Trentennale stragi. De Raho: "Di fronte alla mafia i magistrati non sono tutti uguali"

Sulle stragi permangono molte zone d'ombra. I delitti eccellenti sono stati commessi con la partecipazione, complicità o copertura di frange deviate delle istituzioni o di gruppi eversivi

Federico Cafiero De Raho

Federico Cafiero De RahoEx procuratore nazionale antimafia

17 maggio 2022

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Sono trascorsi trent’anni dalle stragi di Capaci e via  D’Amelio. Quegli attentati in molti di noi determinarono il dubbio che nel nostro Paese si volesse cancellare lo Stato di diritto e con esso la democrazia. Scene di guerra che l’Italia, in tempo di pace, non aveva mai vissuto. Erano stati uccisi due magistrati, tanto osteggiati in vita quanto osannati da morti, che avevano rappresentato la continuità e il rigore della lotta a Cosa nostra.
Sì, la lotta, termine che non sempre è condiviso nel linguaggio dei magistrati, perché i magistrati – si dice – applicano la legge, non combattono. Proprio le stragi, che hanno avuto come obiettivo Falcone, Borsellino, Chinnici e tanti altri, offrono invece con evidenza la prova contraria. 
I magistrati non operano tutti allo stesso modo, né tutti hanno la capacità di individuare le linee investigative che determinano poi il conseguimento di obiettivi, insperati prima. Il contrasto alle mafie può essere vissuto con passione, quella che anima lo sforzo investigativo finalizzato a liberare i territori, vivendo la sofferenza delle persone come propria. Vi è, invece, chi vive i temi dell’antimafia con indifferenza e ciò rende abissale la distanza tra gli uomini.

La vocazione del magistrato

Non tutti riescono ad avere una visione delle mafie che spinge a cercare la verità oltre il campo arato. Leggere negli elementi acquisiti le ulteriori potenzialità investigative, le ulteriori proiezioni è compito che non tutti i magistrati possono affrontare.

Il magistrato deve coltivare sempre il dubbio, perché la verità è nascosta dietro lo scenario apparente, quello immediatamente percepibile

Solo il magistrato che ha assorbito l’enorme quadro cognitivo raccolto nelle indagini sulle stragi, professionalmente preparato, totalmente dedicato, umile, pienamente indipendente, impegnato solo nel lavoro e non a promuovere la propria immagine, capace di resistere agli attacchi mediatici di forze oscure provocate da "menti raffinatissime", costantemente impegnato a verificare le nuove acquisizioni per impedire distorsioni ed escludere i depistaggi, pronto a condividere le informazioni nel circuito giudiziario antimafia, costituito dalla direzione nazionale e dalle direzioni distrettuali, può assicurare la verità. Il magistrato deve coltivare sempre il dubbio, perché la verità è nascosta dietro lo scenario apparente, quello immediatamente percepibile. 

Guerra allo Stato

Le stragi hanno segnato la ferita più profonda del nostro Paese. I numerosi processi celebrati a Caltanissetta e a Firenze per i fatti di Capaci e via D’Amelio e poi per le stragi continentali, di Roma, Firenze e Milano, hanno evidenziato con certezza che di esse fu autore, mandante ed esecutore, Cosa nostra. 
Salvatore Riina e i vertici dell’organizzazione attuarono la strage di Capaci per contrastare i successi istituzionali di Giovanni Falcone, titolare di un ufficio di altissimo profilo istituzionale e promotore, a livello ministeriale, di interventi processuali che avevano comportato l’esito negativo del maxiprocesso. Lo fecero anche per dare un segnale chiaro del distacco dai precedenti referenti politico-istituzionali, considerati dai vertici di Cosa nostra come “rami secchi” da recidere. 
Falcone era destinato ad assumere il ruolo di procuratore nazionale antimafia ed era ritenuto certamente in grado di imprimere accelerazioni importanti alle investigazioni in corso sulla gestione illecita degli appalti.

Cosa nostra aveva programmato una strategia di azioni criminose in risposta all’incapacità dimostrata dai referenti tradizionali – Lima e Salvo – di condizionare l’esito del maxiprocesso e di assicurare l’esclusione della responsabilità collegiale della cupola mafiosa

