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3 novembre 2026
Il 3 novembre 2006 la ‘ndrangheta in Piemonte ha iniziato a scricchiolare. Nel Palazzo di giustizia di Torino il procuratore aggiunto Maurizio Laudi e il sostituto Roberto Sparagna, insieme ad alcuni carabinieri, hanno un appuntamento che si rivelerà di importanza cruciale. Il 17 ottobre Rocco Varacalli, detenuto in isolamento nel carcere di Torino per spaccio, aveva scritto una lettera al pm Sparagna: “Mi chiamo Rocco Varacalli, da quindici anni sono affiliato alla ’ndrangheta, ho trafficato quintali di droga, posso svelare omicidi, estorsioni, traffici loschi con l’economia e la politica”. E il 3 novembre c’è il primo di tanti appuntamenti con gli inquirenti a cui rivela nomi, strutture e gergo della ‘ndrangheta a Torino e dintorni.
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“Mi chiamo Rocco Varacalli, da quindici anni sono affiliato alla ’ndrangheta, ho trafficato quintali di droga, posso svelare omicidi, estorsioni, traffici loschi con l’economia e la politica”Rocco Varacalli
“In quel periodo di ‘ndrangheta si parlava molto poco”, ricorda Sparagna, oggi procuratore aggiunto. Il pm arriva a Varacalli non per caso. Nel 2003 indagava sull’omicidio di Giuseppe Donà, avvenuto il 14 gennaio a Grugliasco, nell’hinterland di Torino. Si trattava di un omicidio legato ad alcuni giri di droga, nei quali era coinvolto anche Rocco Varacalli, 33enne di Natile di Careri (Reggio Calabria) con alcuni precedenti alle spalle. Da quell’indagine, si arriva all’8 maggio 2006, quando a Castellamonte i carabinieri fermano l’uomo. “Sono stato arrestato per spaccio di droga dal maresciallo Luigi Salerno su mandato del dottor Sparagna – racconterà anni dopo, il 22 novembre 2012, nel corso del processo Minotauro, rispondendo alle domande della pm Monica Abbatecola –. Mi portano alle Vallette (il carcere di Torino, ndr), al secondo piano, e mi chiudono lì dentro, isolato. Fino al 17 ottobre sono stato zitto. Non ho fatto un’ora d’aria, sono stato sempre chiuso, ho vissuto malamente”.
Sparagna ricorda che in effetti era sorpreso da quell’atteggiamento, Varacalli non aveva mai fatto un’istanza per avere un regime detentivo più tenue e, interrogato, non rispondeva. “Ho fatto 5-6 mesi di isolamento e per dimostrare che mi chiamo Rocco Varacalli e non ho paura del carcere – dice il pentito ai giudici nel corso del processo per dimostrare la sua forza e la sua fedeltà all'organizzazione –. Quando mi è stato detto che potevo uscire, non dovevo più stare isolato, io dicevo no. Poi una notte pioveva, ho scritto una lettera”. Si sente tradito e abbandonato dalla ‘ndrangheta, pativa il non poter vedere con la famiglia, e allora decide di collaborare con il magistrato e con il maresciallo che gli aveva messo le manette. La lettera, datata 17 ottobre, arriva al pm il 23.
Il 3 novembre è fissato un interrogatorio nell’ambito dell’inchiesta sullo spaccio che aveva portato Varacalli in carcere. All’appuntamento con Laudi, che coordinava la Direzione distrettuale antimafia, e Sparagna, l’uomo si presenta con il suo difensore di fiducia. Quando inizia a parlare e manifesta l’intenzione di collaborare, annuncia che farà i nomi dei boss, delle organizzazioni e dei loro affari, ma l’avvocato – che non era al corrente delle intenzioni del suo cliente – dismette il mandato. Si ricomincia il 6 novembre, tempo di trovare un nuovo legale. Da allora in poi, Varacalli riempirà pagine e pagine di verbali. “Ho parlato degli omicidi Donà, Romeo, Stefanelli, Pasqualino Marando..., di droga, tantissima, soprattutto la mia. Facevamo 8-10 ore di colloquio. Ho parlato di armi e sono state trovate”, spiegava in aula il pentito.
