Foto di Tima Miroshnichenko da Pexels
Foto di Tima Miroshnichenko da Pexels

Con la scuola in carcere ho scoperto l'arte (e me stesso)

N.T., per un periodo detenuto nel carcere di Spoleto, ha potuto frequentare l'istituto d'arte, imparando non soltanto le tecniche, ma anche qualcosa su se stesso: "Grazie a questa esperienza sono riuscito a dimostrare che non si è solamente numeri buttati lì in matricola"

Redazione lavialibera

Redazione lavialibera

24 settembre 2026

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La scuola che ho frequentato negli istituti penitenziari in cui sono stato detenuto ha permesso di scoprire in me una capacità artistica che non immaginavo esistesse.

Questa opportunità l’ho avuta nel carcere di Spoleto. Una volta arrivato in questo istituto nel 2010, mi sono subito iscritto a quello che a quei tempi si chiamava l’istituto d’arte, mentre oggi è liceo artistico.

Convict journalism. Nel laboratorio de lavialibera in carcere, i detenuti si raccontano

Grazie a questa esperienza sono riuscito a dimostrare che non si è solamente numeri buttati lì in matricola (la prima tappa quando si arriva in un istituto carcerario e si viene registrati dei propri dati anagrafici, e assegnati a un numero di matricola), ma che con il dovuto impegno e la volontà di apprendere per arricchirsi di tante conoscenze e di buoni propositi, nella prospettiva di migliorarsi sempre di più, si può ricavarne qualcosa di utile per un futuro migliore.

Ed è l’alternativa a quello che un carcere, fatto di quattro mura, può offrire nella sua logorante permanenza forzata, anziché rimanere imprigionati negli ingranaggi della giustizia e della burocrazia.

"Non è stata una bella cosa vedersi passare più di un terzo della propria esistenza chiuso"

Adesso è tempo di guardare oltre e lasciarsi alle spalle l’amarezza di una vita spesa praticamente nella banalità, con la consapevolezza che non è stata una bella cosa vedersi passare più di un terzo della propria esistenza chiuso in luoghi dove tutto va a rilento e il tempo sembra fermarsi.

Scrittura e lettura, alleate contro la solitudine in cella

In tutto questo, a pagarne le spese, sono i figli e il mio pensiero più grande è rivolto sempre a mio figlio, a cui ho sottratto l’infanzia e parte della sua adolescenza, considerando che da anni quegli occhi tristi non hanno uno sguardo da ragazzo e mi segnano nel profondo della mia anima.

S.T.


Articolo realizzato nell'ambito del progetto Convict Journalism: a space for inmates to report from prison—where no news comes out, finanziato da JournalismFund Europe nell'ambito del bando Pluralistic media for democracy.

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