Torino, 24 ottobre 2026. Un ragazzo di fronte agli agenti di polizia durante la manifestazione contro riarmo, caro vita e data center. Foto di M. Panzarella
Torino, 24 ottobre 2026. Un ragazzo di fronte agli agenti di polizia durante la manifestazione contro riarmo, caro vita e data center. Foto di M. Panzarella

Insoddisfatti e arrabbiati, la protesta dei giovani merita un dibattito all'altezza

In nessuna parte del mondo democratico l'aumento delle pene ha ridotto i crimini gravi dei minorenni. Saremo in grado di avviare un confronto serio su questi argomenti, anziché relegarli alla cronaca nera? È in gioco la tenuta civile dell'intera collettività

Isaia Sales

Isaia SalesProfessore di Storia delle mafie

26 ottobre 2026

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Era nell’aria che dopo i migranti sarebbe toccato ai ragazzini, trasformarsi nel principale pericolo per la sicurezza pubblica in Italia. L’impressione che non si aspettasse che qualche “incidente” per varare ulteriori provvedimenti di criminalizzazione del disagio. L’esplosione della rabbia minorile in forme non sempre consone agli obiettivi meriterebbe un dibattito all’altezza della gravità della questione. Trasformare una sacrosanta preoccupazione per l’ordine pubblico in aperta criminalizzazione è un’operazione becera prima che inefficace.

Gli adolescenti chiedono spazi di aggregazione per sfuggire al malessere dell'isolamento

Bisogna essere chiari e netti su questo punto: in nessuna parte del mondo democratico l’aumento delle pene ha ridotto i crimini gravi dei minorenni e, in genere, dei giovanissimi; in nessuna parte del mondo occidentale l’abbassamento dell’età della punibilità o l’introduzione di nuove fattispecie penali ha ridotto i loro reati violenti. Laddove ciò è stato fatto, il tasso di reati commessi dai minori è rimasto sempre superiore a quello italiano. Basta consultare le statistiche. L’aumento delle pene non è dissuasivo per la mente di un adolescente. Quante volte bisogna ricordarlo?

In nessuna parte del mondo occidentale l’abbassamento dell’età della punibilità o l’introduzione di nuove fattispecie penali ha ridotto i loro reati violenti

Aiuto e fiducia

I minori, per la loro età, secondo le normative dedicate e in vigore alla fine degli anni Ottanta, restano “soggetti bisognosi di aiuto e di una guida”. E soprattutto di fiducia. Non li si può considerare una minaccia per la convivenza civile. Qualsiasi errore che si commetterà nei loro confronti, allontanandosi da questo elementare principio, lo si pagherà caro. C’è bisogno di tempo per trovare una risposta adeguata al loro disagio, di ingenti risorse economiche, culturali, professionali, perché ogni questione che si presenta sulla scena politica in maniera dirompente ha alle spalle una lunga incubazione.

Don Luigi Ciotti: "La rabbia dei giovani va ascoltata"

La deterrenza a quell’età si assicura con la cosa più umile che ci resta da fare: mettere a disposizione migliaia di professionisti in grado di ascoltarli. La strategia dell’ascolto richiede una radicalità di idee, di risorse e di strumenti, una fortissima collaborazione tra strutture pubbliche e private, un comune sentire tra governo nazionale e governi locali, una sintonia tra tutte le agenzie formative di senso e di valori, dalla Chiesa alla scuola, dalle università agli imprenditori. Senza tutto ciò, il pugno di ferro presto mostrerà la sua totale inadeguatezza e diventerà un impotente pugno di latta. In più, nella destra italiana si fa strada l’idea che unificare il tema degli immigrati con quello della pericolosità dei loro figli è un modo di alimentare la vecchia cantilena dell’emigrazione come portatrice di disordine e di problemi sociali.

