
L'antropologo Remotti: "Nessuna comunità è innocente"



14 agosto 2026
Testo di Omul Banin, traduzione a cura della redazione
Cinque anni di paura. Vivere nella tragedia dei Talebani ha cambiato tutto. I sogni sono sfumati e chi li coltivava vaga ora tra le rovine di ciò che un tempo sperava. Non abbiamo subito solo la perdita di un Paese: abbiamo perso un luogo che un tempo custodiva i nostri sogni, le nostre speranze e la nostra identità. Negli ultimi cinque anni, l’Afghanistan è diventato una prigione per molti dei suoi stessi cittadini. La domanda che mi è rimasta nel cuore è: perché siamo stati costretti a portare questo dolore sulle nostre spalle mentre il resto del mondo viveva in pace?
"Ho dovuto smettere di immaginarmi avvocata, in piedi in tribunale a difendere i diritti delle donne"
Non è solo paura. Per una ragazza afghana come me, che portava con sé grandi sogni, la vita è diventata insopportabilmente difficile. Frequentavo il decimo anno di studi (equivalente alla seconda superiore italiana, ndr) quando è arrivato quel giorno buio, il giorno in cui ho visto la gente correre da una parte all’altra, cercando disperatamente di mettersi in salvo. La depressione e l’oscurità hanno avvolto i primi mesi della mia vita sotto il regime dei Talebani. Ho dovuto smettere di immaginarmi avvocata, in piedi in tribunale a difendere i diritti delle donne. Sono rimasta ferma all’ultima pagina del mio libro di storia, all’ultimo giorno in cui ho varcato la soglia della mia scuola.
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Eppure, in mezzo all’oscurità, ho ritrovato i frammenti dei miei sogni, che brillavano come la luce più intensa. Non ci era permesso uscire liberamente dalle nostre case, e persino respirare diventava difficile quando venivi privata del semplice diritto di camminare per le strade che un tempo chiamavi casa. I giorni passavano, e la nostra unica speranza era quella di far sentire la nostra voce al mondo e combattere il silenzio.
Ma la storia ha voltato pagina. Chi ha alzato la voce è stato ucciso, ferito o imprigionato. Alcuni sono stati costretti a tornare a casa, altri sono scomparsi e le loro voci non sono più state udite. Oltre alle restrizioni imposte alla vita delle donne, migliaia di ragazze afghane hanno dovuto affrontare matrimoni forzati e precoci. Queste ha a che fare anche con le difficoltà economiche delle famiglie che, in condizioni di povertà insopportabile, sono costrette a dare in sposa le proprie figlie in cambio di denaro per sopravvivere.
Eppure, anche in mezzo a questa oscurità, è nato qualcosa di potente. Molte donne hanno avviato attività online dalle loro case, creando opportunità non solo per sé stesse ma anche per altre donne. Lo dico spesso: un tempo eravamo carbone, ma sotto pressione siamo diventate diamanti. La conquista dell’Afghanistan da parte dei Talebani e la negazione dei nostri diritti umani fondamentali hanno dato vita a innumerevoli storie, vite diverse accomunate dalla stessa esperienza: pazienza, coraggio e resilienza.
"Fa male sentirsi invisibili nella propria patria, essere trattate come se non fossimo esseri umani a tutti gli effetti"
Sono passati quasi cinque anni da quando le donne afghane lottano per diritti che non avrebbero mai dovuto essere loro sottratti. Fa male nel profondo sentirsi invisibili nella propria patria, essere trattate come se non fossimo esseri umani a tutti gli effetti da coloro che hanno preso il controllo del nostro Paese. Fa male uscire per strada e vedere madri che mendicano un pezzo di pane per i propri figli, mentre uomini potenti viaggiano su Land Cruiser acquistati con risorse che appartengono proprio a quelle persone che soffrono la fame e la povertà, le stesse a cui viene negato il diritto di lavorare e di costruirsi un futuro.
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Non sto scrivendo solo la mia storia. Attraverso la mia, racconto quella di ogni donna e ragazza afghana a cui è stata negata la possibilità di riconoscere le proprie capacità, perseguire i propri sogni e vivere come un essere umano alla pari. Viviamo in una prigione senza muri, in barriere che chiudono una dopo l’altra ogni porta aperta. Eppure, la più grande fonte di forza nei nostri cuori è la luce che teniamo nelle nostre mani: la conoscenza, l’istruzione e le opportunità che creiamo per noi stesse.
"Non voglio che il mondo veda le donne afghane solo come vittime. Siamo donne con talenti, sogni, voci e storie. Siamo sopravvissute all’oscurità, ma stiamo ancora cercando la luce. La nostra storia non è ancora finita"
Credo in un Afghanistan libero, un Afghanistan in cui ogni persona conosca i propri diritti e abbia il coraggio e la consapevolezza per difenderli. Credo che l’oscurità che abbiamo vissuto possa diventare la ragione per cui lottiamo con più forza per un futuro più luminoso. Come disse il poeta persiano Shams Tabrizi: "Affinché nasca un nuovo sé, le difficoltà sono necessarie, proprio come l’argilla ha bisogno di calore intenso per diventare forte".
Vivere qui mi ha insegnato che la forza non è sempre rumorosa. A volte, la forza è una ragazza che continua segretamente la propria istruzione. A volte, è una madre che incoraggia la figlia a continuare a credere. A volte, è una donna che si sveglia ogni mattina e sceglie la speranza nonostante tutto ciò che la circonda. Non voglio che il mondo veda le donne afghane solo come vittime. Siamo donne con talenti, sogni, voci e storie. Siamo sopravvissute all’oscurità, ma stiamo ancora cercando la luce. La nostra storia non è ancora finita.
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