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1 ottobre 2026
Parla di sua madre come di una compagna nelle lotte sociali e ambientali. "Mi madre, mi compañera", ripete spesso. Bertha Zuniga Cáceres, 36 anni, è la figlia di Berta Isabel Cáceres Flores, conosciuta più semplicemente come Berta Cáceres, attivista uccisa il 2 marzo 2016 a La Esperanza, in Honduras. La donna si opponeva alla costruzione della diga Agua Zarca, della società Desarrollos energéticos, che avrebbe distrutto il fiume sacro della popolazione indigena, i lenca, discendenti dei maya. Dopo la sua uccisione il progetto è stato abbandonato, ma la figlia ha proseguito le battaglie della madre prendendo in mano il coordinamento del Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh). Oggi porta al resto del mondo le istanze di giustizia sociale e ambientale dall’Honduras, che è lo Stato più pericoloso per i difensori dell’ambiente, secondo l’ong Global Witness. L’abbiamo incontrata a Milano, durante una delle tappe di questo viaggio.
Bertha Zuniga Cáceres, come racconterebbe sua madre Berta Cáceres a chi non conosce la sua storia?

Mia madre, la mia compagna Berta Cáceres, era una donna combattente sociale in Honduras. Faceva parte di un’organizzazione chiamata Copinh e portava avanti la lotta ancestrale del popolo lenca in difesa dei propri territori. È stata una persona molto attiva fin da piccola: ha fatto parte di movimenti studenteschi e, per la sua storia di vita e familiare, si è ritrovata coinvolta in diverse azioni sociali per rivendicare vari diritti. Era una donna dal carattere molto forte, ma anche molto allegra. Credeva fermamente nella lotta e che, alla sua scomparsa, il popolo honduregno avrebbe comunque continuato quel cammino di liberazione. Per la sua lotta, soprattutto per quella della comunità di Río Blanco, è stata assassinata il 2 marzo 2016. Crediamo che la sua memoria sia ancora molto viva e forte sia nelle comunità del popolo lenca, sia in altri territori ben oltre il nostro.
Come è nato il Copinh?
“La battaglia di mia madre era territoriale, ma si iscriveva tra quelle che a livello mondiale si oppongono al sistema violento che opprime i popoli, soprattutto quelli del Sud globale” - Bertha Zuniga Cáceres
Dopo gli accordi di pace nell’America centrale, e in particolare quelli raggiunti in El Salvador, ci fu una riflessione ampia su come proseguire la lotta sociale. Il 27 marzo 1993 è stato creato il Copinh per rivendicare i diritti degli lenca e rispondere ai loro bisogni fondamentali, in primo luogo la questione della terra e il riconoscimento da parte dello Stato dei diritti territoriali del popolo. Mia madre è stata una delle fondatrici e operava come una figura di raccordo. Osservava e imparava dalle lotte di altre comunità: in questo modo ha sviluppato la strategia che ha rafforzato il Copinh, connettendola ai processi sociali attivi in altre parti del mondo e dell’Honduras. Era chiaro che la sua era una lotta territoriale, ma si iscriveva tra quelle che a livello mondiale si oppongono al sistema violento che opprime i popoli, soprattutto quelli del Sud globale, i più colpiti dalle politiche dell’estrattivismo, del capitalismo, del patriarcato e del razzismo.
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Otto persone sono state condannate per l’omicidio di Berta Cáceres. Cosa è emerso durante il processo?
In questi dieci anni, grazie alla lotta del popolo lenca, accompagnata da molte organizzazioni dentro e fuori l’Honduras, lo Stato è stato costretto a dare una risposta al suo assassinio. Si sono svolti due processi. Il primo contro otto uomini che facevano parte dell’impresa costruttrice del progetto idroelettrico, che era illegale e illegittimo nel nostro territorio e ha rappresentato il contesto del delitto. Sette di loro sono risultati colpevoli. Il secondo contro il presidente dell’impresa, David Castillo (responsabile del progetto di Agua Zarca, ndr), anch’egli condannato. Le sentenze a loro carico sono ormai definitive, ratificate dalla Corte suprema di giustizia.
In entrambe si è confermato che, pur essendo loro i responsabili del fatto, il crimine è stato commesso sotto il comando di altre persone. Perciò, fin dall’inizio del nostro percorso di lotta, una delle nostre prime richieste è sempre stata quella di individuare i mandanti e di portarli a processo. Finora non è avvenuto, ma continuiamo a lottare affinché siano processati e condannati per l’omicidio.
Voi vi siete fatti un’idea di chi ci fosse dietro l’omicidio?
Abbiamo indicato come responsabili morali i componenti della famiglia Atala Zablah, i principali proprietari e azionisti dell’impresa. Alla fine del 2023 la procura ha emesso un ordine di cattura contro il direttore finanziario, Daniel Atala. Attualmente è latitante: a nostro giudizio gli sono state fornite informazioni per permettergli di lasciare il Paese ed evitare di sottoporsi a un processo giudiziario. A gennaio è stato pubblicato un nuovo rapporto da parte di un gruppo interdisciplinare di esperti sul caso di mia madre, in cui si afferma che restano da individuare altre persone, anch’esse fra i massimi responsabili del crimine, e si raccomanda alla procura di approfondire le indagini affinché questi atti non restino impuniti.
