Roma, 24 giugno 2026. Dina Alberizia e Domenico Centrone al rientro in Italia (foto Global Sumud Flotilla)
Roma, 24 giugno 2026. Dina Alberizia e Domenico Centrone al rientro in Italia (foto Global Sumud Flotilla)

Dina Alberizia, dalla Flotilla alla detenzione in Libia: "Parliamo dei prigionieri palestinesi"

A due settimane dalla liberazione, l'attivista piemontese racconta il tentativo fallito di portare aiuti umanitari a Gaza e il mese passato in carcere. "Le mobilitazioni servono, ma spetta ai governi sanzionare Israele"

Paolo Valenti

Paolo ValentiRedattore lavialibera

10 luglio 2026

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Ci aveva provato un anno fa con la Marcia globale verso Gaza, bloccata in Egitto. Ci ha riprovato lo scorso maggio con la “Flotilla di terra”, ma è stata arrestata e detenuta in Libia per un mese, insieme all’italiano Domenico Centrone e altri otto. Leonarda “Dina” Alberizia, 67 anni, educatrice in pensione piemontese, è stata tra le centinaia di attivisti internazionali che hanno partecipato alle due missioni nel tentativo di rompere l’assedio israeliano sulla Striscia e portare aiuti umanitari via terra alla popolazione palestinese martoriata. 

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A due settimane dalla sua liberazione e dal rientro in Italia, racconta a lavialibera l’esperienza della carovana e la detenzione, ma premette: “Ci sono cose molto più importanti di cui parlare in questi giorni, a partire dalla campagna per la scarcerazione del dottor Hussam Abu Safiya (il pediatra palestinese detenuto arbitrariamente in Israele dal 27 dicembre 2024 e in isolamento dal 3 giugno scorso, ndr). Se accetto di parlare della mia esperienza è per portare l’attenzione su ciò che sta accadendo lì”.

Dina, perché ha deciso di partecipare alle missioni umanitarie per Gaza?

"Non riesco a vedere ciò che sta succedendo in Palestina senza pensare di fare qualcosa. Oggi parlo della mia esperienza per portare l'attenzione lì"

Perché non riesco a vedere ciò che sta succedendo in Palestina senza pensare di fare qualcosa. Per questo faccio parte del movimento della Global sumud flotilla dall’origine e continuo da allora. Credo che ognuno possa dare il proprio contributo in tanti modi.

Ci racconti com'è andata l’ultima spedizione.

Il convoglio di terra è partito dalla Mauritania lo scorso aprile (in contemporanea rispetto alla Global sumud flotilla, ndr), per poi attraversare l’Algeria e arrivare in Libia. Lì si sono riunite le delegazioni da 21 paesi in tutto il mondo, per un totale di 230 persone. Il progetto prevedeva di passare in Egitto e arrivare fino al valico di Rafah. Portavano aiuti umanitari, ambulanze, case mobili da consegnare alla popolazione palestinese di Gaza e con noi c’erano medici, infermieri, ecocostruttori, ingegneri ed educatori pronti a dare una mano. Siamo partiti da vicino Tripoli il 15 maggio, anniversario della Nakba (l’esodo forzato dei palestinesi in seguito alla dichiarazione dello Stato di Israele nel 1948, ndr). Eravamo scortati dai militari locali, che hanno mostrato sostegno, come anche la popolazione che ci ha accolto con molto entusiasmo e ospitalità. 

Il convoglio di terra della Global sumud flotilla
Il convoglio di terra della Global sumud flotilla

Cos’è cambiato poi?

