Milano, 21 marzo 2023. Gian Carlo Caselli impegnato nella lettura dei nomi delle vittime innocenti delle mafie, nella giornata a loro dedicata (Foto di Marco Donatiello)
Milano, 21 marzo 2023. Gian Carlo Caselli impegnato nella lettura dei nomi delle vittime innocenti delle mafie, nella giornata a loro dedicata (Foto di Marco Donatiello)

Strage di via D'Amelio, Caselli: "La pista mafia-appalti è da escludere"

Il 19 luglio 1992 un'autobomba uccideva Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta. La commissione antimafia presieduta da Chiara Colosimo sta dedicando molti sforzi per accreditare la pista "Mafia-appalti", sui legami tra Cosa nostra e imprenditoria del Nord. Gian Carlo Caselli, già procuratore di Palermo, sostiene invece che Borsellino sia stato ucciso perché conosceva il movente dietro la strage di Capaci contro Giovanni Falcone e stava per testimoniare

Gian Carlo Caselli

Gian Carlo CaselliEx magistrato e presidente onorario di Libera

17 luglio 2026

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La Commissione parlamentare antimafia nazionale è uno snodo importante del nostro ordinamento democratico. Merita perciò considerazione e rispetto, ma senza conferire patenti di infallibilità, perché a volte le cose non vanno nel modo dovuto.

Il precedente della sentenza Andreotti

Un esempio clamoroso di malfunzionamento lo offrì a suo tempo, nel 2003, la commissione presieduta da Roberto Centaro, che arrivò al punto di sostenere pubblicamente – all’indomani della sentenza della corte d’appello di Palermo sul senatore Giulio Andreotti – che “ il grande dibattito mediatico che si è sovrapposto e ha sostituito il processo, ha seguito i ritmi della ‘analisi politica’ (già sperimentata per la valutazione delle responsabilità per le stragi del 1992 e del 1993), pervenendo a un tentativo di condanna, o di attribuzione di mafiosità malamente sbugiardato (corsivo mia, nda) dalle pronunce giurisdizionali. Ciò ha comportato, comunque, l’insinuarsi di ombre e veleni. L’unico risultato è stata una crescente confusione nei cittadini e un senso di sfiducia nelle istituzioni, a fronte di affermazioni perentorie poi rivelatesi infondate in corso d’opera”.

In queste forbite frasi la verità non era per niente di casa. Tant’è che il presidente della sezione che aveva pronunciato la sentenza Andreotti (successivamente confermata in Cassazione) si sentì obbligato a prendere posizione con un duro comunicato all’Ansa: cosa del tutto insolita, a memoria mai successa, né prima, né dopo. Le fantasiose tesi del senatore Centaro venivano respinte con toni sferzanti e argomentazioni inattaccabili, mentre il disinvolto “innocentista” veniva invitato… a leggersi la sentenza.

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Le riserve sulla commissione Colosimo

Qualche riserva si può esprimere pure per la Commissione parlamentare antimafia della XIX legislatura presieduta dall’onorevole Chiara Colosimo.

A parte le pesanti obiezioni mosse alla sua nomina dai familiari delle vittime a causa della sua vicinanza all’ex terrorista nero Luigi Ciavardini (leggi qui), vengono in rilievo soprattutto le modalità concrete dei suoi lavori, che hanno pregiudizialmente rifiutato ogni valutazione d’insieme della strategia mafiosa scatenatasi con le stragi del ‘92-‘93, concentrandosi pressoché esclusivamente sulla strage di via D’Amelio, nella quale morirono il giudice Paolo Borsellino e la scorta (gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina).

Per di più assumendo, come unica possibile ipotesi causale della strage, di via d’Amelio la questione mafia-appalti, sostenuta (in perfetta sintonia con Mario Mori e Giuseppe De Donno, ufficiali del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri) con inguaribile ostinazione, fino al punto di considerare “nemico della verità” e provocatore sistemico chiunque volesse sostenere una tesi diversa. Così la Commissione Colosimo ha dedicato la maggior parte dei suoi lavori ad una “revisione” della storia di Paolo Borsellino.

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Mafia-appalti, una pista da escludere

"Una approfondita analisi degli atti porta a concludere che la riferibilità della causale mafia-appalti all’omicidio di Borsellino va esclusa. E ciò in base a testimonianze plurime, concordanti e autorevoli"

Senonché, una approfondita analisi degli atti porta a concludere che la riferibilità della causale mafia-appalti (un'indagine dei carabinieri sui legami tra Cosa nostra e aziende del Nord interessate ai lavori pubblici in Sicilia, ndr) all’omicidio di Borsellino va esclusa. E ciò in base a testimonianze plurime, concordanti e autorevoli, alle quali si aggiungono precisi dati logico-fattuali; secondo i quali Borsellino stava soltanto “programmando” di occuparsi di mafia-appalti (senza che ciò fosse conoscibile all’esterno), ma in concreto non aveva ancora intrapreso alcunché. Per cui l’uccisione di Borsellino ordinata da Totò Riina a Giovanni Brusca (per di più con una improvvisa accelerazione dei tempi di esecuzione) sicuramente non è collegabile a un’attività ancora inesistente: sarebbe fuori di ogni logica e buon senso.

