Bari Vecchia. Foto di E. Hill/Wikimedia commons
Bari Vecchia. Foto di E. Hill/Wikimedia commons

Cartoline da una Bari divisa e malata

Dal basso verso l'alto, Palmisano si immerge in una delle città più promettenti del Mezzogiorno per raccontare com'è cambiata

Alessandro Galano

Alessandro Galanolibreria Ubik (Foggia)

10 dicembre 2021

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"Stai scrivendo un libro sulle abitudini dei baresi?".
"Voglio provare a raccontare la città attraverso la voce dei baresi".
"Quando non stanno muti".
 
Un botta e risposta tra intervistatore e intervistato sintetizza al meglio il metodo d’indagine de La città spezzata (Fandango, 2021), libro di Leonardo Palmisano, scrittore, giornalista, attivista politico e imprenditore editoriale. Incontri e dialoghi che fanno emergere il taglio del sociologo, l’occhio del giornalista, la penna dello scrittore. Sono i dettagli, poi, a rendere viva la materia analizzata: i piedi “brutti” della donna senza fissa dimora, che sogna le poltrone del cinema per una dormita; gli occhi bassi dello “strozzato” che ha girato film porno con la ex moglie per recuperare i soldi; il dito infilato nei fori che un proiettile ha lasciatio sul muro, sparato per regolare un conto in sospeso.
Si muove dal basso verso l’alto questa inchiesta che prova a distinguere i confini tra borghesia parassitaria, mafia parassitaria e politica parassitaria che hanno ammalato una delle città più promettenti del Mezzogiorno. Palmisano segue l’odore dei ternisi (soldi, ndr) ma lo fa sporcandosi le mani: parte da Carrassi, il suo quartiere, un tempo a modo e ormai da decenni in mano ai clan; passa attraverso Libertà, Carbonara, San Paolo, Japigia, Cep, Enziteto e oltre, fino a Monopoli, laddove si riciclano soldi e persino esseri umani, un tempo al soldo di consorterie criminali e oggi buttafuori nelle discoteche. Infine Bari vecchia, croce e delizia dei baresi e dello stesso Palmisano, che riconosce a quel dedalo di vicoli, così simile alla Medina di Tunisi, di rappresentare ancora il cuore della città, nel bene e nel male.
 
Il male si chiama mafia. Si chiama Parisi, Diomede, Strisciuglio. Si chiama “la nostra terra dei fuochi”, prostituzione d’alto e basso bordo, ma anche mafia nigeriana e nuova mafia georgiana. Si chiama “vangeli” e “vastasi”, capi e luogotenenti: una cupola che per atteggiamenti, legami e modi di uccidere è diventata “bicefala”, con una testa sporta sulla ‘ndrangheta e l’altra sulla camorra. La città spezzata fa i conti anche con questo universo.
Tra le persone ascoltate dall’autore c’è chi si sente fuori da queste sozzure, sta ben attento a dove poggia le natiche pensando già al prossimo weekend da 600 euro in Salento e bramando di vendere la casa dei genitori quando saranno morti. Non se ne accorgono, ma anche per loro vale quanto cantato nel brano La di’ d’ la rapin da Tommy Parisi, il rapper figlio del boss Savino detto Savinuccio: "Le man resten ‘mbrattate da ‘na calibro nove". Come Lady Macbeth dopo aver spinto all’assassinio il marito: "Le mie mani han lo stesso colore delle tue, ma mi vergogno di avere un cuore così bianco".

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