Cosa nostra aveva programmato una strategia di azioni criminose in risposta all’incapacità dimostrata dai referenti tradizionali – Lima e Salvo – di condizionare l’esito del maxiprocesso e di assicurare l’esclusione della responsabilità collegiale della cupola mafiosa. Nel corso della rinnovata istruzione dibattimentale del processo Capaci bis, sono stati anche espressi riferimenti alle intuizioni di Falcone sugli interessi imprenditoriali di Cosa nostra, in particolare nella gestione illecita degli appalti attraverso interventi intesi ad assicurare la loro aggiudicazione in favore di imprese vicine.
Anche i quattro processi sulla strage di via D’Amelio ne hanno accertato e confermato la riconducibilità alla strategia stragista deliberata da Cosa nostra, prima di tutto come risposta all’esito del maxiprocesso: una finalità di vendetta contro il "nemico storico" rimasto in vita dopo la strage di Capaci. Ma essa volle conseguire anche una finalità preventiva, volta a scongiurare il rischio che Paolo Borsellino potesse raggiungere i vertici delle articolazioni giudiziarie promosse da Falcone. E infine un obiettivo di destabilizzazione: "mettere in ginocchio lo Stato", nella prospettiva propria di Cosa nostra, volta  a "fare la guerra per poi fare la pace".
Il giudice di appello del processo Borsellino quater ha evidenziato l’inserimento della strage di via D’Amelio in una più ampia e articolata "strategia stragista unitaria", in cui si inseriscono le stragi di Capaci e quelle continentali.
Nelle riunioni della Commissione provinciale e nelle precedenti riunioni della Commissione regionale, fu assunta la decisione "di fare la guerra allo Stato, colpendolo nel cuore delle istituzioni", come è emerso nelle precise e convergenti dichiarazioni di importanti collaboratori di giustizia. E proprio in questa prospettiva trovano attuazione le stragi continentali, finalizzate a piegare lo Stato alla strategia terroristica di Cosa nostra.

Zone d’ombra

Ma lo Stato non si è piegato. Al contrario, le risultanze processuali dimostrano che dopo le aggressioni stragiste ha saputo reagire. I risultati – ottenuti soprattutto sulla base del fondamentale ausilio dei collaboratori di giustizia – hanno consentito di individuare i responsabili appartenenti a Cosa nostra, di processarli nel pieno rispetto delle garanzie, di condannarli con sentenze definitive, di catturarli e  di sequestrare e confiscare i loro beni.
Molteplici "zone d’ombra" avvolgono ancora le ricostruzioni dei processi sulle stragi, cui si aggiunge la latitanza di Matteo Messina Denaro, l’unico mafioso stragista tuttora libero.

Documenti giudiziari delineano la possibilità che delitti eccellenti di matrice mafiosa siano stati commessi con la compartecipazione o la complicità

Documenti giudiziari delineano la possibilità che delitti eccellenti di matrice mafiosa siano stati commessi con la compartecipazione o la complicità o, anche soltanto, la copertura di ambienti legati a frange deviate di alcune istituzioni o a gruppi eversivi.
Il depistaggio Scarantino, il più grave della storia giudiziaria del nostro Paese, denuncia gravi infedeltà di funzionari pubblici rivolte a inquinare le indagini. È in corso dinanzi al Tribunale di Caltanissetta il processo nei confronti di appartenenti al gruppo di investigatori, diretto da Arnaldo La Barbera, per l’attività di depistaggio realizzata dagli ex collaboratori di giustizia Scarantino, Candura e Andriotta.

La ricerca della verità

La ricostruzione degli scenari e delle vicende in cui le stragi di mafia e quelle di terrorismo sono maturate necessita della completa acquisizione, elaborazione e valutazione di tutti gli elementi conoscitivi emersi nelle indagini sviluppate dagli Uffici giudiziari sul territorio nazionale. È in questo quadro che possono svilupparsi le ulteriori valutazioni. Tale impegno è stato assunto dalla Direzione nazionale, in cui lo scrivente ha voluto costituire il Gruppo stragi fin dal gennaio 2019 e da sempre ha condiviso i progressi investigativi con i procuratori della Repubblica di Caltanissetta, Firenze, Reggio Calabria e nelle riunioni costantemente convocate sul tema, anche con i procuratori di Palermo e Catania.
È di questi giorni la condanna all’ergastolo per la strage di Bologna di Paolo Bellini, figura già emersa nei processi dei giudici di Firenze per le stragi continentali, in relazione all’individuazione del patrimonio storico-artistico quale obiettivo della strategia mafiosa. Il nuovo processo per la strage di Bologna dimostra come non ci sia alcuna pausa sul tema delle stragi, quelle di mafie e di terrorismo in cui, a volte come in questo caso, le piste investigative si intrecciano.

Ricostruire le stragi di mafia è un obbligo del Paese e della nostra democrazia

Ricostruire le stragi di mafia, dissipando le nubi che ancora si addensano sul quadro cognitivo fin qui acquisito, è un obbligo del Paese e della nostra democrazia, che fonda il proprio pilastro più robusto sulla verità. Gli Uffici giudiziari sono fortemente impegnati su questo fronte con plurime attività investigative, che certamente dovranno proseguire fin quando non sarà raggiunta piena verità e saranno illuminati gli spazi ancora coperti da ombre. La profonda ferita alla nostra democrazia e il sacrificio di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, delle loro scorte e di tutti coloro che per affermare la legge sulle mafie hanno dato la vita, lo esigono. La nostra responsabilità deve guidare gli ulteriori sviluppi senza pause né tentennamenti.

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