
Cosa prevede il nuovo regolamento Ue sui rimpatri



9 aprile 2026
Si tratta di elezioni parlamentari, ma sembrano un referendum: un referendum su Viktor Orbán, il politico che, tolta una parentesi tra il 2002 e il 2010, guida l’Ungheria dal 1998 e che negli ultimi anni ha tentato di limitare i diritti, civili e individuali, e la libertà di espressione, avvicinando il paese alla Russia di Vladimir Putin, ma anche agli Usa di Donald Trump, e allontanandolo dagli ideali liberali europei. Domenica 12 aprile 2026 gli elettori ungheresi andranno alle urne per eleggere i 199 membri dell’Assemblea parlamentare. In maniera simile all’Italia, il presidente della Repubblica nominerà un primo ministro che dovrà ottenere poi la fiducia dal parlamento. Per quattro volte consecutive l’incarico è andato al politico che guida Fidesz, partito che – nato come formazione liberale di centrosinistra negli anni Ottanta – si è avvicinato sempre di più all’estrema destra. A mettere un freno alla sua ambizione, questa volta, c’è Peter Magyar, politico più giovane che – cresciuto in Fidesz – ne è uscito in polemica con la gestione di Orbán per raggiungere i ranghi di Tisza (Partito del rispetto e della libertà), schierato nel centrodestra, conversatore e sovranista, ma più europeista. Nell'ottica di porre un termine al potere di Viktor Orbán, alcuni altri partiti dell'opposizione hanno rinunciato a partecipare alla campagna per dare più possibilità a Magyar di spodestare il primo ministro uscente.
L'Europa guarda con attenzione a questo voto. Raccontare la svolta autoritaria dell’Ungheria di Orbán è una storia lunga e complessa. Si potrebbe cominciare da alcune delle ultime iniziative contro la società civile e l'informazione. La notte del 13 maggio 2025, un deputato di Fidesz ha presentato un disegno di legge sulla “trasparenza della vita pubblica” per controllare l'origine dei finanziamenti a ong e ai media indipendenti, spesso accusati di mettere in pericolo “la sovranità dell’Ungheria influenzando la vita pubblica”: per Civilizáció, una coalizione di circa 50 organizzazioni nata nel 2017 per difendere la società civile, il progetto di legge “non è altro che un tentativo autoritario di mantenere il potere. Il suo obiettivo è mettere a tacere tutte le voci critiche ed eliminare una volta per tutte ciò che resta della democrazia ungherese”. Molte organizzazioni e media dipendono dagli aiuti statali e questo mina di molto la loro autonomia, ragione per cui i finanziamenti esteri – ad esempio quelli provenienti da programmi dell’Unione europea o da fondazioni filantropiche – sono fondamentali per mantenere l’indipendenza dal governo. Per questa ragione le organizzazioni per i diritti umani hanno bollato la proposta di legge come “operazione affama e strozza”. Dopo una serie di proteste, la procedura di approvazione della legge è stata sospesa.
Quella proposta si inseriva nel filone inaugurato con la legge per la protezione della sovranità nazionale, adottata nel dicembre 2023 con l’obiettivo di indagare e sanzionare, attraverso il nuovo Ufficio per la protezione della sovranità, i candidati alle elezioni e i rappresentanti delle organizzazioni che utilizzano fondi esteri per le campagne elettorali. Era un tentativo di limitare le presunte influenze estere sulla democrazia, portate avanti però dal partito di un leader che apprezza l'influenza di Putin e di Trump. A farne le spese per primi sono state la sezione ungherese di Transparency International e il media investigativo indipendente Átlátszó: al termine dell’inchiesta dell’ufficio per la protezione della sovranità ha concluso che Transparency, come altre organizzazioni della società civile e media in seguito, serve interessi stranieri e danneggia gli interessi politici, economici e sociali dell'Ungheria.
In Ungheria il partito di Orbán vuole silenziare giornalisti e ong indipendenti
Ma ci sono anche altre iniziative recenti di Orbán e di Fidesz che hanno suscitato scontento. Alcune riguardano le minoranze e i diritti civili. Nel marzo 2025 il parlamento ha approvato, senza una consultazione, una legge “anti-Pride” che, col pretesto di tutelare i minori, vieta manifestazioni che promuovono l’omosessualità e identità di genere non conformi. La legge permette alle autorità l’uso di tecnologie di riconoscimento facciale per identificare le persone e infliggere multe a chi partecipa ai raduni. La legge, però, ha scatenato una reazione senza precedenti.
A giugno il sindaco di Budapest, Gergely Karácsony, ha annunciato che la città avrebbe organizzato il Pride come evento municipale, aggirando così le disposizioni della legge. Ciononostante, la polizia ha vietato il Pride, ma questo non ha impedito alle persone – tra le 200 e le 300mila – di sfilare per le strade della capitale, un numero mai visto prima. Pochi mesi dopo la polizia ha vietato anche il Pride di Pécs, decisione confermata dalla Suprema Corte. Il primo cittadino di Budapest e l’organizzatore del Pride a Pécs sono stati denunciati: i procedimenti sono al momento sospesi perché in tribunali competenti si sono rivolti alla Corte costituzionale per sapere se la nuova norma sia legittima. Nel frattempo, la marcia dell’orgoglio trans del 29 marzo è stata vietata.
