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2 gennaio 2025
La sera del 10 aprile 1991 Il traghetto Moby Prince salpò da Livorno, in direzione Olbia, con a bordo 141 persone tra passeggeri ed equipaggio. Alle 22.25, venti minuti dopo la partenza, l’imbarcazione entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo, ancorata a tre miglia dal porto. Dalla cisterna fuoriuscì del greggio e in poco tempo si sviluppò un grosso incendio. L’equipaggio della petroliera ne uscì indenne, mentre a bordo del Moby si consumò una strage che non ha precedenti nella storia recente della marina mercantile italiana.
Morirono tutti a eccezione del mozzo Alessio Bertrand, 23 anni, che raggiunse la poppa e si aggrappò a una ringhiera, per poi gettarsi in mare ed essere recuperato da due marinai, i primi ad arrivare sul luogo dell’incidente.
La vittima più giovane del Moby Prince si chiamava Ilenia Canu e aveva soltanto un anno. Accanto al suo corpo furono trovati quelli della sorella Sara (5 anni) e dei genitori Alessandra Giglio (26 anni) e Angelo Canu (28 anni), che qualche ora prima con la sua videocamera aveva filmato le figlie mentre ballavano negli spazi comuni della nave. Queste registrazioni, recuperate quasi integre dal relitto, sono le ultime immagini di vita all’interno del Moby Prince.
Dalla tragedia sono trascorsi più di 33 anni e i familiari delle vittime chiedono ancora giustizia. Si è tenuto un processo di primo grado, l’appello e un terzo processo parallelo (per manomissioni a bordo del traghetto dopo l’incidente), a cui si aggiungono tre commissioni parlamentari d’inchiesta, l’ultima avviata lo scorso marzo. Ma nessuna responsabilità è mai stata ammessa né è mai stato condannato qualcuno.
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Dalla tragedia sono trascorsi più di 33 anni e i familiari delle vittime chiedono ancora giustizia
"Io ho lasciato il mio cuore sul porto di Livorno. Le luci si accendevano sul mare, era un giorno strano, mi rifiutai di credere che fossero lampare". È incredibile come il brano del cantautore livornese Piero Ciampi, Sul porto di Livorno, sembri anticipare ciò che accadrà vent’anni dopo nella città labronica. Il 10 aprile dalla terraferma furono in molti a volgere lo sguardo verso il mare, catturati dal rosso delle fiamme e dall’immensa colonna di fumo che si alzava dall’Agip Abruzzo. Di quella mite sera di primavera Giacomo Sini non conserva alcun ricordo. All’epoca aveva soltanto un anno e mezzo e mentre pochi chilometri più in là il mare ribolliva lui era a casa insieme a mamma Stefania e alla sorella Francesca, di sei anni più grande.
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Suo papà Antonio, 42 anni, capitano di fregata e docente all’Accademia militare di Livorno, si era imbarcato sul Moby Prince per tornare in Sardegna dal padre malato. "Nonno stava male, babbo non ci pensò due volte e salì sul primo traghetto disponibile", racconta a lavialibera Giacomo Sini, che oggi ha 35 anni e di mestiere fa il fotoreporter, occupandosi soprattutto dei migranti che partono per cercare fortuna altrove e delle terre mutilate dalla guerra. "Di babbo mio ho solo qualche fotografia, la sua morte ha segnato la vita di tutti noi e continua a provocare sofferenza. Anche per questo a 16 anni ho cominciato a raccogliere documenti e informazioni sull’incidente e a promuovere le attività dell’associazione 140 - Familiari vittime della Moby Prince".
Riassumere in poche pagine decenni di carte processuali, perizie e dichiarazioni è un’impresa impossibile
Riassumere in poche pagine decenni di carte processuali, perizie e dichiarazioni è un’impresa impossibile. Sul disastro del Moby Prince è stato detto e scritto di tutto: si è ipotizzato l’errore umano e l’attentato, qualcuno ha accennato alla presenza di navi “fantasma”, è stato tirato in ballo il traffico d’armi nel porto di Livorno. Molti aspetti della vicenda risultano ancora nebulosi ma, come spiega Sini, ci sono fatti inconfutabili che vale la pena ricordare.
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Il primo riguarda le condizioni precarie del Moby Prince. "Quella nave non poteva navigare, dei tre radar a bordo due non funzionavano e il terzo aveva problemi. E lo stesso vale per l’impianto radio, tant’è che l’sos lanciato subito dopo l’impatto ha un audio pessimo. D’altronde il marconista precedente aveva già denunciato che il sistema andava riparato".
L’altra rimostranza è sui sistemi antincendio e, in particolare, sugli impianti sprinkler a bordo del traghetto, che attivano un getto d’acqua dall’alto in caso di elevate temperature. Come è stato dimostrato, la sera del 10 aprile non entrarono mai in funzione, riducendo il tempo di sopravvivenza delle vittime.
Ulteriori elementi sono la posizione in mare dell’Agip Abruzzo e il comportamento del suo capitano, Renato Superina
Ulteriori elementi sono la posizione in mare dell’Agip Abruzzo e il comportamento del suo capitano, Renato Superina. "La petroliera non doveva trovarsi lì, ma anche su questo non è mai stata fatta chiarezza. Dopo l’incidente Superina inviò un sos alla capitaneria, riferendo che una nave era finita addosso all’Agip. Poi cambiò versione e disse che si trattava di una bettolina. In una successiva chiamata chiese di portare in salvo l’equipaggio della petroliera. I soccorsi arrivarono venti minuti dopo la collisione, ma in tutto questo tempo nessuno riuscì a capire quale imbarcazione fosse entrata in collisione con la petroliera. Per risalire al Moby sarebbe bastato informarsi sulle navi in uscita dal porto".
