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5 ottobre 2026
In Russia diverse aziende producono sostanze chimiche pfas, considerate perfette per la loro resistenza agli stress termici ma pericolose per l’essere vivente, che vengono importate in Europa. La filiera dell’importazione è composta da società intermediarie con sedi in Germania e Israele, compagnie logistiche con veicoli su gomma, multinazionali che noleggiano specifici contenitori e infine le acquirenti, le grandi multinazionali del pfas come Syensqo Solvay che per i loro prodotti si devono rifornire del materiale grezzo. Questo sistema intricato consente l’acquisto di composti che la politica europea vuole vietare ma che l’industria, automobilistica e militare in particolare, non vuole sostituire. Lavialibera ha ricostruito chi sono i protagonisti che alimentano le vene della chimica europee e mondiali, attraverso registri di importazione, mail e viaggi lungo il confine russo.
Un racconto in tre episodi che inizia da San Pietroburgo e finisce ad Alessandria. Punto d’entrata in Ue: Estonia, per lo meno sulla carta.
Di seguito la prima puntata dell'inchiesta.
Resistono al calore, all'acqua e agli stress fisici. E resistono anche al tempo, per questo sono pericolosi per gli esseri viventi: sono i pfas. In Russia alcune aziende li producono per poi venderli in Europa. La filiera dell’importazione è composta da società intermediarie con sedi in Germania e Israele, compagnie logistiche con veicoli su gomma, multinazionali che noleggiano specifici contenitori e, infine, le acquirenti: le grandi società produttrici di pfas, come Syensqo Solvay che ha sede in Italia, che hanno bisogno di rifornirsi del materiale grezzo. Alcune continuano a farlo nonostante la guerra tra Russia e Ucraina e le relative restrizioni. Lavialibera ha ricostruito una di queste filiere, attraverso registri di importazione, mail confidenziali e un viaggio lungo il confine russo fino all'Estonia. Un racconto in tre episodi che inizia a San Pietroburgo e finisce ad Alessandria, in Piemonte. Qui inizia la prima puntata.
I composti perfluoroalchilici sono un gruppo di oltre diecimila sostanze inventate dall'uomo: coppie di atomi di carbonio e fluoro che si susseguono formando catene più o meno lunghe. Inventate dalla statunitense DuPont negli anni ‘40, arrivano in Europa dopo la seconda guerra mondiale e vengono utilizzate per centinaia di prodotti di consumo: nei giacconi da neve, nelle pentole antiaderenti o nel filo interdentale, per esempio. Ma la loro resistenza, che tanto affascina il mondo commerciale, li rende permanenti nell'ambiente, bioaccumulativi (si accumulano negli organismi) e tossici, in grado di danneggiare alcuni organi, la fertilità e il sistema immunitario.
Come possibile risposta alla fuga dei produttori dagli Stati Uniti, in quegli anni nasceva a San Pietroburgo l'azienda Anles. Lev Moiseevich Kogan, professore di chimica dell'università cittadina, a gennaio 2001 registrava alla camera di commercio una società la cui piccola fabbrica, tra la ferrovia e il fiume Neva, doveva produrre composti organici fluorurati come monomeri, polimeri e composti speciali per gomme ad alte prestazioni (fluoroelastomeri). In altri termini: i pfas. Kogan era un esperto: nell'era sovietica aveva lavorato nella chimica dei polimeri per la produzione industriale di gomma. Con un nutrito gruppo di co-inventori sovietici aveva brevettato un metodo per produrre gomma sintetica ad alta resistenza, capace di riprodurre fedelmente o migliorare le caratteristiche della gomma naturale.

Nel 2005 apre il mercato oltre confine, fondando la società di intermediazione Ftoran per agevolare il commercio tra Russia ed Europa. Dal sito dell'azienda si legge: "Con la nostra azienda Ftoran, con sede nel sud della Germania, rappresentiamo i nostri colleghi di Anles Ltd., con sede a San Pietroburgo, un produttore russo che 10 anni fa è nato da uno dei principali sviluppatori e produttori di prodotti a base di fluoro organico (monomeri e polimeri) dell'ex Unione Sovietica". Il 2005 segna un punto di svolta per l'uso dei pfas in Europa. Con l'entrata in vigore della Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti, gli Stati membri si trovano obbligati a monitorare prima 12 e poi 23 sostanze nocive, tra cui il pfos, uno dei principali capostipiti della famiglia.
Per l'industria europea in quel frangente scatta una prima forte pressione normativa: da un lato la spinta a tagliare le emissioni e a cercare alternative meno tossiche, dall'altro l'introduzione di divieti sull'importazione dei composti messi al bando. La Convenzione presenta però una lacuna fondamentale, poiché colpisce soltanto specifiche molecole come il pfos. Molti altri pfas, inclusi i monomeri necessari alla produzione di gomme industriali fluorurate, restano del tutto legali e liberamente importabili. Tuttavia, con controlli più rigidi e costi di produzione in crescita vertiginosa, diversi produttori europei riducono la produzione o chiudono del tutto i propri impianti. Si crea così un vuoto di mercato che viene rapidamente colmato da realtà esterne e Anles, che opera fuori dai confini e dai vincoli dell'Unione europea, diventa un punto di riferimento decisivo per aggirare le restrizioni, trovando in Ftoran un "lasciapassare" per continuare a immettere queste sostanze sul mercato europeo.