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Di che rapporto si tratta?
Sono gruppi che vengono istituiti quando gli Stati non hanno compiuto sforzi sufficienti per indagare o chiarire gravi violazioni dei diritti umani. Quello dedicato all’uccisione di mia madre è il quarto gruppo di questo tipo in America Latina e fonda il suo lavoro anche sull’esperienza di quello che ha indagato sulla scomparsa di 43 studenti ad Ayotzinapa, in Messico (avvenuto il 26 settembre 2014, ndr). Il loro rapporto ha seguito tre linee di lavoro: l’indagine delle responsabilità dei mandanti morali; quella dei reati connessi, soprattutto quelli finanziari; e la costruzione di un piano integrale di riparazione per le vittime della violenza legata al progetto idroelettrico Agua Zarca.
Che cosa è stato scoperto?
“L’assassinio fu pagato con fondi provenienti da banche di sviluppo europee. La diga era finanziata da un istituto olandese”
Anzitutto è emerso che lo Stato honduregno disponeva, tramite unità di intelligence militare, di informazioni che annunciavano la realizzazione del delitto. L’assassinio di mia madre era prevedibile ed evitabile: erano state intercettate le comunicazioni di uno dei partecipanti e in esse si parlava di vari fatti criminali, compresa la pianificazione di quell’omicidio. Erano stati realizzati persino quattro sopralluoghi nel luogo in cui poi è avvenuto. Anche la procura honduregna ne era a conoscenza, ma non fece nulla per fermarli. Il secondo aspetto riguarda i soldi. L’assassinio fu pagato con fondi che provenivano da banche di sviluppo europee, poiché il progetto della diga era finanziato da un istituto olandese che erogava il denaro all’impresa honduregna impegnata nella sua realizzazione. È stata condotta un’analisi della tracciabilità del denaro, che ha permesso di risalire al momento dell’erogazione del prestito e di seguirlo fino all’emissione di tre assegni, 48 ore dopo l’omicidio, con cui furono pagati i sicari che uccisero mia madre. È un dato particolarmente rilevante nel contesto europeo: progetti che dovrebbero servire allo sviluppo finiscono per portare all’esecuzione di crimini, un modello seguito anche in altri casi e che può ripetersi. Per noi è importante che non accada più e che anche le società europee si esprimano su queste dinamiche.
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Nel 2017, poco dopo l’omicidio di sua madre, lei è stata gravemente minacciata e aggredita insieme ad altre persone. Anche lei è in pericolo?
Sì. La Commissione interamericana dei diritti umani ha votato una risoluzione per chiedere allo Stato honduregno misure di protezione per noi, sia come famiglia di Berta Cáceres, sia come Copinh, perché si riconosce la nostra situazione di rischio. Pur essendoci otto persone incarcerate, la struttura criminale che ha ucciso mia madre e che ha attuato violenze sistematiche contro la comunità di Río Blanco non è stata smantellata. Ha assoldato avvocati per interferire nel processo giudiziario, ha cercato di intimidire gli esperti che hanno partecipato all’indagine e la stessa Commissione interamericana dei diritti umani e conduce campagne di comunicazione contro di noi. È dunque una struttura criminale attiva, che ha pagato gli stipendi di persone in carcere dopo la condanna. Le raccomandazioni del rapporto che citavo sono orientate anche a smantellare queste strutture criminali che restano, ad oggi, impunite.
Quali sono le battaglie che portate avanti oggi?
“I progetti estrattivisti spesso trovano terreno fertile perché le aziende promettono istruzione, sanità o strade, che invece dovrebbero essere garantite dallo Stato”
Per noi è molto importante mantenere il lavoro storico del Copinh: la lotta territoriale in difesa dei fiumi e delle montagne, l’organizzazione comunitaria, la rivendicazione integrale dei diritti del popolo lenca nei confronti dello Stato, come il diritto alla consultazione preventiva, libera e informata, l’accesso all’istruzione, alla salute, alle infrastrutture stradali. Sono diritti fondamentali, che continuiamo a rivendicare presso lo Stato. In questi dieci anni di lotta, il Copinh ha dovuto dedicare gran parte dei propri sforzi alla battaglia per la giustizia per la nostra compagna Berta Cáceres, cosa non semplice per un’organizzazione comunitaria di carattere indigeno. Non è facile, ma ci è toccato farlo per accedere alla giustizia. Crediamo che sia anche qualcosa di trasversale, nel senso che unisce la lotta per i diritti delle donne a quella comunitaria, per la memoria e per dare parola e voce al popolo lenca, un popolo che, come altri originari in Honduras, è stato piuttosto ignorato dallo Stato.
Come vi relazionate con gli altri difensori dei diritti umani e dell’ambiente nel resto dell’America Latina?
Nei movimenti sociali dell’America Latina stiamo riflettendo su come costruire spazi di resistenza e come consolidarli nei nostri modelli di vita. Stiamo lavorando per mantenere e rafforzare un modo di vivere alternativo che risponda ai bisogni fondamentali e renda le comunità meno vulnerabili di fronte all’arrivo dei progetti estrattivisti, che spesso trovano terreno fertile perché le aziende promettono istruzione, sanità o strade, ossia tutto ciò che invece dovrebbe essere garantito dallo Stato.
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