
"Ragazzi, distinguete il bene dal male, perché il conto da pagare è alto"


1 ottobre 2026
Gli elementi della storia sono questi. C’è un uomo, sospettato di essere un trafficante di droga, e degli investigatori, spesso dei carabinieri. I militari lo controllano, seguono i suoi movimenti, monitorano i suoi spostamenti. Poi passano all’azione, irrompono in un edificio e scoprono altri uomini, spesso latino-americani, intenti a raffinare cocaina. Non è una serie tv, ma cronaca. Fucecchio (Firenze), Sant’Agata del Bianco (Reggio Calabria), Foligno (Perugia) e Latina: sono questi i luoghi in cui, nell’ultimo anno, sono state scoperte alcune raffinerie di cocaina. È una "nuova frontiera", ha detto Vincenzo Molinese, comandante del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dell’Arma, di fronte alla commissione parlamentare antimafia il 7 luglio.
Per sfuggire al fiuto dei cani antidroga, agli scanner e ai test chimici, per evitare sequestri, e di conseguenza perdite milionarie, i narcotrafficanti hanno adottato una nuova modalità per importare la cocaina: differenziare per ridurre i rischi, un principio che ogni imprenditore conosce. Sui moli continuano a essere intercettati quintali di panetti di polvere purissima, ma qualcuno – proprio per evitare inconvenienti – cambia strategia e imbeve materiali come legno, cuoio e altro con la cocaina liquida semilavorata. In questo modo supera i controlli, la fa arrivare a destinazione e poi, dopo alcuni passaggi in laboratori artigianali, la estrae, la raffina, ne ricava una pasta da polverizzare e smerciare. "Si tratta di un metodo estremamente sicuro perché elude i controlli scanner, ma necessita della collaborazione di chimici che sono le stesse organizzazioni fornitrici a mettere a disposizione, nonché di laboratori deputati all’estrazione", ha spiegato Molinese.
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I casi sono ancora pochi, ma sempre più frequenti. Dal dicembre scorso sono state scoperte quattro raffinerie. La prima a Fucecchio, in provincia di Firenze, il 19 dicembre scorso. I militari della compagnia di Empoli stavano tenendo sott’occhio un uomo di nazionalità albanese quando hanno notato un certo viavai intorno alla sua abitazione. Dietro una palazzina di due piani c’era un edificio in costruzione. Nei paraggi, dieci quintali di pellame che, sulla carta, dovevano essere consegnati alle concerie toscane. Ma c’erano anche 34 chili di cocaina, vasche e bidoni colmi di sostanze chimiche, bilance, presse, un forno, macchine per fare confezioni sottovuoto, buste, sostanze per il taglio e pure rilevatori di microspie. In sintesi: una raffineria di cocaina. Lì hanno trovato l’uomo su cui indaga vano e tre uomini colombiani, tutti arrestati in flagrante. Questi ultimi, probabilmente gli esperti delle procedure di raffinazione, "erano arrivati in Italia da pochissimo – spiega il comandante Angelo Corrente –, ma il laboratorio era già ben avviato". Il sospetto è che, prima di loro, abbiano lavorato altri “chimici”, ma l’indagine è ancora in corso.
C’erano due uomini sudamericani anche all’interno del laboratorio trovato il 14 febbraio a Sant’Agata del Bianco, sull’Aspromonte, scoperto dai carabinieri impegnati in un’indagine su un’organizzazione che rifornisce di cocaina il litorale laziale. Senza volerlo, li aveva portati lì Jefferson Nunez Camacho, broker dominicano che vive in Italia da tempo. Gli investigatori avevano intercettato una telefonata fatta per rifornirsi di 200 litri di acido borico, sostanza usata per aumentare peso e volume della cocaina e per renderla cristallina. Era un chiaro segnale. Seguendolo sono arrivati a un’abitazione ai margini dell’Aspromonte. Al momento dell’irruzione, hanno trovato con lui un complice, anche lui sudamericano: "Non era stato monitorato prima nel corso dell’indagine. Sospettiamo sia il chimico", afferma il comandante della compagnia di Civitavecchia, Angelo Accardo. Nelle stanze c’erano presse, stampi e forni a microonde. I due sono stati sorpresi ad "armeggiare quantità notevoli di quella che appariva essere pasta di cocaina", si legge nel decreto di fermo. Sono stati trovati in totale 518 chili di sostanza. Per i carabinieri del Reparto di investigazioni scientifiche (Ris) di Messina, quel laboratorio dimostrava "una complessità logistica superiore alla mera detenzione, propria di un sito di lavorazione attiva".
