Copertina del libro
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Il realismo delirante nella letteratura di Alberto Laiseca

Wojtek, giovane casa editrice di Pomigliano d'Arco (NA), dà alle stampe Grazie Chanchúbelo, una raccolta di racconti dissacrante ed esasperata dell'autore argentino

Livio Santoro

Livio Santoroscrittore

6 maggio 2022

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Parlare di un qualsiasi autore argentino attivo a partire dalla seconda metà del Novecento senza evocare Borges – che sia per opposizione o filiazione, per rifiuto o epigonismo – è un compito piuttosto complesso, molti direbbero impossibile. Di certo a tale passaggio non sfuggeAlberto Laiseca (1941-2016), scrittore decisamente sui generis che in patria, dopo aver collezionato numerosi rifiuti da parte degli editori e avere infine pubblicato a fatica i suoi lavori, si è meritato l’appellativo di “Monstruo”, nel senso di “esemplare unico nella sua specie”, per la caratteristica vena magmatica e delirante che lo contraddistingue, cifra di un modo del tutto nuovo di scrivere dal sottosuolo.

Laiseca si è meritato l'appellativo di Monstruo, di "esemplare unico nella sua specie"

Si dice, infatti – ma quasi certamente siamo nel campo brumoso della leggenda – che dopo aver letto soltanto il titolo di un racconto del giovane Laiseca, Borges sia inorridito perché il testo cominciava con un brutto gerundio, nel totale spregio delle regole estetiche che al tempo si pensava dovessero regolare la buona letteratura.

Resilienza, il nulla al potere

Il racconto in questione, che avrebbe poi dato il titolo a un’intera raccolta (pubblicata in italiano da Arcoiris nel 2016), era Uccidendo nani a bastonate. Per quanto tale indignazione sia solo una diceria mai confermata, in tutta risposta all’“offesa” borgesiana Laiseca scrisse un altro testo, dove l’utilizzo del gerundio e di altre volute cacofonie è portato all’estremo. Si tratta di Indubbiamente, ferocemente, orribilmente, racconto che con altri dodici dà vita alla raccolta Grazie Chanchúbelo, pubblicata di recente in Italia da Wojtek nella traduzione di Loris Tassi: non un semplice libro, ma una galleria di esagerazioni in cui si incontrano bizzarrie letterarie di gran gusto che ironizzano con foga, portando all’eccesso vari ambiti del “reale” grazie a un’opera di traslazione sulla dimensione narrativa del “fantastico” che utilizza anche l’invenzione linguistica come detonatore.

Il realismo delirante di Laiseca: dissacrare forma e contenuto

In tal senso, proprio in Indubbiamente, ferocemente, orribilmente la lingua esplode, e già nell’esergo l’autore dichiara la sua fedeltà alla cacofonia e alla distorsione lessico-grammaticale: “Ecco a voi non solo, inutile dirlo, gerundi, ma anche avverbi, frasi germanizzate, virgole prima del verbo, rime, iati e dissonanze […], aggettivazione eccessiva, ecc.”. Segue il racconto, in cui il Monstruo dà sfoggio della sua voce dissacrante ed esasperata, sintomo di un’esplicita intenzione: far sì che forma e contenuto procedano insieme nella fissazione di un mondo letterario a sé, dove una lingua parodiante faccia il paio con trame e intrecci ingiustificati se letti al di fuori del proprio universo finzionale. Un mondo dove irragionevoli personaggi si comportino secondo l’uzzolo dell’eccesso fine a sé stesso, muovendosi in una struttura compositiva, fatta apposta per loro, nella quale le regole su cui si erigono le lettere belle vengano meno d’un colpo, trascinandosi nel crollo i lettori, ma tra molte risate.

"Indubbiamente, ferocemente, orribilmente" rende il modus operandi del cosiddetto “realismo delirante”, formula con la quale l'autore definiva i suoi scritti. L’intenzione era quella di mescolare le carte di presente e passato e portare la realtà all’esasperazione

Si legga in proposito uno stralcio del citato racconto, il cui incipit è ovviamente un gerundio: “Essendo Parruccone IV Benefattore di Bavonia e, giungendo questa alla fine della sua quinta dinastia, decise despota lui di, dar una festicciola da urlo per, rendere omaggio agli ultimi fedeli del suo vacillante regno. […] Nella sala ventosa e a cratere aperto dove si svolgevano i festini c’era un cartello su cui era scritto: il gerundio libera. Un altro diceva: qui si impara a aggettivavverbigerundiare lo stato”. Per quanto sia un esempio estremo dell'opera di Laiseca, Indubbiamente, ferocemente, orribilmente rende perfettamente il modus operandi del cosiddetto “realismo delirante”, formula con la quale lo stesso autore definiva i suoi scritti per marcare l’intenzione di mescolare le carte di presente e passato e portare al contempo la realtà all’esasperazione, estremizzandone con regole esotiche alcune caratteristiche e situazioni già di per sé insensate: non a caso l’inveterata abitudine umana alla guerra, l’elargizione “spensierata” della violenza e le mire totalitarie di governanti e dittatori della storia (e dell’immaginazione) sono alcuni tra i temi più comuni nella sua narrativa parodistica.