Unificare il tema degli immigrati con quello della pericolosità dei loro figli è un modo di alimentare la vecchia cantilena dell’emigrazione come portatrice di disordine e di problemi sociali

Periferie abbandonate

Che le nostre società non fossero state avvertite in tempo su quello che poteva succedere, è una totale ipocrisia. A proposito delle periferie come bomba sociale in grado di esplodere in qualsiasi momento, ci aveva avvisato anche Renzo Piano: “Il disagio urbano è un male che è generato dal disagio sociale ma anche dal degrado e dalle bruttezze dei luoghi, dal disamoramento con cui le periferie sono state realizzate. Bisogna lavorare sulla dignità dei luoghi. Le periferie sono state fatte senza affetto, quasi con disprezzo. Dobbiamo rimediare allo scempio fatto. Le periferie sono la grande scommessa del secolo. Se non diventeranno città saranno guai grossi”.

Nel libro di Grazia Arena, le periferie dimenticate

Le periferie sono abitate da famiglie con il maggior numero di figli, quasi sempre monoreddito e spesso senza un reddito fisso. I dati ufficiali ci dicono che quasi un terzo dei 9,3 milioni di minori che vivono oggi in Italia partono svantaggiati nella vita. La stragrande parte dei minori con problemi di povertà assoluta o relativa vive nei quartieri delle periferie, che sono quelli con il più alto tasso di disoccupazione dei padri e con la maggiore evasione e dispersione scolastica dei figli.

I dati ufficiali ci dicono che quasi un terzo dei 9,3 milioni di minori che vivono oggi in Italia partono svantaggiati nella vita

Quasi il 12 per cento dei nostri ragazzi e ragazze abbandonano la scuola prima del tempo, il 20 per cento nelle regioni più in difficoltà economiche e la maggior parte nei quartieri periferici. In alcune zone delle medie e grandi città si arriva al 25 per cento! Quando si leggono i dati sul rapporto strettissimo tra i tassi di disoccupazione, la povertà delle famiglie, i peggiori fallimenti scolastici e il massimo di precarietà dell’offerta di lavoro, non si può che restare impressionati da una così implacabile connessione tra disagio e devianza nelle grandi periferie delle nostre città. In quelle meridionali, poi, il fascino della criminalità organizzata funge da molla permanente per consentire il passaggio dalla violenza liquida a quella solida, da quella individuale a quella collettiva.

Quasi il 12 per cento dei nostri ragazzi e ragazze abbandonano la scuola prima del tempo, il 20 per cento nelle regioni più in difficoltà economiche e la maggior parte nei quartieri periferici

Ma attribuire il malessere delle periferie alla presenza degli immigrati è un gravissimo errore. Le periferie italiane sono abitate in grande maggioranza da italiani. Non abbiamo periferie totalmente abitate da stranieri come in altre grandi città europee o americane. In Italia le periferie si sono formate per classi sociali e non per etnie. Se si guardano, poi, i dati dei cosiddetti neet (giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano) ai primi posti ci sono tre città meridionali (Catania con il 35,4 per cento, Palermo con il 32,4 per cento e Napoli con il 29,1 per cento) ma tra le prime dieci compaiono Roma (20,8 per cento), Milano (20,4 per cento) e Torino (19,9 per  cento).

A Tor Bella Monaca c'è una comunità capace di educare e battersi contro la dispersione scolastica

E i neet sono la maggioranza della popolazione giovanile nei grandi quartieri delle periferie di queste città. È impressionante il dato della Lombardia, 94.606 neet su di una popolazione di 10 milioni di abitanti. mentre sono 79.959 in Campania rispetto a 6 milioni di abitanti). Secondo una ricerca dell’Istituto Toniolo, per il 40 per cento dei giovani la scuola non è più una opportunità per la propria vita. Si è sicuri che dopo si incontrerà solo la precarietà. Si è consumato nel giro di due generazioni il valore di autodeterminazione della scuola e del lavoro: un collasso impressionante delle istituzioni di senso.

In Italia si è espulsi dalla scuola e dal lavoro, cioè dalle possibilità legali di riuscita, tra i 15 e i 16 anni. Che fa, come vive, come si immagina il futuro questa massa di “espulsi” che non ha niente da fare dalla mattina alla sera, è questione che fino a qualche giorno fa non interessava quasi a nessuno, eppure è in gran parte lì il problema della violenza minorile e giovanile. Si comincia a formare una società parallela dei pari età, nella quale si considera lecito qualsiasi mezzo per diventare qualcuno nella vita. Perché contrariamente al passato il degrado può offrire delle chance più rapide e più “democratiche” di riuscita laddove le opportunità legali si dimostrino impotenti a cambiare la propria condizione. Nessuno vuole restare nessuno. Ognuno vuole diventare qualcuno, al di là dei mezzi leciti per farlo.

