda in modo magistrale: "Si esiste solo in quanto si può incontrare: se smetto di incontrare la mia vita si esaurisce. Oppure potremmo dire: la mia vita si intensifica solo in relazione a ciò che sono in grado di incontrare".
È in gioco un profondo ancoraggio politico ed esistenziale, una forma di apprendistato alla convivenza, stiamo parlando di educazione democratica. In uno spazio aggregativo si può fare esperienza dell’incontro che apre alla costruzione di una comunità tra persone che non hanno niente in comune, ovvero a qualcosa che può rigenerare le nostre democrazie malate. Affinché si possa tornare "a non temere il proprio tempo".
La tua donazione ci servirà a mantenere il sito accessibile a tutti
Il nuovo numero dedicato alla "criminalità riorganizzata": dalle reti finanziarie clandestine al narcotraffico, dalle nuove tecnologie alla violenza che torna nelle strade di Palermo. Un dossier che mette in fila numeri, inchieste e testimonianze per mostrare il volto attuale delle mafie
La tua donazione ci servirà a mantenere il sito accessibile a tutti