Fast fashion, un amore sintetico.
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Fast fashion, un amore sintetico

Compriamo sempre di più, sempre a meno. Così miliardi di vestiti e accessori passano direttamente dalla fabbrica alla discarica. Il fast fashion ci fa essere alla moda, ma manda al macero i diritti dei lavoratori e la salute dell'ambiente

Natalie Sclippa

Natalie SclippaRedattrice lavialibera

Davide Romanelli

Davide RomanelliGrafico

10 dicembre 2021

Ispirarsi alle grandi case di moda, riducendo il prezzo: il fast fashion ha cambiato il mondo di vestirsi, velocizzando la filiera e riempiendo i negozi di prodotti sempre nuovi. Un continuo “cambio di stagione”, fino a 52 collezioni diverse all’anno. Inventato negli anni ‘90, il settore si è espanso sempre di più, conquistando il mercato e facendo leva sui gusti del momento. Una realizzazione istantanea dei desideri, senza badare alla qualità dei materiali utilizzati e ai costi umani, sociali e ambientali. 

Qualità e quantità

Quasi la metà dei ragazzi londinesi tra i 18 e i 25 anni sente il bisogno di cambiare abito ogni volta che esce di casa, specialmente se ha utilizzato gli stessi capi per foto postate sui social. Quasi un’ansia, documentata dall’organizzazione Hubbub nel 2017: offerte lampo convincono i clienti ad accaparrarsi ciò che spesso hanno visto indossare a star o influencer, prima che la collezione cambi. Così, nell’armadio, si accumulano vestiti che hanno “vita” breve: dai due anni – per intimo e t-shirt – ai dieci per i giubbotti. Secondo l’Environmental protection agency sono 12,8 miliardi le tonnellate di prodotti inviate ogni anno nelle discariche e solo il 12 per cento dei materiali riesce a essere riciclato. Additivi, bassa qualità dei filati, utilizzo di fibre sintetiche rendono il processo di lavorazione costoso e dispendioso, visto l’uso di ulteriore acqua e altri prodotti chimici. La Fondazione Ellen MacArthur da rivelato che solo l’1 per cento dei vestiti si trasforma in accessorio o indumento. 

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