Skopje (Macedonia del Nord), 3 maggio 2022. Due scheletri di plastica in attesa davanti a un cartonato che raffigura le porte dell'Ue
Skopje (Macedonia del Nord), 3 maggio 2022. Due scheletri di plastica in attesa davanti a un cartonato che raffigura le porte dell'Ue

Elezioni, occasione per ripensare l'Unione europea

Dopo la guerra in Ucraina, il futuro dell'Ue passa anche dalla capacità di aprirsi ai Balcani occidentali, da vent'anni in attesa di farne parte. Ma servono nuove regole

Rosita Rijtano

Rosita RijtanoRedattrice lavialibera

29 febbraio 2024

C’è una foto che, meglio di altre, rappresenta lo stato dell’allargamento dell’Unione europea negli ultimi vent’anni. È stata scattata il 13 maggio del 2022 a Kim Square, una piccola piazza di Skopje, la capitale della Macedonia del Nord. L’immagine ritrae due scheletri di plastica in attesa davanti a un cartonato che raffigura le porte dell’Ue. "Non abbiamo perso le speranze, ma siamo stanchi di promesse disattese", spiega oggi a lavialibera Nikola Pisarev, del Centro di arte contemporanea, uno degli autori dell’installazione. La critica, precisa Pisarev, era diretta soprattutto al governo macedone, lento nell’attuare le riforme richieste dall’Ue per ammettere il Paese al proprio interno.

Ma lo stallo del processo di allargamento europeo non si limita ai confini della Macedonia del Nord. Riguarda tutti i Balcani occidentali e "gli errori – assicura a lavialibera Michael Kaeding, professore di integrazione e politiche europee dell’Università di Duisburg-Essen, nonché curatore di un libro sul tema (Enlargement and the future of Europe, edito da Springer Nature) – sono stati commessi sia dall’Ue, sia dai singoli Stati candidati a farne parte". Era il 2003 quando il Consiglio europeo, nel summit di Salonicco, in Grecia, dichiarò: "Il futuro dei Balcani occidentali è nell’Unione europea". La posizione è stata confermata nei mesi scorsi, quando la Commissione Ue ha annunciato di voler implementare un piano da sei miliardi di euro per "incoraggiare la regione ad accelerare il passo sulle riforme" e ha raccomandato l’avvio dei negoziati di adesione con Ucraina e Moldova. Una questione che ha assunto nuova urgenza con la guerra in Ucraina e la conseguente necessità di strappare la regione all’influenza russa. Resta un fatto: a 21 anni dalla prima promessa, solo la Croazia è riuscita a raggiungere l’obiettivo. Mentre in lista d’attesa sono rimasti Albania, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Serbia e Kosovo. A cui si aggiungono i già citati Ucraina, Moldova e Macedonia del Nord, ma anche la Georgia e la Turchia.

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Ostaggio di interessi nazionali

Lea Ypi, docente di filosofia politica alla London school of economics (Lse) e scrittrice, ha paragonato il processo al concetto albanese di xhiro, traducibile in italiano come "girare in tondo": "Va avanti da sempre, va avanti in cerchio, e porre la domanda su dove stia andando sembra inappropriato", ha scritto. Eppure, a lungo la politica di integrazione e incorporazione di nuovi Paesi è stata centrale per l’Ue, oltre che di successo.

In base ai trattati, qualsiasi Stato europeo può candidarsi all’adesione a patto che rispetti una serie di criteri politici, giuridici ed economici. Un processo che prevede tre fasi. Lo Stato interessato riceve prima la prospettiva di adesione, poi diventa un candidato ufficiale e infine avvia i negoziati che comportano una serie di riforme interne. Quelle più richieste devono far fronte a problemi di carattere giudiziario, di corruzione e rispetto dei diritti umani.

Da quando è stata fondata a oggi, l’Unione è passata dai sei ai 27 Paesi membri, con il solo abbandono del Regno Unito, con la Brexit del 2020. Un allargamento che ha raggiunto il suo apice nel 2004, con l’ingresso di dieci nuovi Stati, per poi rallentare. "Il meccanismo ha funzionato perché era meritocratico", dice a lavialibera Kristof Bender, vicepresidente della European stability initiative (Esi), un think-tank che promuove la stabilità europea nato in un bar di Sarajevo nel 1999. "Se facevi le riforme necessarie – prosegue –, andavi avanti. Basti pensare alla Romania: ha fatto richiesta nel 1995 e avviato i negoziati nel 2000, chiudendoli nel 2004, per poi entrare a far parte dell’Unione europea a pieno titolo nel 2007".

Certo, gli Stati membri hanno sempre cercato di approfittare del potere di veto, che permette di bloccare l’avanzata di un candidato, per cercare di ottenere alcune concessioni. L’ha fatto anche l’Italia con la Slovenia. Nel 1994, il governo allora guidato da Silvio Berlusconi si oppose al suo ingresso per via dei beni confiscati agli esuli d’Istria durante il regime comunista jugoslavo. Casi sporadici. Ma a partire dal 2008 "gli interessi dei singoli Paesi hanno cominciato ad avere la meglio, minando la credibilità dell’iter e quindi ogni incentivo a portare avanti le riforme", aggiunge Bender.

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