Si comincia a formare una società parallela dei pari età, nella quale si considera lecito qualsiasi mezzo per diventare qualcuno nella vita

“Orfani di genitori vivi”

Se poi si analizzano i dati di quella criminalità minorile che sfocia nel delitto, i dati sono ancora più impressionanti. Ad esempio, i precedenti penali in famiglia incidono non poco. L’influenza della famiglia si somma all’influenza del rione dove si nasce, del quartiere dove si vive, degli altri minori che si frequentano. Per cui appare ridicolo richiamare la responsabilità della famiglia in luoghi dove essa è spesso “sgarrupata”. In molte di queste situazioni i minori sono nei fatti “orfani di genitori vivi”.

Appare ridicolo richiamare la responsabilità della famiglia in luoghi dove essa è spesso “sgarrupata”

La chiusura della fase storica del futuro “aperto”, in cui il proprio domani non dipendeva più dalla famiglia di appartenenza, dalla professione dei propri genitori, dal luogo dove si risiede e ci si forma, sta comportando conseguenze non previste. L’aumento della violenza minorile e giovanile si colloca esattamente alla chiusura di questa fase storica in cui molti prendono atto che non è possibile cambiare quello che si è dalla nascita, con una drastica riduzione delle opportunità per chi proviene da certe famiglie e da certi quartieri.

Sembra presentarsi in forme caotiche e non consapevoli una specie di lotta di classe, che affascina anche i ragazzi provenienti da famiglie meno problematiche. La potremmo definire la radicalizzazione dei nuovi “umiliati e offesi” delle società moderne, degli arrabbiati, degli insoddisfatti che non sanno bene i motivi della loro rabbia e insoddisfazione. Insoddisfatti della scuola, di non fare niente di costruttivo e di utile per il loro futuro, spaventati di crescere senza prospettive, profondamente inadeguati alla sfida della competizione con gli altri, squattrinati in cerca di sé stessi con l’ossessione dei soldi. Una radicalizzazione della violenza non motivata da un contrasto evidente, esplicito con altre idee, con altri valori, con altre prospettive. Non contro qualcosa o qualcuno, ma con bersagli che cambiano di volta in volta perché sempre c’è bisogno di qualcuno o di qualcosa contro cui “praticare l’emozione della distruttività”. Anche contro gli oggetti che si desiderano e che non si possono avere.

Siamo di fronte a un'impressionante disgregazione ignorata dal mondo dell’informazione tutto dedito a portare sulla scena i crimini dei minori e mai il mondo in cui si formano e vivono

Siamo di fronte in molte grandi città a una modernizzazione senza amalgama sociale, a una impressionante disgregazione ignorata dal mondo dell’informazione tutto dedito a portare sulla scena i crimini dei minori e mai il mondo in cui si formano e vivono. Naturalmente ciò non avviene solo in Italia, e il ruolo delle periferie sta diventando sempre più condizionante nelle statistiche del malessere. Leggiamo cosa scrive Manuel Vilas a proposito delle grandi città spagnole: “Le periferie sono un fallimento dell’architettura, una gigantesca sconfitta, un monumento alla miseria economica, una forma di permanente umiliazione”. In quei luoghi c’è un amore disperato, quasi sacro, nel resistere alla bruttezza. Vivere nelle periferie è un atto di eroismo involontario”.

Nelle periferie vive il cuore del giornalismo

Forse è venuto il momento che si cominci a fare il bilancio delle conseguenze che il collasso sociale tra i giovanissimi potrebbe provocare alla tenuta civile della collettività. Si sarà in grado di avviare un confronto serio su questi argomenti e non relegarlo a cronaca nera, a pene da comminare, a criminali da individuare e famiglie da punire? Siamo in grado di non ridurre questa impressionante deflagrazione sociale, questo risentimento verso il mondo di chi sta crescendo nel “cuore di tenebra” delle nostre città, in rancorosa questione politica? Mi sembra questo il più serio problema dell’oggi.

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