Chi cerca oggi l'indirizzo della società Ftoran si ritrova a Birkenau, cittadina tedesca a breve distanza da Heidelberg. In una periferia residenziale tranquilla, c'è una casa che si distingue soltanto per un dettaglio: le tapparelle bianche sono ben serrate, identiche e immobili, come se nessuno le aprisse da tempo. Accanto alla porta, un doppio citofono e una cassetta della posta senza nome, con qualche lettera all'interno. Al campanello non risponde nessuno. I vicini, interpellati da lavialibera, raccontano di un viavai sporadico di persone che si fermano pochi minuti, probabilmente il tempo di ritirare la corrispondenza. Nessuna luce accesa con regolarità la sera, nessuna abitudine da dimora stabile. Quando qualcuno apre la porta, riferiscono i residenti, si tratta solitamente di Galina Kogan, moglie dell'imprenditore russo Mikhael Kogan, figlio del professore di San Pietroburgo.Il nome della donna conduce a un profilo LinkedIn da cui emerge una carriera trentennale e internazionale. Tra l'aprile 1988 e il novembre 1989 lavora in Russia come ingegnere di processo presso Giprokauchuk, il laboratorio sovietico dei monomeri, lo stesso settore in cui operava la famiglia del marito. Nel marzo 1993 si trasferisce ad Haifa, in Israele, dove fino al febbraio 1998 lavora come chimica dei polimeri tra l'azienda biomedica Sbpm Ltd e il Technion (il più antico politecnico israeliano, fondato nel 1912), per poi passare all'informatica come programmatrice per Mercury Interactive, a Yehud, fino al 2003. Il trasferimento definitivo in Germania arriva a metà degli anni Duemila: dal maggio 2008 è software tester a Bad Homburg per Ticketcorner GmbH, società di vendita di biglietti, prima di diventare Quality Consultant per Exco GmbH, azienda di software dell'area di Frankenthal.
La traiettoria di Galina – che attraversa Russia, Israele e Germania seguendo il marito e le sue imprese – si rivela fondamentale: seguire le sue tracce aiuta a decifrare gli spostamenti di Mikhael Kogan e i suoi affari tra San Pietroburgo e l'Europa. Per individuare la reale residenza della coppia, le ricerche si spostano a Heidelberg, indicata dal vicinato come la loro meta abituale. In questa città universitaria affacciata sul Neckar, la nuova sinagoga dall'architettura minimalista diventa il sabato mattina un punto di ritrovo per la piccola comunità ebraica locale. Tra i banchi ancora vuoti prima della funzione, lavialibera incontra il rabbino, che accetta di parlare. Il religioso descrive Mikhael Kogan come una figura nota ma saltuaria, protagonista da anni di un pendolarismo tra Russia e Germania senza un calendario fisso. Aggiunge altri dettagli sulla famiglia: Galina frequenta la sinagoga, seppur saltuariamente; a Heidelberg vive anche l'anziana madre di Mikhael; la coppia ha inoltre una figlia, sulla quale preferisce non fornire particolari. Elementi che, sommati, confermano l'ipotesi iniziale: la casa di Birkenau funge da semplice recapito formale, mentre la vita domestica e gli affari di Kogan si dividono tra la Russia e l'area di Heidelberg, a un'ora di strada dalla sede di Ftoran.
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“Nell’ambito del nostro normale approccio agli acquisti e alla gestione del rischio, Syensqo mantiene e sviluppa diverse opzioni di approvvigionamento per le materie prime strategiche in diverse aree geografiche, con l’obiettivo di rafforzare la resilienza e la continuità della propria catena di fornitura”Syensqo
Galina Kogan è esperta del primo mattoncino che compone la catena di ogni polimero fluorurato: il monomero. Ogni monomero, composto da atomi di carbonio e fluoro uniti con ramificazioni diverse, si aggancia al seguente a formare trenini di mattoncini: i polimeri. Ogni polimero ha una sua caratteristica particolare, una sua resistenza al calore, alle pressioni, alle condizioni estreme. L'8-CNVE è un monomero utilizzato per produrre speciali polimeri e in diversi prodotti finali destinati al settore aerospaziale, elettronico, farmaceutico e alle guarnizioni ad alte prestazioni. È anche uno dei monomeri più venduti da Anles, la società di San Pietroburgo di proprietà della famiglia Kogan.
