Roma, sala del Consiglio dei ministri. Foto Palazzo Chigi
Roma, sala del Consiglio dei ministri. Foto Palazzo Chigi

Rosy Bindi: "La politica può generare solitudine, ma non c'è democrazia senza pluralismo"

Chi ricopre funzioni pubbliche può trovarsi di fronte a diverse forme di isolamento: alcune sono sane e nascono dal peso delle scelte, altre sono il risultato di un fallimento o di una deriva autoritaria

Rosy Bindi

Rosy BindiEx ministra, presidente Commissione antimafia nella XVII legislatura

1 agosto 2026

Solitudine è una parola con molti significati anche in politica. Chi è chiamato o ha scelto di esercitare una responsabilità politica non potrà mai sottrarsi all’onere di prendere decisioni. Anche i procedimenti più partecipati non sollevano alcuno da quel momento nel quale sei solo con la tua coscienza e tocca a te dire sì o no. È così per chi esercita responsabilità monocratiche, come un ministro, un assessore, un presidente, un segretario di partito, ma non è molto diverso per chi fa parte di un organismo collegiale, un parlamentare, un consigliere regionale o comunale. Anche quando c’è un’indicazione del gruppo o del partito di appartenenza, spetta a ciascuno decidere se allinearsi o distinguersi.

Il consenso necessario

In politica, più che in altre dimensioni della vita, la solitudine rischia di non essere un atteggiamento virtuoso, ma pericoloso.

A quei momenti ti prepari se conosci il valore della solitudine, dello studio, dell’ascolto, della ponderazione, del confronto con la tua coscienza. Direi della sofferenza. Jean Guitton in Dialoghi con Paolo VI fa notare che il Papa, quando deve prendere delle decisioni, è l’uomo più solo del mondo. Ecco, chiunque ha delle responsabilità partecipa per la sua piccola o grande parte di quella solitudine. Della sofferenza che comporta. Eppure in politica, più che in altre dimensioni della vita, la solitudine rischia di non essere un atteggiamento virtuoso, ma pericoloso.

La solitudine può essere conseguenza di abbandono e se ciò accade e sei una persona che si occupa della cosa pubblica non puoi non interrogarti sul perché di tale isolamento. La solitudine non può mai essere semplicemente manifestazione del fatto che non si è compresi, e se lo è, è un problema che non si può tralasciare. Chi fa politica non può prescindere dal maturare consenso, perché viverla non significa solo prendere decisioni, ma anche, e forse soprattutto, costruire accordo sulle decisioni che sono assunte. Ricordando che il consenso si costruisce con la condivisione e non si impone, non può essere frutto di manipolazione, ma di convincimento. Fermo restando che il primato spetta sempre e comunque alla coscienza.

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