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A Sant’Eraclio di Foligno, il 22 aprile, in una villetta è stato scoperto un laboratorio con pasta di coca da raffinare e sostanza già raffinata, vari tipi di solventi, presse per fare i panetti e alcuni manoscritti con le istruzioni in spagnolo e in italiano. Sono stati arrestati un giovane romeno con sua madre e un uomo colombiano. Il sudamericano è ritenuto essere un chimico esperto arrivato da Bogotà. La scoperta più recente è avvenuta a Latina, il 5 agosto, in una lussuosa villa con un vasto giardino e piscina a pochi chilometri dal mare: quattro uomini, tra cui due italiani, un olandese, un colombiano e un albanese sono stati arrestati per detenzione e produzione di sostanze stupefacenti. In un capanno nascosto da teli verdi e fogliame finto c’era un laboratorio per raffinare la cocaina, arrivata probabilmente in sacchi di pellet intrisi di sostanza (ne sono stati trovati 27 da 15 chili). All’interno, grossi secchi con sostanze chimiche, setacci, fornetti e presse. I carabinieri hanno sequestrato 18,2 chili di coca già confezionata e altri in fase di lavorazione.
Scoperte di questo genere erano già avvenute in passato, ma molto più di rado. Il 23 gennaio 2025, ad esempio, la Guardia di finanza di Catanzaro, coordinata dalla Dda di Roma e supportata dalla Drug enforcement agency (Dea) degli Stati Uniti, aveva arrestato cinque italiani e cinque colombiani, membri di un’organizzazione che riforniva di cocaina gruppi criminali operanti in Calabria, Lazio (Tor Bella Monaca) e Veneto. In un laboratorio, ricavato in una grotta naturale dove operava un chimico colombiano, trasformavano la cocaina da liquida a solida. Nel maggio 2025, i finanzieri di Latina hanno invece scoperto, in un casolare di campagna di Pontinia, cento litri di liquido contenente cocaina e oltre mille litri di solvente (bio-etanolo ed esano) utile alla raffinazione e all’estrazione della cocaina dallo stato liquido allo stato solido. "Considerando le informazioni che derivano da altre indagini tuttora in corso è evidente che questi sequestri rappresentano un cambio di modalità operativa messa in atto da alcune organizzazioni criminali alla ricerca di nuove metodologie per eludere le attività di controllo", diceva il comandante del Ros in commissione antimafia.
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In partenza dall’America Latina, la cocaina semilavorata viene occultata in due modi. "Il primo consiste nel nasconderla semplicemente mescolandola o sciogliendola in una matrice solida o liquida", si legge nella relazione della Direzione centrale dei servizi antidroga (Dcsa) del 2025. Alcuni materiali naturali (alimenti, succhi e polpe di frutta) e non naturali (tessuti, cartone, carbone, bevande e liquidi) vengono impregnati o mescolati. "Il secondo, più sofisticato, consiste nel modificare chimicamente la cocaina in modo da renderla difficilmente rilevabile con gli strumenti di routine". Questa rappresenta "una delle maggiori sfide che le forze di polizia devono affrontare nel contrasto ai traffici" perché è più complesso e perché ancora se ne sa poco: "L’occultamento chimico prevede che la cocaina venga trasformata o incorporata chimicamente in una molecola diversa, come plastica, polimeri o metalli". La Dcsa afferma che ancora si sa poco di questa procedura. "La complessità di questa modalità risiede nel fatto che la persona incaricata dell’estrazione detiene le 'chiavi' per sbloccare la cocaina contenuta nella miscela di sostanze chimiche costituenti un 'lucchetto chimico'". Per questo in certi casi capita che, al momento dell’acquisto della sostanza, i compratori paghino anche il viaggio e il lavoro di un chimico latino-americano.
