Soldato israeliano appostato a un checkpoint a Hebron, nella Cisgiordania occupata (foto flickr/Tali C., licenza CC BY-NC-ND 2.0)
Soldato israeliano appostato a un checkpoint a Hebron, nella Cisgiordania occupata (foto flickr/Tali C., licenza CC BY-NC-ND 2.0)

Francesca Albanese, relatrice Onu sulla Palestina: "Troppi morti nei territori, premere su Israele"

"Israele mi impedisce di visitare la Palestina, ma denunciare abusi è il mio lavoro", racconta Francesca Albanese, giurista e relatrice speciale delle Nazioni unite, sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati.

Paolo Valenti

Paolo ValentiRedattore lavialibera

3 marzo 2023

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Si definisce “una voce fuori dal coro nelle Nazioni unite”. Francesca Albanese, giurista esperta di diritto internazionale, è stata nominata lo scorso maggio relatrice speciale dell'Onu sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967. In Palestina, però, non può metterci piede perché le autorità israeliane glielo impediscono e non riconoscono il suo mandato: “Da novembre aspetto invano un permesso, è un gravissimo abuso di potere”. Dalla Tunisia, dove vive e lavora, denuncia l’occupazione israeliana e il silenzio dell’Occidente, compresa l’Italia. 

Sumud, esistere per resistere a Gaza

Francesca Albanese/Ohchr
Francesca Albanese/Ohchr

Avvocato, qual è la situazione nei territori palestinesi?
La situazione nel territorio palestinese – invito a usare il singolare per preservare l’importanza dell’unità territoriale della Palestina, o ciò che ne resta – è estremamente complessa, volatile e violenta. È il frutto dell'estremizzarsi di un'occupazione che da 55 anni opprime un intero popolo con mezzi sempre più sofisticati e sadici, nell’illegalità e impunità totali. In Cisgiordania, alla presenza dei militari israeliani si aggiunge quella di 750mila coloni e per garantire la loro sicurezza i diritti fondamentali dei palestinesi sono violati. A Gaza, due milioni di persone vivono sotto assedio e spesso sotto attacco militare di Israele. Le risorse del territorio occupato sono utilizzate a beneficio esclusivo di Israele, non esistono diritti civili e politici perché non c'è attività politica che non sia passata al vaglio o che non venga soppressa da Israele e, spesso, anche dalle autorità palestinesi. Persino esporre in pubblico la bandiera palestinese è proibito perché, nella logica dell'occupante e del colonizzatore, l’identità nazionale palestinese è una minaccia per quella di Israele, che viene sempre più identificato come Stato dei soli cittadini ebrei. 

A Gaza, due milioni di persone vivono sotto assedio e spesso sotto attacco militare di Israele

In risposta ai recenti attentati da parte di palestinesi, il governo israeliano ha annunciato la demolizione delle loro case, la legalizzazione di nove insediamenti in Cisgiordania e l’ampliamento di altri. Una reazione giustificata?
Ciò che Israele sta facendo, presuntamente in risposta agli atti criminali perpetrati da palestinesi, è in realtà continuare quello che fa quotidianamente, ma con maggiore violenza. Demolire le case degli autori di crimini è una misura draconiana e punitiva senza alcun fondamento giuridico, che rischia di provocare ulteriore risentimento e dunque violenza tra la popolazione occupata. Ma il ricorso alle demolizioni arbitrarie, così come ad altre forme punitive, non è una novità. L’espansione delle colonie, che costituisce un crimine di guerra secondo il diritto internazionale, procede ininterrotta dal 1967 e ha comportato migliaia di espulsioni, demolizioni e arresti in massa. Si pensi che in questo momento 915 persone su quasi 5mila palestinesi detenuti nelle carceri israeliane vi si trovano senza alcun capo d’accusa o condanna, e tra loro ci sono anche una decina di bambini.

Il mondo è in guerra

Cos’altro dobbiamo aspettarci dal governo Netanyahu?
Temo assisteremo a un aumento della violenza nei confronti dei palestinesi tanto in Israele quanto nel territorio occupato: più blitz in Cisgiordania, più raid su Gaza, più morti, più arresti. Ma vedo anche un potenziale peggioramento nella fruizione dei diritti e delle libertà fondamentali da parte degli israeliani: il governo ha minacciato di aumentare le tasse per le organizzazioni non governative locali e di restringere il diritto di critica. È in corso una rapida deriva liberticida.