"C’era una difficoltà a comprendere alcuni aspetti, ma Varacalli ci ha fornito le chiavi per capire"Roberto Sparagna - Procuratore aggiunto di Torino
“Ricordo lo stupore di noi inquirenti– dice Sparagna a lavialibera –. Nella Torino industriale e culturale (siamo a pochi mesi dalla conclusione delle Olimpiadi invernali che rilanciarono l’immagine della città, ndr), ci troviamo di fronte a dichiarazioni sull'attuale presenza della 'ndrangheta in Torino e provincia. Varacalli ci raccontava riti e formule, ruoli e cariche, cose che apparivano tipiche di altri territori e contesti”. Non era semplice, perché scarne erano le informazioni sulla presenza dell’organizzazione mafiosa al Nord. C’erano state altre operazioni su traffici di droga e appalti, ma fornivano una visione frammentata, e la relazione sulla ‘ndrangheta firmata dalla commissione parlamentare antimafia, presieduta da Francesco Forgione, arriverà nel 2008. “La presenza della ‘ndrangheta in Piemonte è preponderante rispetto alle altre organizzazioni mafiose”, esordiva il capitolo dedicato all’area, in cui si ricordavano alcuni “record”, come l’omicidio del procuratore Bruno Caccia, primo magistrato del Nord ucciso dalla mafia nel 1983, e il primo commissariamento di un comune settentrionale per infiltrazioni mafiose, Bardonecchia, nel 1995.
“C’era una difficoltà a comprendere alcuni aspetti, ma Varacalli ci ha fornito le chiavi per capire e per interpretare il fenomeno mafioso, come, per altri contesti criminali, ebbe a dire Giovanni Falcone. Per questo nella richiesta di custodia cautelare dell’indagine Minotauro c’è un capitolo intitolato ‘Terminologia essenziale degli istituti di ‘ndrangheta’. Non era scritto a partire dai libri, ma dalle spiegazioni di Varacalli utilizzate come dato di partenza per la descrizione del fenomeno criminale, una sorta di legenda utile per l'interprete e il lettore. Serviva innanzitutto a noi inquirenti, ai giudici e agli avvocati”. Si trattava di un capitolo che attestava da un lato la novità degli argomenti trattati per il distretto giudiziario piemontese e dall'altro anche la difficoltà di comprensione dei temi associativi e criminali oggetto di indagine".
Il pentito di 'ndrangheta Domenico Agresta: "Non ho paura di collaborare"
Incredulità e interesse accompagnano gli inquirenti, che per verificarne l’attendibilità del pentito cercano riscontri. Le conferme arrivano presto, anche in maniera inattesa. I verbali di Varacalli interessano anche ai magistrati antimafia in Calabria e nel 2008 il pm di Reggio Calabria Nicola Gratteri ne deposita alcuni nell’ambito di un processo su traffici internazionali di cocaina gestiti dai fratelli Marando, stanziati in Piemonte. La notizia della sua collaborazione esce dagli uffici degli investigatori, viene diffusa dai giornali locali, ripresa da quelli nazionali, allarma la famiglia di Varacalli e gli ambienti criminali, ma mette anche in difficoltà le indagini torinesi.
Indagini torinesi che portano – l’8 giugno 2011, ben 1678 giorni dopo l’inizio della collaborazione di Rocco Varacalli – all’operazione Minotauro. “Non sarebbero finite quel giorno se un’improvvida fuga di notizia dalla Calabria non avesse rivelato la collaborazione, insolita per la ‘ndrangheta – ricorda Gian Carlo Caselli, procuratore di Torino dal 2008 al 2013 –. Mi era sembrato un pentito affidabile. Forse non ha rivelato tutto tutto quello che sapeva, ma quanto ha detto è stato molto importante ed è stato confermato fino alla Cassazione”. Con Minotauro vengono arrestate 142 persone tra quelle ritenute appartenenti alla criminalità organizzata calabrese e loro complici. Vengono rivelati gli organigrammi, la struttura composta dalle “locali” (le strutture territoriali, che agiscono nell'ambito di un comune, ndr) a Torino e in altri comuni della provincia, gli affari e i contatti con politici e amministratori. Minotauro, attestando la presenza della ‘ndrangheta nella provincia di Torino, aprirà una breccia ad altre indagini in Piemonte.
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