Prosegue poi la linea dura contro i migranti, sia quelli provenienti dal corridoio balcanico, sia quelli ucraini in fuga dal conflitto russo, mentre la minoranza rom subisce ancora discriminazioni nell'ambito educativo, sanitario e lavorativo. Come ricorda Human Rights Watch, flussi migratori dai Balcani nel 2015, la pandemia nel 2020 (leggi qui) e dal 2022 la guerra in Ucraina sono stati i pretesti con cui il governo ha potuto utilizzare e usa tuttora lo stato di emergenza per legiferare.
Il modello orbàn-trumpiano sta minando le liberal-democrazie
"Il vergognoso viaggio di Netanyahu in Ungheria non deve trasformarsi in un tour dell’impunità presso altri stati membri della Cpi"Agnès Callamard - Segretaria generale di Amnesty International
L’elezione in Ungheria del 12 aprile 2026 è importante anche sul piano internazionale. Orbán si è dimostrato in questi anni molto vicino a Vladimir Putin e a Donald Trump, capace anche di coltivare buone relazioni con la Cina, che qui ha trovato un terreno fertile per i suoi investimenti e la sua influenza culturale (con l’apertura della sua prima università nel Vecchio continente). Inoltre il primo ministro ungherese può contare sul sostegno ampio delle destre europee: hanno confermato il loro sostegno Giorgia Meloni e Matteo Salvini, Marine Le Pen (Rassemblement national, Francia), Alice Weidel (Alternative für Deutschland, Germania) e Santiago Abascal (Vox, Spagna).
A livello comunitario, l'Ungheria ha usato il suo potere di veto per fermare alcune decisioni strategiche come l’adesione dell’Ucraina all’Ue, lo stanziamento di aiuti per Kiev e lo stop alle importazioni di petrolio e gas dalla Russia. Questo ostruzionismo ha messo in evidenza come il potere di veto di un singolo Stato membro possa bloccare l'azione dell'Unione. Certo, negli ultimi tempi al Parlamento europeo gli eletti di Tisza, tra cui lo stesso candidato Peter Magyar, hanno votato in maniera diversa dal Partito popolare europeo, schierandosi su posizioni più sovraniste, probabilmente con l'obiettivo di non inimicarsi gli elettori ungheresi.
Elezioni europee 2024, un'occasione per ripensare l'Unione europea
Oltre alle istituzioni comunitarie, l’Ungheria è tra quanti hanno messo in discussione la Corte penale internazionale (Cpi), a cui aderisce. In due occasioni Budapest ha mostrato disinteresse verso i procedimenti del tribunale. Nell’aprile 2025 ha accolto Benjamin Netanyahu, su cui pende un mandato di cattura per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, senza arrestarlo e ha annunciato che si ritirerà dall’organismo giudiziario. “I leader e le autorità degli stati membri della Cpi non devono contribuire a indebolire la Corte incontrando Netanyahu o altri soggetti da essa ricercati. Il vergognoso viaggio di Netanyahu in Ungheria non deve trasformarsi in un tour dell’impunità presso altri stati membri della Cpi”, ha affermato poco dopo l'incontro Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International. Nel luglio 2024, a Mosca, Orbán ha incontrato Putin, nonostante il mandato di arresto emesso dalla Cpi per la deportazione e il trasferimento illegali di bambini ucraini in Russia. Il Parlamento europeo che lo ha definito una "palese violazione dei trattati e della politica estera comune dell’Ue”.
"Le campagne di disinformazione svolgono un ruolo fondamentale nel dividere le società e nel diffondere teorie del complotto. E questa divisione, insieme alla diffusione di teorie del complotto, finisce per avvantaggiare i partiti sostenuti dai russi"Botond Feledy - Politologo
Il 7 aprile dagli Stati Uniti è arrivato a Budapest il vicepresidente JD Vance: “Uno dei motivi per cui siamo qui, e uno dei motivi per cui il presidente degli Stati Uniti mi ha mandato qui, è perché riteniamo che l'ingerenza della burocrazia di Bruxelles sia stata davvero vergognosa. Non dirò al popolo ungherese come votare. Incoraggerei i burocrati di Bruxelles a fare esattamente la stessa cosa”. Contraddicendo il suo stesso vice, è stato Donald Trump a suggerire agli elettori magiari cosa scegliere nelle urne elettorali: "Il premier ungherese Viktor Orban è un leader forte. Il 12 aprile votate per lui. È un vero amico, un combattente e ha il mio totale sostegno", ha scritto sul social network Truth il 10 aprile, a due giorni dal voto.
Oltre alle influenze che arrivano da Oltreoceano, c'è poi l'azione online di gruppi di propaganda russa come Storm-1516 e il Matryoshka bot network, che si aggiungono alle campagne di disinformazione attuate dagli stessi partiti, e in particolar modo da Fidesz, attraverso video manipolati e contenuti generati con l'intelligenza artificiale. In un'intervista a Lakmusz, media specializzato nel fact-checking, il politologo Botond Feledy ha spiegato che queste campagne, più che "spingere le persone a votare in una direzione specifica il giorno delle elezioni", hanno un effetto nel lungo periodo: "Le campagne di disinformazione svolgono un ruolo fondamentale nel dividere le società e nel diffondere teorie del complotto. E questa divisione, insieme alla diffusione di teorie del complotto, finisce per avvantaggiare i partiti sostenuti dai russi".
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