L’ultima contestazione dei familiari è la negligenza con cui la capitaneria di Livorno coordinò le operazioni di salvataggio
L’ultima contestazione dei familiari è la negligenza con cui la capitaneria di Livorno coordinò le operazioni di salvataggio. "Bertrand, l’unico superstite, non si gettò in mare perché temeva che l’acqua rovente lo bruciasse vivo – dice Sini – e poi la nave stava girando su se stessa e avrebbe rischiato di finire tra le eliche. Allora attraversò a piedi il traghetto e si appese a una ringhiera di poppa, a dimostrazione di come il Moby non fosse completamente avvolto dalle fiamme.
Anche gli oggetti recuperati, ad esempio il filmato di Canu, e le condizioni di molti cadaveri provano che le vittime non sono morte tutte a causa del fuoco. Nei polmoni i medici legali hanno riscontrato livelli altissimi di monossido di carbonio: passeggeri e membri dell’equipaggio hanno respirato i fumi tossici e per alcuni è stata una lunga agonia. La decisione di riunire le persone nel salone deluxe fu corretta, nessuno poteva immaginare che quella stanza si sarebbe trasformata in una trappola. Forse non tutti si sarebbero salvati, ma se i soccorsi fossero stati tempestivi qualcuno ce l’avrebbe fatta".
A rafforzare queste tesi è una ripresa video effettuata la mattina dell’11 aprile da un elicottero dei carabinieri, in cui si vede chiaramente un cadavere steso in posizione supina sul ponte di poppa. Si scorgono gli abiti, il colore della pelle. Qualche ora dopo il traghetto fu trainato verso la costa e quando attraccò al porto lo stesso corpo appariva completamente carbonizzato. È probabile che l’uomo – poi identificato in Antonio Rodi, 41 anni, cameriere a bordo del Moby – ebbe il tempo di raggiungere il ponte rovente prima di perdere i sensi e morire.
"Bertrand, l’unico superstite, non si gettò in mare perché temeva che l’acqua rovente lo bruciasse vivo"
"La magistratura prese come buona l’inchiesta sommaria condotta dalla capitaneria di porto – insiste Sini – e durante l’istruttoria del primo processo il gip decise di archiviare le posizioni dell’armatore di Na.Var.Ma. (la società proprietaria del Moby Prince, ndr) Achille Onorato e quella del comandante dell’Agip Abruzzo Renato Superina".
Gli imputati per la tragedia del Moby Prince, accusati di omicidio colposo plurimo, furono quattro: il terzo ufficiale di coperta della petroliera Valentino Rolla, il comandante in seconda della capitaneria di porto Angelo Cedro e l’ufficiale di guardia Lorenzo Checcacci. Nel 1997 furono tutti assolti e, dopo una parziale riforma della sentenza ordinata dalla corte d’appello di Firenze, la prescrizione chiuse la vicenda.
Lo scorso marzo si è aperta la terza commissione d’inchiesta parlamentare sul Moby Prince, che fa seguito alle precedenti del 2015 e del 2021. In particolare, la relazione conclusiva della prima commissione (22 gennaio 2018), ritenuta importante dai familiari, ha escluso la negligenza dell’equipaggio del Moby Prince e contestato l’attività della procura di Livorno, che si servì dell’indagine svolta dalla capitaneria di porto e, più precisamente, dagli stessi soggetti direttamente coinvolti nella gestione dei soccorsi. "È di tutta evidenza – si legge nella relazione – che ben difficilmente avrebbero potuto essere dotati di quella terzietà che deve necessariamente contraddistinguere l’operato di qualsivoglia attività investigativa".
"Dalla lettura delle perizie medico-legali emerge come sui corpi delle vittime non sia stata fatta alcuna indagine per definire le cause di morte ma ci si sia limitati al solo riconoscimento"
Le ombre si allungano poi sull’accordo assicurativo siglato dopo soli due mesi dal disastro tra gli armatori delle navi coinvolte, che potrebbe avere condizionato l’operato dell’autorità giudiziaria. In effetti, l’intesa permise di avviare in tempi brevi il risarcimento alle famiglie delle vittime e, allo stesso tempo, di ottenere la rinuncia ad azioni di rivalsa.
La commissione, inoltre, ha ritenuto che la morte di passeggeri ed equipaggio non sia stata così repentina come emerso nel primo processo. "Dati oggettivi e valutazioni dei consulenti della commissione escludono che si possa pensare a un periodo di breve durata entro il quale siano tutti deceduti".
E ancora, "dalla lettura delle perizie medico-legali emerge come sui corpi delle vittime non sia stata fatta alcuna indagine per definire le cause di morte ma ci si sia limitati al solo riconoscimento".
La petroliera è stata demolita nel 1992 in Pakistan e il traghetto ha fatto la stessa fine, sei anni dopo, in Turchia
Oggi l’Agip Abruzzo e il Moby Prince non esistono più. La petroliera è stata demolita nel 1992 in Pakistan e il traghetto ha fatto la stessa fine, sei anni dopo, in Turchia. Della tragedia non rimane che il dolore dei familiari e un profondo senso di ingiustizia. "Quando leggo di gente in mare che non viene salvata – dice Sini, che nel marzo 2024 come giornalista ha partecipato a una missione a bordo della Life Support di Emergency – il pensiero va subito al Moby Prince, al mio babbo e a tutte le persone morte a poche centinaia di metri dal porto. Sono stanco di ripetere sempre le stesse cose, ma anche arrabbiato perché il sistema giudiziario italiano, dopo 33 anni di battaglie, non ha mai rivisto la sua posizione. Come se ci fosse la volontà di bloccare ogni tentativo di affermare la verità. E questo per noi familiari è inaccettabile".
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