La causale di tale collegamento e della relativa anticipazione vanno invece ricercate in un qualche nuovo evento, inaspettato e rilevante, che fosse conosciuto; e l’unico fatto che si presta a tale lettura è l’intervento di Borsellino a Casa Professa (Palermo) del 25 giugno 1992.

Ne offre un riscontro decisivo Angelo Siino, il cosiddetto “ministro dei lavori pubblici” di Riina, che con il suo difensore Alfredo Galasso ha scritto un libro intitolato Vita di un uomo di mondo, edito da Ponte alle grazie nel 2017. In esso, a pagina 106), Siino rivela che la strage di via d’Amelio fece infuriare Bernardo Brusca (padre di Giovanni Brusca) e Salvatore Montalto (capo mandamento di Villabate), detenuti con Siino nel carcere di Termini Imerese. Bernardo Brusca sosteneva che “doppu Falcone i cosi si stavano quittando” e che la quiete non andava interrotta perché le conseguenze le avrebbero pagate i carcerati.

Mentre Montalto poneva per Borsellino un interrogativo: “A chistu chi ci ‘u purtava a parrare di certe cosi?”. Si riferiva – secondo Siino – proprio alle parole pronunciate nel corso del dibattito di Casa Professa, quando Borsellino aveva fatto intendere di conoscere il movente della strage di Capaci, in cui morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti delle scorte, e di essere pronto a testimoniare a Caltanissetta.

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Cosa ha detto Paolo Borsellino a Casa Professa?

Si impone a questo punto una breve esegesi del discorso di Borsellino a Casa Professa la sera del 25 giugno 1992.

Borsellino esordisce dicendo “purtroppo ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi costringeranno ad allontanarmi prima che questa riunione finisca”: in pratica Borsellino dice che sta lavorando ventre a terra. Aggiunge che come magistrato ha il “dovere di utilizzare le sue opinioni e le sue conoscenze non in convegni o dibattiti, ma nel suo lavoro”: vuol dire che sta lavorando su cose importanti da tenere riservate. Parla della sua “lunga esperienza di lavoro accanto a Falcone”, delle “convinzioni che si è fatto raccogliendo le sue confidenze” elementi che porta dentro di sé”, dei quali è testimone (testuale); elementi che deve “assemblare per riferirli all’autorità giudiziaria, l’unica che può valutare se essi siano utili per ricostruire l’evento che ha posto fine alla vita di Falcone”.

Le parole di Borsellino, soprattutto nella parte finale dell’intervento, sono parole di un uomo incupito, addolorato per la scomparsa dell’amico, ma nient’affatto disposto ad arrendersi, che non si rassegna ma vuol continuare la “battaglia”. Ergo, un discorso che equivaleva a una bomba pronta a esplodere, che non poteva non preoccupare i mafiosi e i loro complici, spingendoli a intervenire.

Il che può spiegare la frase di Montalto, collegando appunto la causale dell’attentato di via d’Amelio e l’anticipazione di esso, voluti da Riina, all’intervento di Casa Professa.

Si consideri che Brusca dice di aver ricevuto da Riina l’input per l’anticipazione “tra Capaci e i primi giorni di luglio”, per cui il dies ad quem è ben compatibile con il 25 giugno, data di Casa Professa, che in ogni caso - si ribadisce - è l’unico evento di rilievo, nuovo e inaspettato, che si potesse conoscere.

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Altri elementi contro la tesi mafia-appalti

"Se mai la maggioranza di destra-centro della Commissione Colosimo dovesse concludere i suoi lavori proclamando la tesi (inconsistente) di mafia-appalti come causale dell’omicidio di Paolo Borsellino, non resterebbe altro da fare se non evocare l’immagine di chi … si arrampica sugli specchi"

Altri dati da tenere in conto sono:

  1. il ricordo di Nando dalla Chiesa (presente a Casa Professa come co-relatore), secondo cui per ben due volte – al termine dell’intervento – Borsellino, molto preoccupato e turbato, pronunziò la frase “non c’è più tempo…”;

  2. e ancora, la “convergenza” significativa di due fatti rilevanti: a) la riapertura del bando a procuratore nazionale antimafia, con il ministro della Giustizia Claudio Martelli e il ministro dell'Interno Vincenzo Scotti che sponsorizzavano pubblicamente Borsellino; b) l’intervista di Borsellino del 21 maggio 1992 (due giorni prima della strage di Capaci) ai giornalisti francesi Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi (alias Jean Claude Zagdoun) della tv francese Canal+, dove si esponeva che la mafia accumula una ricchezza enorme con il traffico di droga e che per l‘investimento di tale ricchezza trova sbocchi anche nell’imprenditoria del nord Italia; si parlava di Vittorio Mangano, Marcello Dell’Utri e “cavalli” (termine all’evidenza usato per indicare partite di droga); emergeva anche il nome di Silvio Berlusconi, ma Borsellino dice di non poterne parlare allegando ragioni di segreto istruttorio. Si noti che in Italia l’intervista fu a lungo nascosta e finalmente trasmessa, da Rai News 24, soltanto il 19 settembre 2000.

Tutto ciò premesso, se mai la maggioranza di destra-centro della Commissione Colosimo dovesse concludere i suoi lavori proclamando la tesi (inconsistente) di mafia-appalti come causale dell’omicidio di Paolo Borsellino, non resterebbe altro da fare se non evocare l’immagine di chi … si arrampica sugli specchi.

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