Le armi e la guerra diventano satira estrema

Ed è proprio il tema bellico a caratterizzare due degli altri racconti di Grazie Chanchúbelo, ovvero Il Carrarmato e La Torre di Babele galleggiante, testi in cui sono riportate le impossibili vicende guerresche di un enorme carro armato e di una gigantesca nave da guerra che si trascinano alla ricerca di nemici. In entrambi i casi leggiamo di mastodontiche macchine-mondo che ospitano decine di migliaia di persone, macchine pachidermiche, immanovrabili ed equipaggiate con armi tanto potenti da risultare inutili: “Se avessimo il coraggio di sparare con il cannone della nostra Torretta – dice il Colonnello Biko Peter Gabriel, gerente de Il Carrarmato – i proiettili supererebbero la velocità di fuga di 11,2 chilometri al secondo; non potrebbero mai percorrere una traiettoria parabolica e andare a colpire la città di un presunto nemico, poiché sfuggirebbero dall’attrazione terrestre ed entrerebbero in orbita. […] Contro chi possiamo combattere? Contro un altro Carrarmato? Nessuno può essere tanto stupido come noi”.
Non è da meno la nave de La Torre di Babele galleggiante, una città-natante con quarantamila rematori fatta costruire da “Demetrio l’Assalitore, re di mezza Macedonia, della Tracia e delle coste del Ponto Eusino” per il predominio sulle acque del Mediterraneo: predominio che non arriverà mai, con la nave che verrà sconfitta nella sua prima battaglia dalle imbarcazioni del nemico, agili ed efficaci a differenza di “quella cosa inutile [che invece] non riusciva nemmeno a fare una semplice manovra”.

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Grazie Chanchúbelo: una galleria di eccessi letterari

A segnare come un filo rosso i racconti di Grazie Chanchúbelo è allora la dismisura, come d’altronde accade in tutta l’opera del Monstruo (dalla cui penna fuoriuscì anche il più esteso romanzo della storia letteraria argentina, Los Sorias, opera-mondo di oltre mille e trecento pagine da cui in un modo o nell’altro derivano tutti i lavori dell’autore). Smisurato è l’affrancamento dalle regole sintattiche e lessicali della letteratura “nobile” e smisurate sono le macchine da guerra di cui si è già parlato, così come i propositi dei personaggi dei tredici racconti e le prove che si trovano ad affrontare. Si prenda, in proposito, quando accade nel racconto I magister della città di Nibelungen: una satira sulla ferocia del mondo degli scrittori (la città di Nibelungen) in cui per emergere ed essere accettati bisogna passare una serie lunghissima di umiliazioni, e in ultimo offrire di tasca propria una cena sontuosa agli altri magister, dotando il banchetto, tra le altre pietanze, di “gallinelle di Numidia, otarde di Sassonia, ali di procellaria, procellaria, procellaria (lo dico tre volte perché adoro dire ‘procellaria’; e inoltre perché servivano vere montagne di ali di quegli uccelli), paté di canarini della Marca di Brandeburgo, […] terrapieni di fragole alla Novgorod, giacimenti archeologici di uva passa dell’Acadia”.

Il racconto "I magister della città di Nibelungen" è una satira sulla ferocia del mondo degli scrittori, in cui per emergere ed essere accettati bisogna passare una serie lunghissima di umiliazioni

Oppure si prenda quanto accade ne I santi, racconto che riferisce di una città immaginaria abitata da personaggi che, mossi dalla "vocazione del servizio per il servizio, senza patria né causa né alcuna ragione terrena che la giustifichi", sono impegnati in imprese tutt’altro che logiche, come innalzare con l’aiuto delle sole proprie mani una copia esatta della Grande Muraglia o diserbare ogni lembo di terra incontrato al passaggio per generare deserto.

Qual è, allora, il merito di Laiseca? Quali i benefici che possiamo trarre dalla lettura di Grazie Chanchúbelo e degli altri suoi racconti e romanzi? Ne indichiamo solo tre. Primo: svelare il lato farsesco delle cose terribili. In secondo luogo: accorgersi che in letteratura la forma e il contenuto di un’opera devono procedere insieme se vogliono generare mondi nuovi e in sé coerenti, per quanto distanti dal nostro. In ultimo: addestrare l’immaginazione tramite l’esercizio della dismisura, perché, come ebbe a dire lo stesso Laiseca, “ciò che non è esagerato non vive”. 

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