
Comunità educanti in cerca di futuro



5 gennaio 2026
A maggio 2024 la città di Terracina, sulla costa laziale, è immersa in un clima estivo e Paolo, giovane artista di strada della vicina Fondi, ha avviato la sua stagione di spettacoli con i burattini in piazza Aldo Moro. Ha una concessione comunale che gli permette, ogni fine settimana, di mettere in scena giochi e animazioni per i bambini. Il fatto è che Paolo non ha ancora fatto i conti con chi, secondo l'inchiesta, vuole quella piazza tutta per sé.
Sud pontino: dove mafie e corruzione non fanno scandalo
Questo episodio è al centro di recente indagine della Direzione distrettuale antimafia di Roma che, a partire dalle vicende del burattinaio, ha ricostruito una complessa rete di intrecci tra camorra, politica e imprenditoria locale nel basso Lazio. L’indagine, culminata il 17 dicembre scorso con arresti e sequestri per oltre 11 milioni di euro, ruota attorno a Eduardo Marano, indicato come esponente camorristico legato alla famiglia Licciardi, e al consigliere comunale Gavino De Gregorio, arrestato con l'accusa di voto di scambio politico-mafioso.
Stando alle ricostruzioni degli inquirenti, che andranno poi sottoposte al vaglio del processo, Paolo è stato intimidito e convinto a spostarsi altrove, grazie anche a una provvidenziale delibera della giunta comunale che gli assegna un altro posto dove realizzare i suoi spettacoli. L’obiettivo è liberare piazza Aldo Moro per rispondere alle richieste di Domenico Scevola, imprenditore originario di Castellammare di Stabia, che pretende l'uso di quello spazio per il suo ristorante. Secondo gli investigatori, Scevola può contare su appoggi ben più solidi di quelli di un artista di strada.
Seven up, la discoteca della camorra
Per fare spostare il burattinaio si mette in moto direttamente il consigliere comunale Gavino De Gregorio, al momento dei fatti presidente della commissione attività produttive. È lui a fare pressione su un assessore affinché contatti Paolo e gli proponga una sistemazione alternativa, purché con il suo “consenso” e senza suscitare clamore. De Gregorio è finito poi ai domiciliari per voto di scambio politico-mafioso ed è stato sospeso dal prefetto di Latina.
Fin qui potrebbe sembrare un ordinario abuso di potere locale, se non fosse per un nome che compare nell’ordinanza del gip di Roma, Maria Gasparri. È quello di Eduardo Marano, 66 anni, indicato come la vera leva per ottenere favori a Terracina. Marano è il marito di Patrizia Licciardi, appartenente all’omonima e storica famiglia camorristica napoletana. È il suo cognome a essere speso da Scevola per convincere il giovane artista a spostarsi in un’altra piazza per evitare ritorsioni. “Lì comandava lui” avrebbe detto il ristoratore a Paolo e i fatti successivi dimostrerebbero che era un’affermazione tutto sommato esatta.
Libera Campania: le comunità come antidoto alla cultura mafiosa
Sempre il nome di Marano spiega l’intervento di De Gregorio. Secondo la procura, il consigliere comunale aveva ottenuto da lui sostegno elettorale in occasione delle amministrative del 2023, perciò intervenire sul caso della piazza sarebbe stato, per lui, un modo per restituire la cortesia. Nella piena consapevolezza di favorire la camorra, secondo le ricostruzioni dell'indagine.
Per capire il peso dei Marano-Licciardi bisogna tornare agli atti della Dda di Napoli. La moglie di Eduardo, Patrizia Licciardi, è componente dell'omonima famiglia i cui membri sono stati arrestati e condannati per associazione di stampo camorristico come parte del clan Licciardi, inserito nel cartello camorristico dell’alleanza di Secondigliano. Le ultime misure a loro carico risalgono a maggio 2021.
Questo patrimonio criminale è parte della reputazione e del potere intimidatorio impiegato in tutti i reati a vario titolo contestati agli indagati nel caso Terracina. Che non è il primo, in provincia di Latina, quanto a condizionamento mafioso: basti pensare al commissariamento già deciso per la città di Aprilia e a quello di Fondi, saltato per soli motivi procedurali.
Sud pontino: dove la camorra corteggia la politica
Le vicende di Terracina sono state precedute da sintomi gravi. L'informativa della Dda di Roma su questa inchiesta denominata Porta napoletana ricorda che i coniugi Marano-Licciardi sono sbarcati in città nel 2006 e hanno iniziato a investire e comprare massicciamente sul territorio. Tra i facilitatori compare l’agente immobiliare Michele Minale, già intercettato nel 2015 mentre suggeriva a un potenziale acquirente di regolarsi sapendo che dall’altra parte c’era Patrizia Licciardi. Sulla costa laziale, Eduardo Marano compra immobili, talvolta rivendendoli al doppio del prezzo, e fa cassa da attività intestate a prestanome che non lesinano di giocare con gli interlocutori recalcitranti il peso del nome dei Licciardi, “camorra vera”. C’è poi il capitolo usura, in cui si iscrive un episodio di minacce di Marano su una vittima consumato proprio davanti all’agenzia di assicurazioni del consigliere comunale ora indagato.
In una cittadina di medie dimensioni, segnata dalla speculazione edilizia e da una crescita commerciale sproporzionata rispetto alle sue caratteristiche demografiche, tutto questo difficilmente passa inosservato. Tra i beni sequestrati, per un valore complessivo superiore agli 11 milioni di euro, c’è anche un’intera galleria commerciale nel centro cittadino.
