Al gabbio i maranza! Il governo Meloni vuole cambiare le regole sull'imputabilità dei minori

Con il ddl sull'imputabilità dei minori, ribattezzato anti-maranza, il Governo Meloni ha annunciato una nuova stretta securitaria, modificando uno dei fondamenti del sistema penale minorile. Passare dalla presunzione di incapacità a quella di capacità per gli under 18 significa incrinare un ordinamento che deve perseguire sempre il superiore interesse del minore ed essere orientato ad una finalità rieducativa (ancora più che per gli adulti). A questo, si aggiunge il rischio concreto di un aumento delle presenze nelle carceri minorili, che sono già in condizioni critiche, come denunciato da Antigone.

Francesco Rossi

Francesco RossiGiornalista e consulente lavialibera

9 agosto 2026

Neanche il caldo torrido è riuscito ad arrestare la fatica securitaria del governo Meloni e, nel bel mezzo di una delle tante (troppe!) ondate di calore di questa lunga estate italiana, da Palazzo Chigi è arrivato l’annuncio di un nuovo disegno di legge sui temi della sicurezza. Il provvedimento, ancora una volta, mette al centro i minorenni ed è stato ribattezzato dai media ddl anti-maranza. Non si tratta di un provvedimento balneare ma di un’iniziativa che, se vedrà la luce (è pur sempre un disegno di legge, che dovrà passare per le mani del Parlamento), andrà a toccare uno degli elementi tra i più qualificanti dell’intero sistema penale minorile, cioè la capacità di intendere e di volere di ragazzi e ragazze tra i 14 e i 18 anni che compiono reati. Ad oggi, per loro l’ordinamento prevede una presunzione di incapacità, a meno che non venga provato il contrario, cioè che siano pienamente consapevoli di ciò che  fanno al momento del reato e scelgano di farlo deliberatamente. Con il nuovo provvedimento voluto dal Governo, questo onere della prova sarà ribaltato: si presumerà la capacità del minore e dovrà eventualmente essere provata l’incapacità, come avviene già per gli adulti. Rimane invariata, invece, la situazione degli under 14, per i quali vige una presunzione assoluta di incapacità di intendere e di volere, che non può essere superata da una prova contraria. Sembra un sofismo da giuristi ma in realtà è un cambio radicale di prospettiva, di senso, a prescindere da quelli che saranno poi i suoi impatti concreti.

L’interesse del minore è ancora superiore?

Lo spiega bene Franco Prina, sociologo del diritto e della devianza e per lungo tempo giudice onorario presso i tribunali minorili. “La giustizia minorile”, afferma, “è fondata sul principio del superiore interesse del minore che deve ispirare ogni decisione, in sede penale come in sede civile o amministrativa”. Una differenza talmente costitutiva che la si è voluta esprime anche a livello linguistico, nominando i tribunali che si occupano degli under 18 tribunali per i minorenni e non dei minorenni. “L'idea che in sede penale i minorenni che commettono reato non vengano sanzionati è falsa”, prosegue Prina, “ma i giudici sono impegnati a utilizzare sanzioni che non compromettano la crescita e favoriscano un processo di maturazione”. Anche la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, a cui l’Italia ha aderito nel 1991, afferma che ogni decisione che riguarda un minorenne ne deve rispettare il superiore interesse e deve avere una finalità educativa. Ed è in quest’ottica che si spiegano istituti come quello della messa alla prova (a cui si può ricorrere per qualsiasi reato, a differenza di ciò che avviene per gli adulti) o del perdono giudiziale (con cui il giudice può decidere di estinguere i reati minori se ritiene fondatamente che il ragazzo o la ragazza non ne commetterà più in futuro) oppure l’automatismo che porta alla riduzione di un terzo della pena per tutti i reati. “Tutto questo”, secondo Prina, “ha portato l’Italia ad avere un sistema unico al mondo, con un numero di di persone chiuse negli istituti penali minorili che è stato per tantissimi anni assolutamente limitato, anche in considerazione del ruolo assolutamente negativo che hanno le istituzioni totali”. Di questo, il sociologo torinese è convinto: “il carcere non rieduca e il carcere minorile ha senso se è concepito come un momento, un’eccezione che deve essere riempita di contenuti e che poi deve avere una continuità di percorso fuori”. Quello della giustizia minorile italiana è stato quindi “un enorme esperimento sociale, in una situazione in cui, pur non essendoci tanti minori in carcere, la delinquenza minorile non cresceva”.

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