Lavialibera ha consultato la banca dati Import Genius, registro che consente di visualizzare le bolle di spedizione (i documenti di trasporto) compilate dal fornitore, con tutti i dati della sostanza spedita, dell'acquirente e dell'eventuale intermediario commerciale che ha consentito la compravendita, usando come chiave di ricerca la dicitura russa di Anles. Da quando i registri permettono di seguirne le tracce emerge un commercio destinato sia all’Europa sia all’Asia, esportazioni dalla Russia che arrivano a casa di grandi multinazionali come la tedesca Dyneon o l’olandese Chemours. Per l’Italia invece la prima spedizione tracciata di questo monomero da San Pietroburgo e destinata al sito italiano di Solvay (oggi Syensqo), nello stabilimento di Spinetta Marengo ad Alessandria, risale a novembre 2021: un carico di 200 chili netti, per oltre 230 mila euro. Questo monomero viene utilizzato per una specifica gamma dei prodotti Tecnoflon, a firma Syensqo Solvay: fluoropolimeri ad altissima prestazione destinati a gomme capaci di resistere a differenti stress, presenti nelle guarnizioni aerospaziali e nelle coperture di veicoli della difesa. Sono informazioni reperibili facilmente online nei brevetti a firma Solvay Specialty Polymers Italia. La società invece, sentita direttamente, ha preferito non spiegare come venga impiegato questo monomero.
Oltre alle informazioni su chi vende e su chi acquista, dalle bolle di spedizione emergono due dati interessanti. Compare un intermediario già noto: Ftoran, con sede nella villetta di Birkenau. Mikhael Kogan vende a Syensqo il suo prodotto attraverso la sua azienda di intermediazione, spedendo dalla Russia e passando per una sede legale tedesca. Ma si aggiunge un terzo paese di transito, l'Estonia. Nella bolla di novembre 2021 compare come stato destinatario la sigla EE, il primo paese baltico a contatto con la Russia. Riassumendo: il composto viene caricato in contenitori speciali a San Pietroburgo, entra in Europa attraversando il confine estone grazie a un intermediario tedesco e, alla fine, arriva a Spinetta Marengo.
Come mai servono quattro Paesi per vendere un monomero? Lo abbiamo chiesto alla diretta interessata, Syensqo, che oltre all'8-CNVE si fa inviare molti altri pfas dalla Russia. La società ha preferito non rispondere a questa specifica domanda, spiegando più in generale che “nell’ambito del nostro normale approccio agli acquisti e alla gestione del rischio, Syensqo mantiene e sviluppa diverse opzioni di approvvigionamento per le materie prime strategiche in diverse aree geografiche, con l’obiettivo di rafforzare la resilienza e la continuità della propria catena di fornitura”.
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In Italia, Alessandria non è un caso isolato. L'8-CNVE prodotto da Anles non arriva soltanto a Syensqo Solvay: altre due aziende italiane compaiono nei registri di importazione come acquirenti dello stesso composto russo: Polis, a Brescia, e Alpa, tra Milano e Santa Croce sull'Arno (Pisa). Ricostruire i loro flussi commerciali permette di capire se tutte le aziende abbiano reagito allo stesso modo al mutare del contesto geopolitico, con lo scoppio del conflitto in Ucraina e le sanzioni dell’Ue. Dai registri emerge che Alpa ha acquistato 8-CNVE da Anles fino a settembre 2023, quando gli acquisti si interrompono dopo un'ultima spedizione anomala, con una quantità doppia rispetto agli invii dei mesi precedenti.
Lo stesso schema si osserva per Polis, che importa il composto russo fino a maggio 2023, per poi cessare gli approvvigionamenti diretti dalla società di San Pietroburgo. Il dato non è secondario: la finestra temporale coincide con l'inasprimento delle sanzioni europee verso la Russia e con l'aumento della pressione su chi continua a commerciare con fornitori russi, anche per prodotti non direttamente colpiti da sanzioni nominative. Le due aziende, secondo quanto ricostruito, hanno scelto di interrompere l'approvvigionamento da Anles proprio in quella fase. Entrambe però hanno deciso di non rispondere alle nostre domande su come abbiano sostituito la sostanza nei propri cicli produttivi e a quale costo.
Il comportamento di Syensqo Solvay segue invece una traiettoria diversa. Nonostante il contesto sanzionatorio e lo stesso rischio reputazionale e legale che ha spinto Polis e Alpa a fermarsi, Solvay continua ad approvvigionarsi della sostanza. Il dato più significativo è però quello sul prezzo: dall'autunno 2023 il costo dell'8-CNVE esportato verso i paesi europei registra un'impennata, fino a otto volte il valore precedente. Un aumento di questa entità è tipicamente il segnale di un mercato che si è ristretto – meno canali disponibili, meno fornitori disposti a intermediare, più rischio lungo la catena logistica – eppure Solvay non interrompe gli acquisti : si rifornisce a un prezzo otto volte superiore pur di non perdere l'accesso alla sostanza. Una scelta che apre interrogativi sulla dipendenza industriale da questo composto, sulla reale disponibilità di alternative e sulla valutazione che Syensqo ha fatto – o non ha fatto – della scelta di continuare a importare, anche indirettamente, un prodotto russo mentre è ancora pienamente in corso la guerra in Ucraina.
Questa inchiesta è stata realizzata con il supporto di JournalismFund Europe in collaborazione con Ekaterina Mereminskaia
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