Diversi esperti e organizzazioni non governative usano il termine “apartheid” per descrivere il regime che Israele impone ai palestinesi. É d’accordo?
Certo che sì. Non si può chiamare in altro modo il regime di discriminazione istituzionalizzata e violenta che da oltre mezzo secolo Israele mantiene sulla popolazione palestinese sotto occupazione, al fine di sottometterla e depredarla. Credo che il crimine di apartheid costituisca un elemento analitico necessario ma non sufficiente, giacché non mette in discussione il fatto che Israele non abbia la sovranità sul territorio che occupa dal 1967. Chiedere uguaglianza tra coloni e palestinesi, tra occupanti e occupati, non ha senso dal punto di vista legale. Il concetto che a mio parere meglio si adatta alla situazione è quello di colonialismo d’insediamento (
settler-colonialism). Un termine che descrive il controllo da parte di un popolo su di un altro a mezzo di presenza fisica del colonizzatore, con intento acquisitivo, segregante e repressivo. É quello che è successo in Algeria, in Sudafrica, in Canada, negli Stati Uniti e in Australia, con il trasferimento massiccio di coloni europei e la sottomissione delle popolazioni indigene locali. Ed è quello che sta succedendo in Cisgiordania e a Gerusalemme Est: si cacciano i palestinesi per sostituirli con una minoranza di israeliani, spesso originari dell’America o dell’Europa, che arrivano con la missione ideologico-colonizzatrice di riprendersi la terra che Dio ha promesso loro. Gaza rientra in questa logica come riserva, parte del territorio dove ammassare e rinchiudere i nativi sgraditi, invisi al colonizzatore. 

Chiedere uguaglianza tra coloni e palestinesi, tra occupanti e occupati, non ha senso dal punto di vista legale

Nel suo ultimo rapporto all’Assemblea generale delle Nazioni unite, critica l'approccio secondo cui una soluzione può essere raggiunta tramite negoziati. Ha un’alternativa?
Ciò che critico non è il negoziato in sé, ma il suo uso come condizione affinché finisca l’occupazione. Vanno invertiti i termini della discussione: è la fine dell’occupazione la precondizione perché possano esserci dei negoziati. Un popolo colonizzato non può negoziare nulla. Il primo passo non può che essere lo smantellamento dell’occupazione militare e delle colonie. Poi, se ci sono israeliani che vorranno vivere nel territorio restituito potranno farlo, ma da cittadini palestinesi, non avvolti nella bolla di extraterritorialità della legge israeliana.

Come ci si arriva?
Facendo quello che tutti gli Stati occidentali si rifiutano di prendere in considerazione: esercitare pressioni su Israele. É uno Stato che da decenni vìola il diritto internazionale in modo gravissimo, che non si conforma alle regole che la comunità internazionale si è data per vivere in pace e stabilità. Vanno quindi messe in campo tutte le misure coercitive, che siano di natura diplomatica, politica o economica, che la stessa carta delle Nazioni unite prevede in questi casi.

D’altra parte c’è chi crede che ritirarsi dalla Cisgiordania significhi lasciarla in mano a gruppi militari che minaccerebbero la sicurezza d’Israele. Non le sembra una preoccupazione legittima?
Le ragioni di sicurezza degli israeliani sono sacrosante, così come quelle dei palestinesi. È per questo che l’occupazione e i crimini a essa connessi, tra i quali quello di apartheid, devono cessare in modo incondizionato e immediato. Non si può, in nome delle paure di un popolo, sacrificare i diritti di un altro. Quali che siano i rischi e le eventuali conseguenze, devono essere mitigate attraverso il ruolo di garante delle Nazioni unite.

Non si può, in nome delle paure di un popolo, sacrificare i diritti di un'altra comunità

Si riferisce ai caschi blu?
Sì, ma sospetto che non verranno inviati finché ci sarà il veto degli Stati Uniti. Intanto, però, è possibile intraprendere altre misure urgenti per stabilire una presenza di interposizione neutrale tra i palestinesi da una parte e i coloni e soldati israeliani dall'altra. Da inizio anno più di un palestinese al giorno è morto per mano delle forze israeliane: è necessario che la comunità internazionale intervenga urgentemente.

Lo scorso dicembre il Parlamento europeo ha approvato una mozione chiedendo alla Commissione di avviare una conferenza internazionale per arrivare alla soluzione a due Stati. Crede che l’Europa possa davvero giocare un ruolo?
Penso debba giocare un ruolo, ma diverso rispetto a quello che ha giocato finora, totalmente appiattito sulle posizioni degli Stati Uniti e a difesa di Israele. Forse con questo governo adotterà un approccio diverso ma per ora, a parte le critiche e le condanne a parole, non si è visto nessun cambiamento politico.

