Sommersi dal fast fashion: fotoinchiesta sulla crisi della raccolta dei vestiti usati

Con i cassonetti stracolmi di capi senza valore, le cooperative che gestiscono la raccolta degli abiti affrontano una crisi senza precedenti. Nell'attesa che i produttori paghino il conto

Paolo Valenti

Paolo ValentiRedattore lavialibera

1 agosto 2026

"Ho messo qui i cassonetti ventisei anni fa, è una tristezza doverli portare via", dice Luca Bonazzi, operatore e socio fondatore della cooperativa Ruah, mentre carica sul camion uno degli ultimi contenitori per la raccolta degli indumenti usati rimasti a Stezzano, appena fuori Bergamo. Fino a pochi anni fa, la cooperativa ne gestiva 200 in tutta la provincia, dando lavoro a cittadini stranieri e italiani svantaggiati e reinvestendo parte del ricavato in progetti di inclusione sociale. Poi, la crisi.

Un sistema in tilt

"Oggi il ricavato non riesce più a coprire i costi operativi, tanto che abbiamo dovuto attivare la cassa integrazione e sigillare o togliere dalla strada decine di cassonetti"Ammar Shawesh - cooperativa Ruah

"Negli ultimi tre anni, la quantità di materiale conferito nei cassonetti e i costi per trattarlo sono aumentati, mentre il valore dei vestiti è crollato del 40 per cento, soprattutto per la crescita del fast fashion – spiega il direttore Ammar Shawesh –. Oggi il ricavato non riesce più a coprire i costi operativi, tanto che abbiamo dovuto attivare la cassa integrazione e sigillare o togliere dalla strada decine di cassonetti. Ce ne restano un’ottantina attivi, che riusciamo a gestire solo se i comuni contribuiscono economicamente". La crisi tocca l’intero settore, e non solo in Italia, come confermano gli appelli lanciati dalle associazioni di categoria europee.

Un amore sintetico: la nostra infografica sul fast fashion

Chi produce paga

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