Ci siamo trovati a dover trattare con le autorità della Libia est (la parte del territorio controllata dal generale Khalifa Haftar, in guerra civile con il governo riconosciuto internazionalmente, ndr) per far passare almeno gli aiuti umanitari, se non l’intero convoglio. Siamo riusciti a parlarci una volta, ottenendo rassicurazioni dalla Mezzaluna Rossa, poi hanno disatteso l’appuntamento successivo. Dopo un confronto, e consapevoli del fatto che il diritto internazionale tutela i convogli umanitari e, almeno sulla carta, obbliga i governi a farli passare, abbiamo deciso di partire verso il valico con una piccola delegazione: dieci persone, un’ambulanza e una macchina. Prima del checkpoint abbiamo trovato uno schieramento di una ventina di mezzi militari: ci hanno fermati, perquisiti, sequestrati e portati a Sirte. Da lì, quando eravamo convinti che ci avrebbero rimandati a casa, siamo stati trasferiti con un aereo a Bengasi e poi in una struttura di detenzione in un luogo sconosciuto.

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Come siete stati trattati?

Prima che salissimo sull’aereo, il responsabile dell’ufficio immigrazione ci ha salutati, chiesto scusa e detto che se volevamo tornare in Libia saremmo stati ben accolti. Arrivati nel centro di detenzione, i modi sono diventati molto bruschi. Non abbiamo subito violenze fisiche, ma siamo stati messi subito nell’ala di isolamento, ognuno in una cella di due metri per due con giusto una piccola apertura nel muro. Il giorno dopo ci hanno concesso di stare in due per cella, poi, dopo il primo incontro con il console, in un’altra zona con celle più grandi, con la possibilità di stare negli spazi comuni. Abbiamo iniziato lo sciopero della fame, tre persone anche della sete. Dopo 12 giorni, una ragazza è stata molto male, è svenuta, ha avuto convulsioni. Quel giorno ci hanno concesso di telefonare a casa. Ci hanno raccontato della mobilitazione in nostro sostegno, che ha superato ogni nostra aspettativa.

Vi sono stati comunicati i motivi della detenzione?

"Abbiamo sperimentato che in Libia non ci sono diritti a cui appellarsi, ma nulla in confronto a quello che subiscono i prigionieri palestinesi, compresi bambini"

Da parte dei libici non abbiamo avuto nessuna comunicazione diretta. Il console ci ha detto inizialmente che l’accusa era di immigrazione clandestina, poi che indagavano anche per ingresso in area riservata e associazione a gruppi terroristici. Durante gli interrogatori ci hanno chiesto se conoscevamo gli organizzatori del convoglio, facendoci vedere anche foto, come avevamo aderito, cercavano di capire se avessimo contatti con i Fratelli musulmani e Hamas. Ma nessuna accusa è stata mai formalizzata. Avevamo due avvocati, che però non sono mai riusciti a raggiungerci perché eravamo rinchiusi in un posto segreto. Abbiamo sperimentato che in Libia non ci sono diritti a cui appellarsi, ma non è nulla in confronto a ciò che subiscono i prigionieri palestinesi, compresi anche bambini. L’attenzione deve andare a loro.

Che fine hanno fatto gli aiuti umanitari? 

Gli aiuti sono ancora fermi in Libia. Si sta cercando di farli arrivare tramite la Mezzaluna rossa, ma è molto difficile perché Israele decide cosa può entrare e cosa no. Per esempio, ha vietato l’ingresso di alimenti troppo calorici e proteici e dei sostegni per le tende. Gli aiuti non mancano, ma non vengono fatti entrare per tenere popolazione in condizioni in cui riesce a malapena a sopravvivere. È un genocidio che continua.

Serve boicottare Israele?

Chi critica queste missioni sostiene che siano solo azioni dimostrative, senza nessun risvolto pratico.

Al di là dell’esito materiale, queste iniziative servono ad allargare il numero di persone che si mobilitano e aumentare la pressione nei confronti di chi può fare veramente qualcosa per bloccare il genocidio. Parlo dei governi, a partire da quello italiano, che avrebbero gli strumenti per far rispettare il diritto internazionale: sanzioni, embargo totale, come già è accaduto per altri paesi. Il genocidio non si fermerà finché i governi continueranno a sostenere Israele.

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