Come vede il dibattito italiano sulla questione palestinese?

È stata quasi totalmente derubricata dal dibattito pubblico e fatico a spiegarmelo. Mi sono fermata a un’Italia in cui si parlava molto e si sapeva tanto di Palestina, mentre oggi se ne parla poco e in modo assolutamente falsato. A livello politico poi domina un’ignoranza crassa: ci si schiera supinamente a difesa di qualsiasi cosa Israele faccia o dica, nella totale mancanza di rispetto e di conoscenza di ciò che vivono i palestinesi, come anche denunciato da un numero crescente di israeliani. C’è ancora una società civile sensibile al tema, ma spesso è ancora ferma alla discussione sulla resistenza armata, che io trovo completamente fuori fase rispetto al dibattito portato avanti dai palestinesi: un dibattito per i diritti, per la giustizia e per la legalità. È necessario che le università tornino ad essere un luogo dove la questione è discussa, che i giornali facciano un'informazione seria evitando la violenza epistemica che spesso commettono, narrando la questione in termini faziosi. E poi che si chieda alla politica di mantenere una condotta conforme ai nostri obblighi costituzionali e internazionali.

Mi sono fermata a un’Italia in cui si parlava molto e si sapeva tanto di Palestina, mentre oggi se ne parla poco e in modo assolutamente falsato

Cosa fa un relatore speciale delle Nazioni unite?
Quotidianamente seguo gli sviluppi sul terreno, contesto pratiche illegali e arbitrarie, invio raccomandazioni o richieste urgenti perché si prendano o non si prendano determinati provvedimenti. Questo è il lavoro che non si vede. Poi c’è la preparazione e la presentazione dei rapporti, la partecipazione a dibattiti ed eventi, le interviste. È un lavoro impegnativo, che prevede una un'esposizione costante, non fisica ma mentale, a quello che succede in un'altra parte di mondo, lontano da me. Fortunatamente posso contare su una fittissima rete di contatti, soprattutto esponenti della società civile sia palestinese che israeliana, che mi permette di raccogliere informazioni anche a distanza. Il più grande ostacolo è non riuscire a manifestare la mia solidarietà con la presenza fisica, ma con la mente e con il cuore sono lì.

Due anni fa, la procuratrice capo della Corte penale internazionale ha avviato un’indagine su presunti crimini di guerra commessi in Palestina. Lo scorso dicembre, l’Assemblea generale dell’Onu ha approvato una risoluzione che chiede alla Corte internazionale di giustizia di esprimersi sulla legalità dell’occupazione israeliana. Quali esiti si aspetta?
Dalla Corte penale internazionale mi aspetto che invii i suoi investigatori in Palestina, come ha fatto in Ucraina e altrove. È necessario mandare un segnale forte che possa servire da deterrente, che dica chiaramente che è finita l’impunità. Per quanto riguarda la Corte di giustizia, spero chiarisca in modo incontrovertibile che l’occupazione è illegale perché viola il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese e che metta nero su bianco quali sono le implicazioni legali di questa situazione per gli altri Stati e per la comunità internazionale, incluso le Nazioni unite. Ma l’efficacia di queste iniziative dipenderà dalla capacità dei singoli Stati di reagire, anche mettendo in campo quelle misure coercitive diplomatiche, politiche ed economiche di cui parlavo prima.

Dalla Corte penale internazionale mi aspetto che invii i suoi investigatori in Palestina, come ha fatto in Ucraina e altrove

In passato è stata più volte accusata di antisemitismo e di giustificare il terrorismo. Perchè?
Per quello che dico, perché sono una voce fuori dal coro anche rispetto alle Nazioni unite. La funzione del mio mandato è questa, e infatti chi mi ha preceduto ha patito la stessa vilificazione. Quindi, per zittirmi o per deflettere l’attenzione da dove io cerco invece di portarla, si prova a distruggere la mia credibilità. E ci riuscirebbero se in tanti non mi rispettassero, incluse figure autorevolissime sulla questione dell'antisemitismo che mi hanno difesa pubblicamente ogni qualvolta sono stata attaccata. Continuerò a fare il mio dovere in modo obiettivo, trasparente e aperto alle critiche. L’unica cosa che mi preme – e lo dico senza retorica – è il rispetto per i diritti umani. Di tutte e tutti.

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