Mafia e corruzione sono storia nazionale

I fatti del 1992 mostrarono le crepe e la fragilità di un Paese in cui convivevano violenza legittima e criminale. In Italia si pagavano tre tipi di tasse: imposte, estorsioni e tangenti

Isaia Sales

Isaia SalesProfessore di Storia delle mafie

17 maggio 2022

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Tra febbraio e luglio 1992 l’Italia intera si accorse drammaticamente che sul territorio nazionale non erano garantiti né "il monopolio legittimo della forza" da parte dello Stato né quello della tassazione. In Sicilia si poteva attentare con il tritolo alla vita dei due magistrati, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che più di altri si erano distinti nella persecuzione dei reati di mafia e a Milano esisteva, nei fatti, una tassazione alternativa pagata a esponenti del mondo politico locale e nazionale, in cambio di appalti di opere pubbliche e servizi: era scoppiata Tangentopoli. Naturalmente, già nel passato si erano verificati episodi tali – nel Sud, nel Centro e nel Nord – da incrinare il convincimento che lo Stato fosse in grado di fare ciò che ogni paese che si rispetti fa sul suo territorio di competenza, cioè assicurare che la sicurezza dei cittadini sia garantita da forze di polizia efficienti e che si paghino le tasse solo a chi lo rappresenta legalmente.

Anche gli attentati da parte di terroristi rossi e neri avevano minato questa consapevolezza, così come altri clamorosi scandali, ma fu in quel frangente storico che lo Stato mostrò tutta la sua fragilità e l’Italia, "una nazione oscura a sé stessa" come scrisse Goffredo Parise, si guardò allo specchio come mai aveva fatto nel passato e scorse tutte le crepe vistose nel suo edificio statuale.

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Il duopolio della violenza

L’Italia si stagliava nel consesso internazionale per questa sua assoluta originalità

Se lo Stato si qualifica e si auto-legittima per il monopolio della violenza fisica, per essere unica fonte di tassazione e di riscossione di imposte, per l’emanazione di leggi e per le sanzioni per chi non le rispetta, l’Italia nel 1992 scoprì la sua particolare polistatualità, l’esistenza cioè di un duopolio della violenza condiviso con le mafie in alcuni territori e di una tripartizione della tassazione (tasse all’erario, estorsioni ai mafiosi e tangenti ai corrotti). Il duopolio della violenza era evidente se si poteva, nel giro di pochi mesi, compiere due attentati di quelle dimensioni senza poterli impedire da parte delle forze di sicurezza preposte e la triplice tassazione si presentava come un esercizio extralegale di una parte cospicua delle classi dirigenti, quando l’esercizio legale si poneva come ostacolo o rallentamento alla soddisfazione dei propri interessi.

Altre nazioni erano corrotte, altre nazioni vedevano bande criminali in azione, ma in nessuna di esse esisteva la contemporanea presenza di due forme permanenti di esercizio della violenza (una legittima e l’altra criminale) e di tre forme di tassazione (cioè imposte, estorsioni e tangenti). Quindi l’Italia si stagliava nel consesso internazionale per questa sua assoluta originalità. Si era formato e consolidato nel tempo un governo extralegale della violenza e un governo extralegale della tassazione. Chiedersi perché ciò era avvenuto e continua ad avvenire resta la domanda più angosciante (e per ora senza un’attendibile risposta) che attraversa la nostra storia nazionale. 

Una svolta storica

Falcone e Borsellino erano stati uccisi perché con il maxiprocesso del 1986 avevano interrotto l’intoccabilità dei mafiosi garantita dal 1861

Entrambe le vicende tragiche avevano a che fare con la lunga impunità storica di cui avevano goduto le mafie e i corrotti in Italia. Falcone e Borsellino erano stati uccisi perché con il maxiprocesso del 1986 avevano interrotto l’intoccabilità dei mafiosi garantita dal 1861 in poi. A dimostrazione di questo accordo stipulato nei fatti con una parte della classe dirigente siciliana e nazionale, con la magistratura e le forze di sicurezza dell’epoca pienamente coinvolte, c’era il numero di ergastoli a mafiosi erogati nel distretto giudiziario di Palermo dall’Unità d’Italia fino al 1986 – solo dieci di fronte a più di 10mila delitti di mafia – mentre dal 1986 in poi ne saranno comminati a centinaia. Le stragi di Capaci e di via D’Amelio ebbero innanzitutto questo significato: venivano colpiti i magistrati che avevano avviato una vera e propria strategia di lotta permanente alla mafia. Altri magistrati erano caduti prima e altri ancora saranno uccisi dopo, ma con Falcone e Borsellino si intese colpire chi intaccando l’impunità storica dei mafiosi faceva diventare la persecuzione dei loro reati la normale attività degli apparati di sicurezza.

Mani pulite, trent'anni dopo

L’ombra delle classi dirigenti

Se con l’uccisione di Falcone e Borsellino i mafiosi rispondevano con le stragi al cambio radicale di strategia degli apparati dello Stato rispetto al passato, con Mani pulite a Milano si apriva una sistematica strategia di lotta alla corruzione che aveva le stesse finalità di ciò che avveniva in Sicilia: mettere fine alla tolleranza che la corruzione aveva goduto nella legislazione, nei comportamenti, nei valori delle classi dirigenti italiane. Per questi motivi la storia della corruzione e quella delle mafie non possono essere trattate come semplice e riduttiva storia criminale che si affianca o scorre parallela e nascosta a quella ufficiale, ma sono parte integranti della storia politica, economica e sociale dell’Italia e dei poteri legali e illegali che continuamente si intrecciano. Storia, cioè, della concezione che dello Stato italiano hanno avuto e hanno una parte delle classi dirigenti fin dalla sua nascita, durante il periodo monarchico-liberale, nell’era fascista, nell’Italia repubblicana prima e dopo lo spartiacque del 1992/93. È questa continuità che impressiona più di ogni altra caratteristica della nostra storia nazionale.

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