Occorrono più fasi per arrivare dalla materia prima alla coca da sniffare, il cloridrato di cocaina. "L’alcaloide presente nella foglia di coca è lo stesso, ma la sua forma chimica e concentrazione cambiano radicalmente per diventare la sostanza che si scioglie a contatto con le mucose nasali", spiega il tenente colonnello dei carabinieri Massimo Barbaglia, che alla Dcsa si occupa di precursori, cioè delle sostanze sintetiche utilizzare per la produzione di stupefacenti. "Per estrarre l’alcaloide dalle foglie servono acidi e basi molto forti. A volte si usano solventi come il cherosene oppure l’urina di maiale", che contiene ammoniaca, altra sostanza utile per queste procedure. Si ottiene così la pasta di coca, un prodotto semilavorato, non ancora pronto all’uso, che deve subire altri passaggi prima di arrivare alla cocaina cloridrato. Servono alcune sostanze chimiche, come il permanganato di potassio, un precursore usatissimo per la purificazione e sbiancatura, ragione per cui il suo commercio è sorvegliato: "Si trova più facilmente in Europa che in America Latina – prosegue Barbaglia –, una delle ragioni per contrabbandare la pasta di coca fino a qui".
Nel novembre 2025 nel porto di Genova sono state sequestrate 10 tonnellate di prodotti chimici contenenti 700 chili di permanganato di potassio, importati senza l’autorizzazione del ministero della Salute. Nel 2023 in Europa ne sono stati sequestrati 2.082 chili, in notevole aumento rispetto ai 173 del 2022. Un’altra sostanza usata è l’acido solforico, il cui commercio è monitorato. Il laboratorio scoperto a Fucecchio illustra bene la procedura, anche se "in questo caso, si trattava di cocaina semilavorata nascosta tra le pelli", precisa il capitano Corrente. Ogni stanza dell’edificio aveva una sua funzione. Nella prima, utilizzando dei solventi come il toluene o l’acido solforico, si separava l’alcaloide dai residui vegetali. In seguito, in un’altra stanza, usando acetato di piombo e sodio bisolfito si sbiancava. La terza fase prevede la precipitazione, cioè la separazione della parte solida da quella liquida. Si ottiene così la cocaina base, non adatta a essere sniffata. Si passa quindi alla cristallizzazione con l’acido cloridrico, da cui si ottiene il cloridrato di cocaina, ossia la forma in polvere della sostanza. L’ultima stanza era dedicata al taglio con altre sostanze, per aumentarne peso e volume, e al confezionamento dei panetti sottovuoto.
"Tra l’altro – si legge ancora nella relazione della Dcsa – l’importazione della cocaina base nell’Ue è pure la causa della crescita della circolazione del crack". Di solito, il crack – anche detto cocaina cotta oppure “basata” – si ottiene da una lavorazione ulteriore del cloridrato di cocaina, che viene “cucinato” con una sostanza basica (come l’ammoniaca o il bicarbonato di sodio) per poi ottenere dei cristalli da fumare, con effetti più rapidi e forti.
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Dall’Italia, alcuni esperti sono andati in Colombia per imparare tecniche di indagine e analisi dalla polizia locale
Nel 2023 nell’Ue sono stati smantellati 34 laboratori per la produzione di cocaina (erano 39 nel 2022). "I siti di trasformazione e lavorazione della cocaina scoperti su larga scala in Europa, in particolare in Belgio, Spagna e Paesi Bassi, rivelano come le reti criminali transnazionali stiano lavorando insieme per sviluppare nuovi metodi per il traffico di cocaina in Europa", si leggeva nella relazione 2025 (su dati del 2024) della Dcsa, che sta preparando agenti della polizia scientifica e funzionari delle dogane. Dall’Italia, alcuni esperti sono andati in Colombia per imparare tecniche di indagine e analisi dalla polizia locale.
La diffusione di raffinerie in Italia non ha sostituito le vecchie maniere. È diventata un’alternativa, un modo per differenziare gli investimenti e ridurre i rischi. La cocaina continua a “sbarcare” in panetti di polvere purissima, e in gran quantità, sui moli, a volte di scali minori. Soltanto a Vado Ligure (Savona), nel mese di luglio è stata sequestrata più di una tonnellata: il 3 luglio 340 chili nascosti in un carico di banane in arrivo dalla Colombia, per un valore che la Guardia di finanza stima sui 120 milioni di euro, e il 21 luglio 770 chili (per quasi 250 milioni di euro) in un carico di banane dall’Ecuador. Stesso metodo e stessa provenienza dei 65 chili, valore 20 milioni di euro, bloccati al porto di Livorno a fine agosto, seguiti pochi giorni dopo da altri 53 chili trovati in un carico di frutta dal Perù. Ad agosto, altri 252 chili sono stati sequestrati a Gioia Tauro. Un flusso che non si arresta.
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