Il giudice sottolinea come le indagini abbiano già accertato i rapporti di Gennaro Marano, figlio di Eduardo e Patrizia Licciardi, con ambienti criminali operanti sul territorio di Latina, sia nel traffico di stupefacenti sia nella gestione di attività imprenditoriali: “I coniugi Marano Eduardo e Licciardi Patrizia, durante la loro permanenza nel sud pontino (avviata a partire dall’anno 2006) avevano effettuato una serie di investimenti immobiliari e imprenditoriali, soprattutto nel settore della ristorazione e dell’intrattenimento e le attività di indagine svolte in altri procedimenti avevano già consentito di accertare come Gennaro Marano, figlio di Eduardo Marano e Patrizia Licciardi, intrattenesse rapporti con appartenenti a organizzazioni criminali operanti sul territorio di Latina, sia per la gestione di affari attinenti al traffico di stupefacenti, sia per la gestione di attività imprenditoriali”.
Renato Pugliese, il pentito che racconta la cocaina di Latina
L’annus horribilis fu il 2016, segnato da molte elezioni, sia locali che nazionali. Durante la campagna elettorale, come accertato in un altro procedimento giudiziario a carico della ex consigliera regionale Gina Cetrone, si aprì una guerra senza esclusione di colpi per l’attacchinaggio dei manifesti dei candidati. Il clan Di Silvio di Latina, per il tramite di Riccardo Agostino e Renato Pugliese, oggi entrambi collaboratori di giustizia, controllava il capoluogo pontino e fu contattato per gestire l'attacchinaggio dei manifesti a Terracina. La vicenda è stata ampiamente descritta nel processo a Cetrone e offre uno spaccato dei rapporti tra bande che si dividevano il territorio, poiché descrive una riunione in cui si decise la divisione del mercato delle affissioni elettorali.
Con la nuova indagine, un altro capitolo riguarda l’apertura di un locale sul lungomare. Un giovane imprenditore immigrato denuncia un’asserita attività estorsiva da parte di Paolo Coppola ed Eduardo Marano, "emblematica della gestione da parte di Marano di attività commerciali tramite Coppola”, quest’ultimo individuato come uno dei prestanome necessari a Marano che, per una vecchia misura di prevenzione, non può comparire nella gestione di attività legali. Coppola, individuato come prestanome, arriva a dire: “Se voglio ti faccio aprire e chiudere quando voglio, non sarò io a parlarti ma uno che sta sopra di me”. La vicenda si chiude senza conseguenze grazie all’intervento di Gianluca Tuma, definito dagli atti “soggetto di elevato spessore criminale operante sul territorio di Latina”, che trova una composizione con Eduardo Marano. E tutti vissero felici e contenti nello stesso spazio della movida attorno al porto.
Leggendo l’ordinanza è forte la sensazione che in alcune zone d’Italia si viva, consapevolmente, in contesti in cui altri poteri si aggiungono all’ordine legale delle cose. Dalle intercettazioni emerge che Gavino De Gregorio conosce perfettamente la caratura criminale dei suoi interlocutori. Abile assicuratore, politico navigato da sempre vicino a Fratelli d’Italia, ma eletto alle ultime amministrative con la lista civica che portava il nome del sindaco attuale, Francesco Giannetti. Parlando con un amico e facendo riferimento ai metodi di Marano nel recupero dei crediti da usura, diceva: “Questa è camorra vera.. camorra quella potente, questo è clan Licciardi!... la moglie di questo qua, Patrizia Licciardi, è la sorella di Licciardi, clan Licciardi proprio…”. Nonostante questo, si rivolge a Eduardo Marano per ottenere voti.
Dopo le elezioni del 2023, Marano interviene anche per aiutare un imprenditore edile amico, alle prese con vincoli archeologici: “Vacci da Gavino…". E aggiunge: “Tu, quando è, mi chiami a me e lo chiamo anche io e gli dico: ‘Gavino vedi quello che puoi fare!!!’, tanto lui là sopra”. I favori che il consigliere mette in campo all’indomani delle elezioni sono più di uno, anche per vicende secondarie come l’installazione di pergotende di un negozio sul lungomare, giudicate però dalla procura sintomatiche della condotta accondiscendente del consigliere.
Eppure Marano non è del tutto soddisfatto. Poche settimane dopo il voto dice a De Gregorio: “Ho fatto un guaio a farti dare questi voti”.
Anche una dirigente del Comune di Terracina, sentita a sommarie informazioni, conferma l’esistenza di pressioni politiche per interessi riconducibili al giro di Marano. Racconta di aver ricevuto direttamente pressioni “da un assessore o consigliere dell’attuale amministrazione in carica, non saprei dire con esattezza il nome… in riferimento ad una pratica di risarcimento danni… si presenta ogni settimana nel mio ufficio in maniera insistente e petulante a chiedere contezza della pratica di risarcimento, chiedendomi se potesse essere conclusa in tempi stretti”.
Dopo gli arresti, il sindaco di Terracina, Francesco Giannetti, nella sua prima dichiarazione formale, prende pubblicamente le distanze dall’inchiesta, invitando a non dividere la politica e a lavorare per la città. L’opposizione chiede le dimissioni, mentre altri temono l’ipotesi di una Commissione d’accesso. Nel frattempo, Terracina si prepara a un’altra estate, tra ristoranti, spettacoli di burattini e artisti di strada.
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