Giornalismo, dall'analogico al digitale: una transizione complicata

Con la fine dei partiti di massa chi fa informazione ha perso i riferimenti. Allo stesso tempo, la competizione tra testate è diventata sempre più accentuata

Paolo Mancini

Paolo Manciniprofessore di Sociologia della comunicazione all’Università di Perugia

3 maggio 2021

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Il giornalismo italiano, sia della carta stampata sia della televisione, è sempre stato un giornalismo vicino alla politica. Per molti aspetti è proprio questa consolidata e tradizionale prossimità che oggi rende complicata la transizione a una nuova ecologia dei media, ovvero la creazione di un sistema ibrido in cui, accanto ai media tradizionali, giornali e televisione, nascono e si sviluppano una miriade di fonti legate alla rivoluzione digitale, integrati e in interazione tra loro.

Con la fine dei partiti di massa chi fa informazione ha perso i riferimenti

Commercializzazione e fine delle ideologie

La transizione del giornalismo italiano verso il sistema ibrido è complicata e spesso ondivaga, nel senso che ci sono frequenti avanzamenti e altrettanto frequenti ritorni al passato. Innanzitutto perché sono scomparsi, o si sono radicalmente indeboliti, i tradizionali referenti politici, cioè i partiti di massa. La conseguenza  è una sorta di vuoto nei riferimenti ideologici e culturali di chi fa informazione. La fine delle tradizionali appartenenze ideologiche e politiche si è peraltro verificata a seguito di un drammatico processo di commercializzazione, iniziato negli anni ’80 del secolo scorso, per cui la competizione tra testate è diventata sempre più accentuata ed essenziale per il loro mantenimento in vita. Nel nuovo sistema è rimasta l’abitudine a prendere parte, quella che in inglese si chiama tendenza all’advocacy, e a intervenire nel dibattito pubblico con le proprie idee e valutazioni, che però oggi mancano di riferimenti certi e costanti nell’arena politica, di una cornice di valori e idee consolidate in cui riconoscersi per cui, alla fine, ogni testata quasi costituisce un partito a sé.

Blog e social sono oggi fonti di notizie, ma non richiedono il rispetto dell'etica

Professione debole, deontologia volatile

Nello stesso tempo la vecchia e consolidata prossimità con la politica ha reso difficile la condivisione di regole etiche e professionali comuni a tutta la professione giornalistica. Pur in presenza, caso pressoché unico nelle democrazie liberali, di un ordine professionale a cui ogni giornalista deve appartenere dopo un esame di Stato, l’identità professionale è sempre stata piuttosto debole, la sovrapposizione con la politica, come detto, molto marcata con frequenti spostamenti da un campo all’altro, molto più frequenti che non in altri Paesi. Regole deontologiche sono sempre esistite, ma erano regole scritte sulla carta laddove invece l’appartenenza a una area culturale e ideologica contava più dell’appartenenza a un’unica professione e alle sue regole comuni. Ecco allora che la frammentazione seguita all’indebolimento/scomparsa delle consolidate appartenenze ideologiche è diventata più evidente in assenza di un’identità professionale certa e riconosciuta.

Raccontare le mafie: troppe carte, poca strada 

Questo lo si vede chiaramente anche nella veemenza del linguaggio, nella sua frequente volgarità, negli scontri tra testate, giornalisti e politici che difficilmente sono riconducibili all’ambito della competizione politica. Lo si vede nella ricerca continua di scoop a scapito di qualsiasi regola o limite deontologico. Non voglio fare esempi, ce ne sono a centinaia. E questo non ha coinvolto soltanto l’ambito del giornalismo, ma l’intero sistema dei media con particolare riferimento al campo della televisione nei suoi diversi generi.

Effetto social

Alla fine delle tradizionali appartenenze politiche, alla debolezza di regole professionali condivise e all’accentuata commercializzazione si è aggiunto l’impetuoso sviluppo dei media digitali: sono nate una molteplicità di nuove fonti di informazione perlopiù al di fuori di qualsiasi istituzionalizzazione, prive cioè di regole, di scale gerarchiche, di procedure standardizzate. Il trasferimento di potere dalle istituzioni mediali ai singoli cittadini è stato rapido e con ritmi crescenti: blog e social network come Twitter rappresentano oggi nuove fonti di informazione che non implicano o richiedono alcuna sorta di professionalizzazione né di rispetto di norme etiche. Il tanto dibattuto tema delle notizie false o degli odiatori sta proprio in questa mancanza di istituzionalizzazione per cui ognuno può diventare, senza alcuna restrizione gerarchica o rispetto di norme, fonte di informazione. In un contesto, come quello italiano, dove la deontologia professionale del mondo dell’informazione era piuttosto fragile, volatile e sottoposta alle spinte di forti presenze ideologiche contrapposte, questo passaggio  ha assunto caratteri radicali e drammatici.

L'era digitale ha permesso a nuove, piccole testate o a singoli utenti un controllo finora impossibile

In questa babele comunicativa caratterizzata dalla continua ricerca di un nemico da denigrare e combattere si sono progressivamente venute a creare quelle che il giurista statunitense Cass Sunstein ha definito «echo chambers», cioè camere dell’eco, dove, soprattutto grazie ai media digitali, si incontrano e discutono cittadini che già condividono le stesse idee, che ricevono quindi conferma e rafforzamento. Il risultato è una polarizzazione che alla fine non giova alla ricerca di accordi in vista dell’interesse generale. La creazione di echo chambers è particolarmente marcata in Italia per l’incontro tra la vecchia tradizione partigiana e le necessità di trovare un proprio pubblico di nicchia all’interno di un sistema mediale estremamente affollato e frammentato.

In questa babele comunicativa sono sorte “camere dell’eco”, dove si ritrovano persone con le stesse idee

Piccolo è meglio

Se il quadro finora delineato appare negativo, non si possono però sottovalutare gli aspetti positivi della rivoluzione digitale: non c’è dubbio che essa sia una grande forza liberatrice anche per l’informazione giornalistica. L’enorme aumento delle fonti informative è certamente una grande ricchezza, pur con tutti i limiti illustrati. Essa peraltro consente di superare la sempre esistita attenzione del giornalismo italiano all’informazione proveniente da fonti ufficiali. Nel processo di de-istituzionalizzazione che i media digitali hanno provocato si colloca un progressivo trasferimento di potere, e quindi di capacità di produrre cultura e notizie, a fonti molteplici, non sottoposte a legami, vincoli, restrizioni di differente natura. Ad esempio, questo è il caso della lotta alla corruzione dove, come è già avvenuto, nuove, piccole testate o anche singoli frequentatori del mondo digitale mostrano capacità di investigazione e quindi di controllo finora impossibili. La ricchezza dell’arena digitale è certamente anche sinonimo di accresciuta capacità di controllo sull’operato di chi esercita il potere. E certamente ci sono numerosi casi che anche in Italia dimostrano come questa opportunità sia stata spesso colta. Nel sistema ibrido la scoperta effettuata nel mondo della comunicazione digitale si trasferisce facilmente al mondo dei media tradizionali assumendo un’innegabile valenza pubblica. Il mondo digitale consente oggi, anche nel contesto italiano, quell’attività investigativa che è sempre stata piuttosto povera nel caso dei nostri media tradizionali.

Da lavialibera n°8 2021

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